Io, insegnante di scuola primaria e la pandemia

Autore

Raffaella Moscaritolo
Biologa e insegnante di scuola primaria

Non ci sono soluzioni prestabilite, ma ci devono essere la ricerca costante di vie percorribili e la capacità nella gestione delle situazioni che ogni giorno si creano nel fare scuola. 

E’ luogo comune dire, insegnare è una missione, in effetti quando inizi questa professione, ti rendi conto che è proprio così. Percepisci da subito che non è semplice come sembra, perché non ti viene chiesto di trasmettere sterilmente delle conoscenze, ma devi identificare innanzitutto da subito le necessità individuali di apprendimento dei tuoi alunni, rispondere tempestivamente alle loro diverse esigenze e aiutarli fornendo la giusta assistenza. Come si vede devono entrare in gioco tante dinamiche capaci di creare una simbiosi tra docente e discente.  

Oggi gli alunni hanno una miriade di agenzie formative a cui attingere informazioni di ogni genere, e tu docente devi saper catturare il loro interesse e coinvolgerli in quel processo di apprendimento con strategie valide, creando un clima sereno e accattivante. 

Certo non ci sono soluzioni prestabilite, ma ci devono essere la ricerca costante di vie percorribili e la capacità nella gestione delle situazioni che ogni giorno si creano nel fare scuola. 

Ti rendi conto da subito che, la responsabilità e la professionalità devono divenire le parole chiave del tuo agire, uniti all’impegno personale, alla passione per il tuo lavoro, alla vocazione per l’insegnamento . 

Durante il dipanarsi di questa professione, devi non commettere errori, tutte le decisioni che prendi e le modalità di relazione con gli allievi devono essere all’insegna della correttezza e trasparenza. Devi saper essere complice dei tuoi discenti e per poter guadagnare la massima fiducia, devi saperli prendere per mano e divenire la loro guida, offrendo loro tutti gli strumenti necessari per vivere in un mondo così complesso come persone consapevoli, responsabili, critiche e partecipi. 

Allora capisci quanto è oneroso il fardello che ti viene assegnato ad ogni inizio di anno scolastico e quanta fatica devi mettere in atto per poter riuscire nel tuo progetto. 

Se sei nel giusto, se cioè stai svolgendo al meglio il tuo compito, te lo dicono loro, i tuoi alunni, quando ti dicono: “Già è finita l’ora, possiamo restare ancora un po’?”, quando, anche in questo periodo della DAD, sono pronti mezz’ora prima per entrare in aula e iniziare il lavoro, quando ti dimostrano il loro affetto e la loro riconoscenza in qualsiasi momento, quando, a distanza di anni incrociando i loro sguardi maturi, ti corrono incontro per abbracciarti. 

Al di là del riconoscimento economico che viene elargito agli insegnanti, è il riconoscimento affettivo che sprona ognuno di noi ogni giorno ad andare avanti, ad entrare tutte le mattine in aula e a svolgere con tanta abnegazione il proprio ruolo, a mantenere alto l’impegno a formare le nuove generazioni e a fare in modo che abbiano una mente pensante.  

E adesso che improvvisamente tutto è cambiato con la crisi pandemica, le nostre certezze sono crollate, ci ritroviamo chiusi in casa, con l‘unico bisogno di difenderci da questo nemico invisibile, fragili, indifesi, ansiosi e apprensivi, alle prese con un’emergenza sanitaria, sociale, scolastica e psicologica. 

In questo quadro allarmante, per quanto riguarda la scuola, la pandemia ha creato sì altri problemi, ma ha disvelato problematiche già esistenti, sulle quali già da anni si discuteva.  Le contraddizioni di fondo emerse in questo periodo che possono essere annoverate sono la disparità sociale, la non garanzia del diritto all’istruzione uguale per tutti, vuoi per la copertura della rete internet deficitaria su molti territori, vuoi per l’impreparazione di molti docenti all’utilizzo della tecnologia per fini didattici, la scuola che non può essere didattica a distanza, perché viene a mancare il rapporto umano, empatico, basato sull’intelligenza emotiva dei dicenti e allievi. 

Noi docenti siamo stati chiamati   allora a fare un altro adeguamento della nostra azione, a fare “didattica dell’emergenza” e ci siamo ritrovati a realizzare percorsi formativi che andassero più verso il sostegno emotivo che non verso quello didattico-pedagogico. Questo perché agli alunni più piccoli è venuta meno quell’interazione fondamentale con i propri insegnanti, in molti di loro abbiamo percepito una diminuzione della capacità di concentrazione e un crollo della propria autostima. Sono stati molti i momenti in cui abbiamo dovuto far sentire forte la nostra presenza, ascoltandoli, parlando con loro, realizzando percorsi educativi e formativi di sostegno. 

Personalmente devo riconoscere che, in questo periodo, per la prima volta, la cooperazione fra docenti e famiglie è stata proficua, la collaborazione continua e, insieme si è riusciti ad instaurare un vero dialogo educativo. 

Le considerazioni negative sulla “didattica dell’emergenza” ci rimandano alla necessità di una scuola in presenza, naturalmente con tutte le misure che l’emergenza richiede, dove la dimensione corporea riprenda il proprio posto insieme alla partecipazione attiva di tutti. 

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