Libertà positiva

Autore

Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino, nato a Napoli nel 1960, dal 1982 al 1987 ha lavorato come operaio presso la SIRAM, assumendo l’incarico di delegato sindacale della Fim Cisl; nel 1987 è entrato a far parte dello staff della Fim Cisl nazionale, prima come Responsabile dell’Ufficio Stampa e dal 2003 come Responsabile della Formazione sindacale. Cura i rapporti con le Università e con l’Associazionismo culturale e sociale con i quali la Fim Cisl è partner nei diversi progetti. Giornalista pubblicista dal 1990. È direttore responsabile della rivista Appunti di cultura e politica. E’ componente del Comitato Direttivo e del Comitato Scientifico dell’Associazione NExT (Nuova Economia per Tutti).

Io so questo: che chi pretende la libertà, poi non sa cosa farsene. 
Pier Paolo Pasolini 

La libertà secondo Amartya Sen, economista e filosofo, è quella condizione che permette a ciascuno di noi di perseguire i suoi obiettivi, cioè di realizzare ciò a cui diamo valore nella nostra esistenza. In altre parole, come egli stesso afferma, la libertà è “la nostra facoltà di scegliere lo stile di vita che desideriamo e di realizzare i fini che vogliamo promuovere (…) la libertà della persona di fare o essere ciò che ritiene valga la pena di fare o essere”1. Per conseguire un tale stato di benessere, secondo il premio Nobel per l’economia, non è sufficiente disporre di mezzi e risorse, ma a tal fine è fondamentale possedere  quelle “capacità” per trasformare il capitale di dotazioni a disposizione nei risultati desiderati.  

Sen chiama in causa le condizioni per l’esercizio effettivo della libertà: quella da ogni condizionamento economico e materiale – la libertà da – ma soprattutto la libertà di poter esprimere ciascuno la propria soggettività nel realizzare l’esistenza secondo un disegno e un percorso scelti. Distinguendosi dalle posizioni “utilitariste” espresse dal filosofo statunitense John Rawls , Sen afferma che “l’approccio delle capacità punta soprattutto a correggere questa enfasi sui mezzi  anziché sull’opportunità di realizzare i fini prefissati e sulla libertà necessaria per farlo”2. Tali capacità, secondo la filosofa Martha Nussbaum – che ha indicato a suo avviso quelle prioritarie: vita, salute fisica, integrità fisica, uso dei sensi dell’immaginazione e del pensiero, uso dei sentimenti, uso della ragione pratica, rispetto delle forme di appartenenza, relazione con le altre specie, gioco, controllo del proprio ambiente politico e materiale 3– devono trovare anche il sostegno delle politiche pubbliche, per poter essere individualmente agite. Esse rappresentano anche la strada maestra per assicurare i diritti, ossia “ciò che le persone sono realmente in grado di fare e di essere, avendo come modello l’idea intuitiva di una vita che sia degna della dignità ” 4.  

Il pensiero di Amartya Sen che vede nell’espansione della libertà degli esseri umani la cifra reale dello sviluppo e la possibilità di coniugare l’uguaglianza con le differenze, tende anche a ricomporre le dimensioni negativa e positiva della libertà: la prima si dà quando vi è un’assenza di interferenze e di barriere, la seconda quando si ha il potere di scegliere e di agire, e perciò di autodeterminarsi. Resta aperta tuttavia la questione, posta da diversi filosofi della politica nel ‘900, da Norberto Bobbio e in particolare da Isaiah Berlin, su quale relazione possa esservi tra questi due significati della libertà, e se siano tra essi compatibili. E soprattutto in quale modo è possibile superare quell’idea di libertà (negativa) che crescerebbe automaticamente al diminuire delle interferenze, oppure quella (positiva) che considera l’individuo come origine della sua stessa libertà. Scrive in proposito il filosofo G. Seddone: “l’approccio negativo sostiene che le condizioni della libertà non possono risiedere esclusivamente nell’individuo ma devono anche ritrovarsi nel contesto sociale, legale e relazionale in cui si opera.(…). La versione positiva pone l’accento sull’autonomia, sulla capacità di essere cioè nelle condizioni di rendere espliciti dei principî pratici che, in quanto emanati dall’agente stesso, lo rendono libero”5.  

Trasportata ai giorni nostri, la questione della libertà ci restituisce un nodo tragico da sciogliere, che è quello della libertà e capacità di scegliere, di decidere di sé, che fa i conti con il percorso faticoso della ricerca e conoscenza di sé, dei propri desideri, progetti, aspettative,  a fronte di un’offerta di possibilità infinite che il mercato propone. In questo senso, la libertà di scelta, mantra di quest’epoca, “diviene cruciale e critica nella dilatazione dei possibili tipica della tarda modernità, nell’eccesso di possibilità rispetto alle effettive capacità di azione individuale (…); nella società mediatizzata il confine tra reale e irreale è divenuto una membrana la cui inconsistenza, spesso, confonde la facoltà di discernimento tra ciò che è realizzabile e ciò che è inattuabile”6. L’Infosfera nella quale siamo immersi, può  addirittura creare un’offerta capace di coincidere sempre più con il nostro desiderio; un desiderio artificiale, “mimetico”,  imitativo degli altri, omologante. Come scrive in proposito U. Morelli, “le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono diventate forze ambientali, antropologiche, sociali e interpretative. Esse creano e forgiano la nostra realtà fisica e intellettuale, modificano la nostra autocomprensione, cambiano il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con noi stessi…”7.  

