Archeologia dell’inadempiuto

Autore

Alessandro Picone
nato ad Avellino 25 anni fa, ha conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino discutendo una tesi in Filosofia della Storia su "Ivan Illich. Un pensatore ai limiti" con relatore Enrico Donaggio. In precedenza aveva conseguito la laurea triennale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Firenze con una tesi in Filosofia Teoretica su "L'insondabile profondità: la questione dell'identità personale tra Locke e Leibniz", relatrice Roberta Lanfredini.

Nell’ora del tramonto, tra le stelle spente  può nascere una nuova alba.” 

Posta di fronte alla catastrofe, l’umanità è chiamata a interrogarsi sulla necessità e legittimità dei propri fondamenti, a ridefinire l’orizzonte del pensabile e del possibile, rimettendo in discussione le premesse della propria azione 

«Non si va avanti se non rimettendo in gioco qualcosa che già si credeva punto d’arrivo, acquisto consolidato, certezza. Ma con questa avvertenza: altro è essere pronti a retrocedere per meglio saltare, altro è idoleggiare (ideologizzare) la regressione; anche nel giorno in cui meno siamo sicuri (sperimentalmente) di che cosa sia progresso, la regressione resta il nome d’un pericolo preciso (sperimentato)»1: occorrerebbe avere quello che Italo Calvino chiamava “lo sguardo dell’archeologo”. Tornerebbe davvero utile specie oggi, nel frangente in cui il mondo si è ritrovato a fare drammaticamente i conti con il tema della catastrofe: con le sue conseguenze luttuose, con la sua epifania globale, con gli effetti che ha prodotto e continuerà inevitabilmente a produrre. 

Con il termine “catastrofe”, si indica solitamente l’esito imprevisto e doloroso di una serie di eventi. Ma “catastrofe” non ha necessariamente questo significato: nel suo etimo greco, il vocabolo indica un capovolgimento, un evento significativo e rivelatore, diretta conseguenza delle azioni precedenti, che obbliga a utilizzare gli occhi in modo diverso e a guardare la realtà sotto una luce nuova. Al pari del termine “emergenza”, che indica l’affioramento, l’atto dell’emergere, il venire in luce di elementi prima nascosti o comunque ignorati. Entrambi i termini rimandano a una mutazione improvvisa che modifica irrimediabilmente tutto il disegno, l’irruzione di un elemento che fa saltare gli schemi prefissati e costringe a diventare consapevoli di aspetti che fino a poco prima sfuggivano allo sguardo. Posta di fronte alla catastrofe, l’umanità è chiamata a interrogarsi sulla necessità e legittimità dei propri fondamenti, a ridefinire l’orizzonte del pensabile e del possibile, rimettendo in discussione le premesse della propria azione. 

È come se quest’evento tragico avesse sollevato una tenda, per rivelare un fondamentale senso di non-correttezza, la sensazione che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere. L’atmosfera diffusa è quella di un’era alla fine di un ciclo, priva di idee e di energie. 

Il trauma dal quale non ci siamo ancora riavuti – e non c’è nemmeno da aspettarsi che ci si riabbia tanto presto – non solo ha aggravato i problemi che si era impegnati ad affrontare, ma ha anche stravolto profondamente quel che si credeva di aver raggiunto. È come se quest’evento tragico avesse sollevato una tenda, per rivelare un fondamentale senso di non-correttezza, la sensazione che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere. L’atmosfera diffusa è quella di un’era alla fine di un ciclo, priva di idee e di energie. 

La particolarità della fase che si sta attraversando è che essa non ha i caratteri di una crisi parziale, interna al sistema: si tratta piuttosto di una crisi globale, che mette in gioco il sistema in sé. È indispensabile comprendere l’intima correlazione degli avvenimenti, svelare la logica che connette e lega in un tutto unico fenomeni apparentemente diversi: la crisi sanitaria, esistenziale, privata, politica, sociale, economica, ambientale, storica; la perdita di biodiversità, di policromia della vita; il degrado sociale, urbanistico, paesaggistico e antropologico di un mondo sempre meno abitabile. Piuttosto che separare ciascun aspetto della crisi globale dagli altri, spiegandolo in maniera autonoma e trattandolo a sé – alimentando così le proposte di ricambio che danno credito alle riforme settoriali – occorre guardare al suo aspetto strutturale. Ad essere in crisi è un dato rapporto col mondo, sul quale si è costruita la prassi umana, che si rivela inadeguato. In questione è un’intera concezione dei destini della civiltà. 

