Giovani ed estero: farsi stranieri

Autore

Silvia Conti
Classe 1995, è dottoranda in Filosofia Morale presso l’Università LUMSA. Attualmente impegnata in un progetto di ricerca relativo a La libertà come pellegrinaggio morale. Una lettura critica dell’opera di Iris Murdoch, lavora in cotutela con l’Institut Catholique de Paris. Ha conseguito una laurea magistrale in Scienze Filosofiche presso l’ateneo di Padova con una tesi sul tema dell’etica ricostruttiva di Jean-Marc Ferry, condotta sotto supervisione del Prof. Da Re. Precedentemente aveva affrontato e dedicato l’elaborato triennale al rapporto tra amore e giustizia in Emmanuel Lévinas.

Abbiamo chiesto ad una giovane dottoranda, attualmente impegnata in un lavoro di ricerca svolto in cotutela sui due fronti di Italia e Francia, di raccontarci che cosa significa per lei vivere e studiare fuori confine e sviluppare una breve riflessione circa il tema giovani-estero.

Gli ultimi dati di Almalaurea, Consorzio Interuniversitario impegnato nel censimento della condizione occupazionale dei laureati e nel monitoraggio dei percorsi di studio degli studenti universitari, attestano che l’11,3% dei laureati nel 2020 ha maturato un’esperienza di studio all’estero. Si tratta di una percentuale in lenta e graduale crescita (i laureati andati all’estero nel 2010 erano l’8,7%), il cui valore statistico ha una certa rilevanza, che tuttavia sembra necessario problematizzare in modo ulteriore. Come accade nel caso di ogni indagine statistica, anche i report condotti da Almalaurea non mirano ad una raccolta dati muta e asettica, ma al perseguimento di una precisa finalità, corroborata dal carattere epidittico-dimostrativo della ricerca: caldeggiare l’esperienza di studio all’estero, “ancora oggi troppo poco diffusa”, alla luce del significativo incremento (+14,4%) delle “probabilità di trovare lavoro a un anno dal titolo” che essa garantisce.
L’inconfutabilità dei dati numerici esposti restituisce la condizione piuttosto nota e discussa di molti giovani che, valigia alla mano, scelgono di partire per accrescere le loro prospettive occupazionali. L’internazionalità figura tra i criteri che meglio restituiscono garanzia di credibilità, affidabilità e competenza al proprio profilo professionale, una voce che ha il peso dell’imprescindibile nel caso di carriere in ambito accademico e di ricerca. Assistiamo ad una progressiva capitalizzazione delle esperienze e delle particolarità individuali, all’infittirsi di una retorica delle skills e delle competenze che, funzionale alla logica della produzione, svilisce l’autentico di certi vissuti. Così accade che la densa complessità di trascorsi di studio e di ricerca all’estero sia recepita, con disarmante superficialità, al pari di una spunta sui curricula. Interrogarsi sull’effettiva autorevolezza che deriva da soggiorni didattici all’estero richiede un più approfondito lavoro di scavo, l’assunzione di una differente postura, quale quella di chi si fa palombaro e non teme l’immersione zetetica.
Nel momento in cui evochiamo alla mente l’immagine di un giovane spaurito, carico del suo armamentario da spedizione, riscopriamo una figura familiare, piuttosto trasversale, che tradizionalmente abbiamo associato all’essere umano in ricerca e in formazione: il viaggiatore, il pellegrino, il viandante. Si tratta di soggetti che spesso assumono la caratura del personaggio romanzesco e proiettano attorno a sé l’aura del rocambolesco. Ripercorrendo mentalmente i nostri letterari e più cari Don Chisciotte, Julien Sorel e Jane Eyre, assaporiamo la dimensione doppia e ambivalente dell’avventura, la polare dialettica tra noto e ignoto, tra congedo e scoperta. Ci troviamo catapultati nella dimensione di quei ragazzi che, percorrendo omologati e spersonalizzanti corridoi aeroportuali, intraprendono l’esperienza del farsi straniero, del vivere un precario equilibrismo tra due mondi, il proprio e quello altrui da esplorare.