La fatica di essere se stessi, come la chiamerebbe Alain Erhenberger, rischia di diventare una patologia della libertà, e quindi un’esistenza mancata, quando il soggetto smarrisce la sua strada progettuale per ricadere nel già dato, in preda a una rassicurante forza dell’abitudine. Ripartendo dal pensiero di Sen, e dalle sollecitazioni della filosofia politica, ma tenendo conto delle emergenze del nostro tempo, possiamo riconnettere e fecondare libertà negativa e libertà positiva attraverso la semina consapevole di “interferenze” educative e relazionali. La libertà di scelta, lungi dalla declinazione liberista e individualista  cui abbiamo assistito in questi decenni, esige infatti un recupero del senso e dell’orizzonte esistenziale, da un lato, e di una condivisione intersoggettiva dei percorsi, dall’altro. Per vivere in libertà, bisogna imparare a scegliere con consapevolezza, acquisendo una capacità-madre, nella scia del capabilities approach di Sen-Nussbaum, e che oggi è quella di “apprendere ad apprendere”8. E’ il tempo della terza educazione, finalizzata alla comprensione della precarietà e del limite della condizione umana e del pianeta che la ospita, e perciò alla rielaborazione delle esperienze, e alla maturazione di criteri adeguati e di responsabilità nelle scelte. Un’educazione fondata nella dimensione relazionale, emotivo-affettiva, condizione di ogni apprendimento; nella cura dei sentimenti e dell’interiorità, e nella tensione, nel dialogo, nella connessione continui tra mondo interno di ciascuno e mondo esterno: imparare come si fa a scegliere quello che è utile per pensare, partecipare, confliggere, negoziare, fare proposte innovative. Come sottolinea in proposito E. Fellin, “quando si parla di educazione non si intende solo quella che pratichiamo nella crescita dei figli e dei bambini, ma la capacità di tirar fuori il meglio da noi tutti. Può infatti svolgere una funzione di particolare rilievo per favorire trasformazioni negli orientamenti e nei comportamenti….”9.  

Un secondo aspetto imprescindibile per vivere in libertà, è la scoperta dell’importanza della dipendenza, ma di una dipendenza emancipativa, perché conflittuale, cooperativa, corresponsabilizzante, co-educativa, che è contenuta fisiologicamente nell’intersoggettività che ci costituisce e ci individua. Solo la relazione con l’altro può restituirci una parte significativa di verità su noi stessi e sul pianeta che ci accoglie: l’altro è il termine irrinunciabile per la costruzione di sé di ciascuno di noi, dello svelamento del progetto esistenziale, e perciò anche la causa principale della libertà di poter esprimere sé stessi. Infatti, “se la ricerca del sé ha qualche possibilità di incontrare un punto in cui rinfrancarsi è presso l’altro: un altro solidale e amoroso che ci riconosce nel doppio senso di attribuirci una dignità essenziale e di farci sentire compresi, premettendoci un ancoraggio emotivo e intellettuale che ci dà il senso di una presenza fatta di relazioni meno evanescenti delle nostre incerte investigazioni sul sé”10. Le sfide della libertà si ripropongono anche in questo tempo inedito, segnato dal cosiddetto capitalismo della sorveglianza e dalla tirannia dell’algoritmo, e col pianeta provato dalla pandemia. Rispondere insieme, co-educandosi e co-progettando la casa comune, nel rispetto della biodiversità, consapevoli che siamo una comunità di destino, come amerebbe dire Edgar Morin, sarebbe un segnale forte verso la riacquisizione della sovranità della ragione politica su quella economica e finanziaria, e della ragione poetica su quella contabile: sarebbe un modo per dare un nome al mondo, secondo la bella espressione del grande pedagogista e educatore brasiliano Paulo Freire, che dell’educazione ha fatto una pratica della libertà11

1 A. Sen, L’idea di giustizia, Arnoldo Mondadori Editore, 2010
2 Ibidem
3 M. Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, Il Mulino, 2002 
4 M. Nussbaum, Diventare persone, Il Mulino, 2001 
5 G. Seddone, Libertà negativa e libertà positiva, www.filosofia.it, 2017 
6 P.L. Birindelli, Sé. Concetti e pratiche, Aracne editrice, 2008
7 U. Morelli, Eppur si crea, Città Nuova, 2018
8 U. Morelli, Empatie Ritrovate, Edizioni San Paolo, 2020 
9 E. Fellin, Andare oltre le pari opportunità per una nuova civiltà delle relazioni, Persone&Conoscenze, n.148/2020
10 P. Jedloswky, Storie comuni. La narrazione della vita quotidiana, Bruno Mondadori
11 P. Freire, L’essenza dell’educazione come pratica di libertà, tratto da Animazione Sociale, Gennaio 1998 

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