Per produrre una coscienza nuova, ed essere all’altezza del presente, è indispensabile allargare lo sguardo e la memoria: arretrare verso il passato, certo non per farne un oggetto di culto, né tanto meno per auspicare un ritorno diretto a una modalità di vita arcadica, ma per portare a evidenza altri percorsi di possibilità praticabili e desiderabili. Al fine di ripensare la prassi umana su nuove basi, si potrebbe sviluppare un’archeologia dell’inadempiuto, un atteggiamento insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione, ad esempio recuperando tradizioni di pensiero consegnate troppo presto all’obsolescenza e relegate alla condizione di curiosità storica. Non per tornare ad esse, ma per poter verificare se, tra queste “storie scartate”, non ci sia ancora un margine utopico, tale da offrirci soluzioni ingegnose e creative per il presente. 

Potrebbe essere opportuno ridestare l’idea di Ivan Illich e il suo progetto di riforma della civiltà, fondato sullo sviluppo di una società della convivialità2. Il progetto illichano di ricostruzione conviviale della società si basa su una riconfigurazione radicale del nostro rapporto con gli altri, con gli strumenti, con i prodotti, con l’attività e con l’ambiente. In una società conviviale, la relazione tra persone e strumenti sarebbe tale per cui le persone utilizzano gli strumenti, individualmente e collettivamente, per raggiungere i propri obiettivi, piuttosto che essere subordinati a tali strumenti: l’uso degli strumenti diventerebbe così un modo praticabile e desiderabile in cui gli esseri umani possono realizzarsi nel mondo. Nella relazione tra le persone e i prodotti del proprio lavoro, questi incarnerebbero le volontà umane, sarebbero un’espressione della loro individualità personale e collettiva, trasformazioni del mondo attraverso cui diventano una cosa sola con esso, in contrapposizione alla riduzione unidimensionale dell’attività a merce. Nella relazione conviviale tra le persone e la propria attività, questa sarebbe un’espressione creativa del loro essere nel mondo, piuttosto che un’attività imposta da qualcun altro; un atto di libertà piuttosto che un atto di necessità imposta, nel riconoscimento che la libertà individuale può essere realizzata soltanto nell’interdipendenza personale. Nella relazione tra le persone e la società, il lavoro sarebbe un modo creativo di contribuire e far parte di una comunità, piuttosto che un processo attraverso il quale si è disciplinati in una rigida gerarchia sociale. Nella relazione tra le persone e il proprio ambiente, la natura non sarebbe più concepita come una minaccia, come un vincolo o come una risorsa da sfruttare, ma piuttosto come una comunità di cui si fa parte, in cui e attraverso la quale è possibile sia sviluppare la propria autonomia sia riconoscersi parte in evoluzione di una grande totalità. 

Al fine di ripensare la prassi umana su nuove basi, si potrebbe sviluppare un’archeologia dell’inadempiuto, un atteggiamento insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione, ad esempio recuperando tradizioni di pensiero consegnate troppo presto all’obsolescenza e relegate alla condizione di curiosità storica. Non per tornare ad esse, ma per poter verificare se, tra queste “storie scartate”, non ci sia ancora un margine utopico, tale da offrirci soluzioni ingegnose e creative per il presente. 

