Inopportunità

Autore

R. L.
Trentino, classe 1994, si è laureato triennale presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi in Filosofia antica. Spostatosi all’Ateneo di Trento, ha completato a marzo 2020 la laurea magistrale in Filosofia e linguaggi della modernità presentando il lavoro “«Nulla al ver traendo». Nichilismo, poesia e morale in Leopardi». Attualmente impegnato in un progetto di servizio civile nel settore della cultura. Da sempre attivo nella rete di volontariato sociale del suo paese.

Mi sono laureato all’inizio della pandemia, a marzo 2020. Non so se questo possa essere considerato il “peccato originale” della situazione in cui mi trovo ora, ma certamente, tra tanti fattori che possono essere individuati, esso merita un posto saliente.

Nonostante il periodo tragicamente inedito, ero fiducioso nel futuro (la stessa pandemia, nei primi tempi, sembrava doversi esaurire nel giro di qualche mese). Sapevo che con la laurea che avevo conseguito la strada sarebbe comunque stata in salita, ma questo non mi spaventava: venga pure la salita, purché si possa, un passo alla volta, camminare!

Un po’ alla volta, tuttavia, questa fiducia veniva sempre più attaccata dalla situazione in generale e dalle risposte che volta per volta ottenevo: dapprima l’annuale iniziativa dell’Ateneo in cui mi sono laureato, che mira a mettere in contatto giovani laureati e aziende del territorio, svolta in modalità online si è rivelata un’opportunità mancata, in cui era difficile per noi partecipanti farci conoscere o suscitare qualche impressione incisiva sui potenziali datori di lavoro.

L’arrivo, subito dopo, della stagione estiva con le sue forse troppo spavalde riaperture, mi ha costretto a prestare la mia collaborazione con l’azienda di famiglia, operante nel settore turistico e pertanto messa in difficoltà dalla situazione presente. L’azienda, da cui ho sempre desiderato di “smarcarmi”, e che a ogni occasione sembra volermi inghiottire.

Finita l’estate, con l’avvento delle zone “colorate” e delle nuove restrizioni, ho ripreso a cercare attivamente lavoro, ricevendo tuttavia risposte davvero scoraggianti. Il cielo si è fatto sempre più fosco, la strada in salita sembrava sempre di più un muro. La scarsità di offerta, dettata dal clima comprensibilmente incerto e per molte aziende sofferente di quei mesi, la difficoltà ad ottenere anche solo un colloquio: ad ogni porta che si chiudeva mi sono sentito sempre più demoralizzato e infine quasi inerme di fronte a una situazione che sembrava non offrire spiragli.

Tutto ciò si è protratto fino a primavera inoltrata, quando ho ottenuto un posto in un progetto di servizio civile: una bella boccata d’aria, la via di uscita da una inattività forzata e avvilente che sembrava dover lasciare il posto solamente all’ennesima stagione in albergo. L’occasione di sperimentarmi in un settore in cui – ne ho avuto la conferma – sarebbe per me davvero gratificante trovare un’occupazione.

Tuttavia ora anche questa felice “finestra” sta andando ad esaurirsi e ho paura di scivolare di nuovo nella situazione di prima: una mia candidatura per una posizione in cui erano richieste precisamente le competenze che io ho maturato in questi ultimi mesi non è stata presa in considerazione, e in quest’ambito le occasioni restano davvero poche.

Fino alla laurea, sono sempre stato una persona abbastanza proiettata al futuro: mi piace impegnarmi in piccoli e grandi progetti e seguirne passo passo la realizzazione. La cosa più snervante della mia situazione attuale la individuo proprio in questo: la grandissima difficoltà, una volta delineato un progetto, di individuare i passi, anche piccoli, ma che un po’ alla volta mi avvicinino in maniera percettibile al conseguimento della meta. Un po’ come essere sul fondo di un canyon, con le pareti umide e scivolose: hai chiaro dove vuoi arrivare, ma non riesci a immaginare una strada percorribile per avvicinarti. E devo sforzarmi sempre di più per non appiattirmi sul presente, per non rinunciare a guardare al futuro, visto che quello sguardo causa sempre più frustrazione.

Che poi io ceda o meno a questo appiattimento, non posso certo sottrarmi alla consapevolezza – comune a tutti, beninteso – del tempo che scorre, la quale prontamente si affaccia alla mia coscienza. La consapevolezza angosciosa che il titolo di studio conseguito di anno in anno “invecchia” e ti fa diventare meno appetibile per un potenziale datore di lavoro, e l’urgenza sempre più cogente data dall’età di trovare una certa indipendenza economica, attraverso la quale sganciarsi sia dall’azienda familiare, sia dalla casa dei genitori, e sulla quale pian pianino poter almeno gettare le basi di progetti di vita più ambiziosi e grandi, come quello di una famiglia ad esempio.

L’acqua del torrente, per recuperare la metafora utilizzata sopra, non mi dà pace: è gelida, e il suo livello, un po’ alla volta, sale. Lentamente, ma inesorabilmente.

Questa è la condizione in cui mi trovo ora. Non è mia intenzione proporla come caso paradigmatico nella sua interezza, ma nei suoi tratti principali ho avuto modo di riscontrarla in quello che ho ascoltato da diversi miei coetanei. Ritengo che un po’ di smarrimento alla fine di un percorso di studi o comunque al momento di confrontarsi con la ricerca del lavoro sia fisiologico e anche positivo, in quanto aiuta a commisurare alla realtà le proprie aspettative, ridimensionandole se necessarie o immaginando soluzioni concrete e percorribili per raggiungerle. Ma credo che il ristagno in questa situazione, che trasforma lo smarrimento in scoraggiamento, possa diventare un rischio grande per tanti giovani, e anche un’opportunità mancata per la società, che in qualche modo rinuncia a impiegare risorse che si trovano negli anni del maggior vigore e entusiasmo.

Concludo invocando la clemenza del lettore: mi rendo conto che questo testo possa sembrare in alcuni passaggi il tentativo di imputare “alla situazione generale” ogni responsabilità, anche quelle che, ad ogni buon conto, ricadono certamente su chi in questa situazione si trova, pagando lo scotto non solo di un presente inopportuno, ma certamente anche di alcune scelte non troppo azzeccate e di qualche occasione che non si era pronti ad afferrare.

Mi preme quindi sottolineare come tutto questo sia in realtà distante dall’intento di queste righe: esse non vogliono in alcun modo essere un’apologia o un’autocommiserazione. Piuttosto, si è voluto fare lo sforzo, si spera non inutile, di descrivere da un punto di vista “interno” una situazione in questo nostro presente diffusa tra diversi giovani: chissà che non possa aiutare chi la vive a immaginare strade nuove.

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