Libertà, violenza, dipendenza

Autore

Emanuela Fellin
Emanuela Fellin, pedagogista clinica, svolge la sua attività professionale, di studio, ricerca e consulenza per lo sviluppo individuale, sia con l’infanzia e l’adolescenza, che con gli adulti. Si occupa di interventi con i gruppi e le organizzazioni per la formazione e lo sviluppo dell’apprendimento e della motivazione. L’impegno di studio e applicazione è rivolto agli interventi nei contesti critici dell’educazione contemporanea, sia istituzionali che scolastici. Le tematiche principali di interesse vertono sui concetti di vivibilità, ambiente, cura e apprendimento. I metodi utilizzati sono quelli propri della ricerca-intervento e della consulenza al ruolo per lo sviluppo individuale e il sostegno alle dinamiche dei gruppi e delle organizzazioni.

Dobbiamo aggiornare le categorie con cui interpretiamo i fenomeni più importanti della nostra esperienza. È questo un compito di particolare impegno e non certo facile da risolvere. Nel momento in cui ci si domanda, ad esempio, che rapporto ci sia tra la libertà e la violenza si forma immediatamente nella mente un triangolo ai cui vertici si situano la libertà e la violenza, appunto, insieme alla dipendenza. Nella tradizione e nell’uso quotidiano del linguaggio non è difficile accorgersi che mentre la parola libertà gode di una fama positiva fino a un suo uso ideologico e spesso vuoto, le parole violenza e dipendenza hanno invece una connotazione negativa, spesso ancor prima di pensarci e di riflettere sulle loro implicazioni. Ora, una domanda che è possibile farsi è se sia possibile praticare la libertà nelle sue molteplici forme ed espressioni senza violare in qualche modo la libertà degli altri, o almeno di qualcun altro, la sua e la loro autonomia, e, soprattutto, senza riconoscere che la libertà agibile effettivamente si situa sempre all’interno di una dipendenza dal riconoscimento che gli altri opereranno delle nostre aspettative di essere liberi. È soprattutto importante chiedersi se la libertà non emerga proprio nel margine che si stabilisce tra l’autonomia e la dipendenza, tra io e altro, tra l’approssimazione e anche l’ibridazione che ne definisce lo spazio effettivamente agibile. L’intreccio fra questi fattori sembra valere per ogni tipo di relazione, da quelle più lasche fino alle relazioni con la massima carica emozionale e affettiva, come sono le relazioni d’amore. Siamo sempre nella condizione di cercare il punto d’equilibrio tra la nostra autonomia e la possibilità di esprimerla in libertà; il fatto che per farlo, siccome ci rivolgiamo sempre a qualcuno, opereremo comunque una qualche violazione del suo spazio; e da ultimo la constatazione che quell’azione, il suo senso e il suo significato, dipenderanno comunque dalla considerazione positiva o critica, da parte dell’altro, di ciò che stiamo facendo. A reggere questa dinamica è soprattutto la nostra naturale intersoggettività. Si mostra impossibile per degli esseri che si individuano nell’intersoggettività prescindere dal riconoscimento e quindi dalla dipendenza reciproca che c’è fra riconoscente e riconosciuto, fra l’ospitare l’altro e rimanere se stessi, almeno in parte tutori e difensori della propria autonomia. L’aspetto forse più significativo di questa analisi riguarda il tema della violazione. Questa parola ha la stessa radice della parola violenza, ma la seconda parola si presenta da un punto di vista semantico capace di indicare qualcosa di più grave di quanto non accada quando usiamo la prima parola. Eppure, violare è comunque esercitare una forma di violenza nei confronti dell’altro, della sua posizione, del suo pensiero, del suo spazio vitale. Ciò vale anche quando alla base vi sia una disposizione massimamente orientata all’altro per ragioni che possono essere affettive, di amicizia o di amore. Allora forse è accogliendo la dipendenza che ogni libertà implica e persino elaborando efficacemente quel tanto di violazione necessaria per praticarla che possiamo riconoscere il volto effettivo dell’essere liberi. Ne derivano due considerazioni. La prima è che solo attraversandola, l’esperienza di libertà si presenta e si configura . Vale in questo caso come in pochi altri il verso del grande poeta Robert Frost : “The best way out is always through”. Ogni evitamento di questa complessità si traduce sempre in una scappatoia, una scorciatoia, un rinvio o addirittura una negazione. È necessario, perciò, non avere l’ossessione della depurazione parlando di libertà, e accogliere la mediazione necessaria per viverla e sperimentarla. Non il compromesso che si presenta con una pretesa di conclusione della dinamica, ma la mediazione che ha la caratteristica di tenere aperto il gioco e la ricerca verso la libertà. Ogni sistema totalitario, in quanto negazione e perdita della libertà, ha infatti sempre l’ossessione della depurazione e della purezza. La seconda considerazione riguarda una constatazione esperienziale di particolare importanza emergente da ogni buon esame di realtà: essendo esseri intersoggettivi coinvolti in processi di modulazione intenzionale con gli altri, e in quanto tali capaci di esprimersi e di divenire se stessi, la libertà per noi non è un fatto singolo o individuale: noi possiamo essere liberi solo con un altro e con gli altri. 

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