Si tratta di misurarsi con un inedito ripensamento delle attività umane originarie, antropogeniche, quali la cura, l’istruzione, il lavoro, l’abitare. Una domanda, che investe le sorti del genere umano in un momento decisivo della sua storia, ci è stata posta. Non deve essere persa e per rispondere è necessaria una presa di parola collettiva su se stessi e sul proprio orizzonte sociale, politico, economico e storico, per evitare il rischio che questa crisi diffonda ulteriore passività e favorisca il ripiegamento in una sfera privata di sofferenza. Occorre rivedere a monte l’ortopedia concettuale che presiede alla costruzione sociale della nostra realtà, le modalità di coscienza di sé della comunità umana, compreso il rapporto col passato. 

Nelle sue rotte di lungo corso, Illich ha concepito la storiografia come una pratica delle escursioni nel passato, in cui lo sguardo dell’archeologo lacera la storia mostrando il carattere dinamico delle sue fondamenta. Le sue contro-ricerche storiche appaiono come pellegrinaggi nel passato per cercare le tracce di un altro mondo, «le note di basso che sostengano un solfeggio nuovo che non ricada nella solita musica»3. Conversando con David Cayley, spiegava di studiare la storia «come un negromante rievoca il morto. […] Voglio – ammesso che sia possibile e sempre sapendo che è come spostarsi in uno stato onirico – ritrovare il morto. […] Mi piacerebbe, per quanto sia possibile, essere un visitatore di ciò che è stato e non è più per volgere uno sguardo più acuto sulle poche cose che ne sono emerse diventando ciò con cui oggi mi trovo a convivere»4. Interpretazione della storia ed elaborazione di una prassi trasformatrice si alimentano a vicenda: la contro-ricerca storica si trasforma in critica del presente, in accusa; l’accusa si fa funzione di una rinnovata ricerca storica; la memoria del passato diventa un’etica del presente. Attraverso la scoperta dell’invisibile e del potenziale nel passato, lo storico diventa giudice del presente e apripista del futuro. 

Per dare nuovo significato e valore alla nostra attività è indispensabile liberarsi da una rappresentazione mitica che accompagna la visione della storia: il paradigma epistemologico della linearità e della coerenza storica, che concepisce il progresso come un’impresa naturale e neutrale, continua e irreversibile, scandita unicamente in termini di crescita economica e di trasformazione tecnologica del mondo. Ivan Illich chiama questa moderna modalità di lettura interessata del passato la “prospettiva centralistica”: «Potenti imprese hanno cercato di presentarci il passato come il germe, come una forma primitiva del presente; e i suoi linguaggi, i suoi usi e le sue tradizioni come gli autentici antenati, le forme embrionali di quelli che ci sono contemporanei e familiari»5. Mentre la “prospettiva centralistica” presenta il passato unicamente come il prologo del presente, il tempo della semina della civiltà contemporanea, Illich sostiene che «il presente è lo stampo del passato»6. «Ogni società ha bisogno di un passato. Per avere il senso del presente, i viventi necessitano di un passato che sia loro proprio. Non c’è prima persona plurale, non c’è “noi”, senza un suo mito di creazione. […] Anche la società industriale aveva bisogno di un mito di creazione; senza, non avrebbe potuto esistere. Creò pertanto una particolare istituzione per fornire a ogni famiglia “informazioni” e un’immagine coerente del “passato”. Il passato divenne così un’impresa industriale»7. Lo schema attraverso il quale la società del presente elabora il suo passato è la “Storia”. La Storia fabbrica una continuità tra il presente e il passato, interpretando gli eventi del passato secondo le categorie moderne, per dare un passato al nostro mondo attuale. Senza questa rivisitazione del passato, il mondo contemporaneo non potrebbe risultare attraente, specie per coloro che ne sono costantemente discriminati. Un lavoro rivoluzionario sulla storia implica allora una problematizzazione di quell’insieme di memorie che dà senso e spiega il presente in rapporto al passato e al futuro. 