La duplicità che abita la condizione dello straniero è stata oggetto di studi approfonditi in una pluralità di ambiti e vanta una storia piuttosto ricca. Soffermandosi brevemente sul termine straniero, pare obbligato il riferimento alle osservazioni di Benveniste secondo il quale “le nozioni di nemico, di straniero, di ospite, che per noi formano tre unità distinte – semantiche e giuridiche – presentano strette connessioni nelle lingue indoeuropee antiche”. Il termine latino hostis restituisce al meglio l’antinomia insita nell’etimo dello straniero: se nel latino arcaico, come testimonia Cicerone in un passo del De officiis, la nozione indicava primariamente l’ospite, colui nei confronti del quale vigeva un vincolo irrecusabile di accoglienza, cura e protezione, nel I secolo a.C. il vocabolo muta radicalmente accezione e viene ad identificare il nemico pubblico, colui che, in ottica belligerante e antagonistica, è esterno e avverso alla civitas romana.
Le coordinate linguistiche tracciate non sono da intendere alla stregua di un vezzo d’erudizione: esse rendono ragione del nostro modo di parlare e, più profondamente, di pensare, poiché recano su di sé la traccia delle nostre radici concettuali. Riflettere sulla condizione di chi sceglie di soggiornare all’estero significa tornare a considerare la sua identità in situazione, l’essere straniero che originariamente designa l’orizzonte dell’alterità, l’essere differente secondo l’ambivalente connotazione dell’ospite e del nemico pubblico, del nuovo da accogliere e del minaccioso da respingere. Essere altro, in quanto esterni alla comunità politica (e in certa misura alla comunità culturale e sociale), significa esibire un resto, un’eccedenza che può risultare ad un tempo affascinante e spaesante, attraente e intimidatoria.
L’aspetto che è qui fondamentale porre in rilievo inerisce al fatto che della dinamica doppia di accoglienza e rifiuto partecipano contemporaneamente lo straniero e “l’autoctono”: entrambi abitano lo spazio dicotomico dell’accettazione e della diffidenza, l’uno e l’altro vivono sincronicamente la scelta dell’assenso o del diniego all’ospitalità e all’abitare. Si evidenzia in tal modo un tratto costitutivo dell’umano, un aspetto innegabile ed imprescindibile relativo alla struttura della nostra coscienza: siamo esseri in relazione, restituiti a noi stessi e donati all’altro nella relazione. In altri termini, il soggetto si fa tale e diviene realmente se stesso solo nel momento in cui l’altro, lo straniero, lo abita e lo libera dalla tirannia miope ed egoistica del suo io. Solamente nel lasciarsi disturbare dall’irruzione del differente siamo finalmente emancipati dalla chiusura narcisistica del nostro io.
Se si dovesse, in ultima analisi, provare a dare risposta all’interrogativo, banalizzato e abusato, del perché studiare e formarsi all’estero, del perché lasciare tutto e immergersi in un altro contesto, un parere, che volesse risultare parzialmente credibile e non eccessivamente retorico, sarebbe forse da ricercarsi, come si è tentato di fare, nel nostro apparato lessicale: in esso sono racchiuse le nostre latenti e più radicate concezioni, che abbiamo il dovere di ricercare e svelare. Abitare l’estero come stranieri significa massimizzare la dimensione dell’extra che ci costituisce e rende pienamente noi stessi, farsi carico in modo estremo e culminante della differenza che permette di schiudere la nostra identità al di là di ogni egoismo. Richiamando le parole di una grande filosofa e romanziera contemporanea, Iris Murdoch, si potrebbe dire che partire, studiare, vivere e conoscere un altro orizzonte socioculturale è uno tra i tanti e supremi esercizi di attenzione utili a decentrarci, a fuoriuscire dalle nostre ansie egocentrate e illusioni consolatorie. Farsi stranieri significa vivere “la direzione dell’attenzione […] rivolta all’esterno, lontano dall’io che riduce tutto a falsa unità, verso la grande, sorprendente varietà del mondo”.

¹ Per i dati riportati nel paragrafo cfr. www.almalaurea.it

² É. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, tr. it. Einaudi, Torino 1976, vol. 1, p. 69.

³ Per quanto detto e ulteriori approfondimenti sul tema si veda U. Curi, Straniero, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010.

⁴ Si veda in proposito S. Biancu, Il massimo necessario. L’etica alla prova dell’amore, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 75-88.

⁵ I. Murdoch, Su «Dio e il «Bene» (1969), saggio contenuto in La sovranità del bene, tr. it. e introd. di G. Di Biase, Carabba Editore, Lanciano 2005, p. 122.

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