Per dare nuovo significato e valore alla nostra attività è indispensabile liberarsi da una rappresentazione mitica che accompagna la visione della storia: il paradigma epistemologico della linearità e della coerenza storica, che concepisce il progresso come un’impresa naturale e neutrale, continua e irreversibile, scandita unicamente in termini di crescita economica e di trasformazione tecnologica del mondo 

La nostra attuale forma di vita fonda la propria esistenza su una perdita di memoria e su una retroproiezione di un mito di recente invenzione. Essa non può offrire che la rimembranza di un passato sfigurato, la caricatura del retaggio culturale, per meglio favorire la chiusura definitiva col passato, cancellandone possibilmente la memoria, e presentarsi così in modo attraente. Secondo Illich, la mitologia del progresso consiste in una svalorizzazione programmata dell’ambiente di uso comune e della cultura, di tutte quelle regole simboliche che accrescono l’integrazione sociale e che, nel passato, hanno protetto le culture di sussistenza. Una svalorizzazione simultanea di persone e luoghi, di modi di essere nel mondo e di forme culturali in cui le persone agiscono al di fuori del flusso del denaro. L’ideologia del progresso getta un’ombra di “disvalore” su tutte quelle attività culturalmente formate che costituiscono la fondamentale policromia della vita, per riconfigurarle unicamente con i colori dell’economia. Di tutte le realtà conviviali, la modernità ha fatto un deserto e lo ha chiamato “sviluppo”: ha imposto un unico modo di attività e aggregazione, contribuendo a far sparire tutte le modalità solidari, sociali e culturali che proponessero modi diversi di essere al mondo. La varietà culturale diventa così un “rifiuto”: «La riduzione della convivialità a economia primitiva e l’orrore della tradizione, mascherato da impegno per il progresso altrui, insieme alimentano la miope distruzione del passato. La tradizione viene vista come una sorta di rifiuto storico, da buttar via con la vecchia immondizia»8

Nell’ora del disastro, sostiene Illich, tutta la speranza di cui abbiamo bisogno per stravolgere il presente la si ottiene tramite un lavoro rivoluzionario sulla memoria. Occorre riappropriarsi del passato confiscato, per risvegliare la fame del futuro: aggirarsi tra le fabbriche di utopie dismesse e ridotte a un cumulo di rovine, non per idealizzarle né per deplorarle, ma per contribuire a costruirne di nuove. In un momento di incertezza, ciò che è stato buttato via può essere recuperato: si tratta di rovistare nel “cestino dei rifiuti” della Storia, il luogo del reietto e degli scarti, per poter ripensare la nostra impresa e verificare se tra quelle storie scartate non ci sia un’ulteriore possibilità di sviluppo. 

Ivan Illich non intendeva proporre «un uso strumentale della storia, né [di] cercare rifugio in essa: studio il passato per scoprire, nella sua prospettiva, gli assiomi di quella topologia mentale del pensare e sentire che mi si presenta di fronte quando scrivo o parlo. E allorché dal passato ritorno al presente, trovo che la maggioranza degli assiomi costitutivi del mio spazio mentale è tinta con i colori dell’economia». La crisi consegna la possibilità di revocare in dubbio la realtà degli a priori morali e intellettuali della nostra percezione della realtà, quegli elementi che oggi sono talmente familiari da risultare parte indistinta di uno scenario e di un immaginario sociale ormai dato per scontato. La storia apocrifa, nascosta sotto la “storia monumentale”, può assurgere a serbatoio di speranze e di esperienze, attraverso le quali diventa possibile formulare nuovi progetti e inventare pratiche sociali alternative, recuperando possibilità rimosse e antitesi insabbiate. Seguendo Ivan Illich, potremmo sviluppare un’archeologia della storia apocrifa, che rilegga il passato sforzandosi di indagare il terreno su cui ci si è mossi e il cielo delle idee in cui ci si è librati (o si è creduto di librarsi) finora, nel tentativo di rivalutare il residuale, il potenziale e l’inadempiuto. Nel momento in cui siamo obbligati a riconvertire la prassi e a riformulare il progetto di civiltà, la capacità di riattualizzare soluzioni scartate, alternative che potrebbero essere oggi fruttuose, si rivela preziosa. Nell’ora del tramonto, tra le stelle spente può nascere una nuova alba.

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