La volgarità dello “sviluppo” secondo Ivan Illich

Autore

Alessandro Picone
nato ad Avellino 25 anni fa, ha conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino discutendo una tesi in Filosofia della Storia su "Ivan Illich. Un pensatore ai limiti" con relatore Enrico Donaggio. In precedenza aveva conseguito la laurea triennale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Firenze con una tesi in Filosofia Teoretica su "L'insondabile profondità: la questione dell'identità personale tra Locke e Leibniz", relatrice Roberta Lanfredini.

Con il suo tipico stile provocatorio, capace di animare il dibattito e veicolare idee sovversive, Ivan Illich ha spesso fatto un uso strategico della volgarità: «Cerco di capire – confidò a David Cayley – come utilizzare il linguaggio ordinario in quel modo sottilmente osceno che fa vedere a una persona qualcosa di nuovo senza che sappia esattamente il perché». La sua spietatezza discorsiva è pensata come supporto di un intransigente realismo politico e, al contempo, come apripista per un ragionato pensiero dell’alternativa. Non si tratta di un gusto per l’osceno fine a se stesso, ma piuttosto di una precisa strategia espressiva finalizzata a problematizzare la realtà sociale gettando su di essa una luce critica, per smascherare un altro tipo di volgarità, ben più insidioso: la retorica dello “sviluppo”, attraverso cui si è spesso legittimato lo spirito di “benevolo” espansionismo delle superpotenze capitaliste.

Vuol dire denunciare la volgarizzazione, la corruzione e la militarizzazione del messaggio di solidarietà, sottolineando l’ipocrisia con cui esortatori di guerra, eccitatori del male e promotori di rovina riescono a conciliare “pastorale e spada”; usando i più nobili ideali come comodo paravento per nascondere le reali motivazioni e l’interesse particolare – sviluppo a parole, guadagno ed egemonia nell’intenzione. Dietro quell’imperialismo ammantato di buoni sentimenti, tanto più ipocrita e volgare quanto più si maschera da “progresso” avanzando con ideologico passo da gigante promettendo apparenti miracoli economici, Illich scorge una profonda ambiguità: una specifica filosofia della storia capace di trasformare lo stile di vita capitalistico in una religione, che chiunque non voglia morire di spada o di napalm deve abbracciare.

Ciò che Illich mette a nudo è la volgarità del concetto di “sviluppo”, erede diretto di quella nozione settecentesca di progresso storico che fu in grado di giustificare il colonialismo e la classificazione razziale dei tipi umani. Questo dispositivo concettuale, che ordina e temporalizza un allargato campo geografico dell’esperienza, alberga dentro di sé una filosofia della storia che produce un’assiologia tra ciò che è sviluppato e ciò che è residuale, tale per cui i vettori temporali della democratizzazione, dell’atomizzazione e del livellamento possono essere algebricamente marcati con il segno positivo del progresso o quello negativo della decadenza. Il progresso storico unilineare permette così di misurare a quale grado di civiltà (occidentale) vengono a trovarsi popolazioni con storie diverse da quella europea, giustificando il dominio di chi viene rappresentato più in basso. Come fece il funzionario della “Compagnia delle Indie”, J. S. Mill, nei confronti di stati arretrati (“backward”) della società popolati da razze minorenni (“nonage”). Come avvenne con l’idea occidentale dello “sviluppo”, ben rappresentata dalla “teoria generale della modernizzazione” di Walt W. Rostow formulata in The Stages of Economic Growth (1960) che, riproponendo la vecchia idea degli stadi di sviluppo che ciascuna società (ciascun paese, ciascun popolo) deve necessariamente percorrere, inquadrava le società “sottosviluppate” come società arretrare e primitive, che non hanno ancora cominciato a salire lungo la scala dello sviluppo. Come avviene quotidianamente quando ci si rivolge a un migrante con il registro della seconda persona generalmente riservata ai bambini: un razzismo quotidiano che non necessita di sovrastrutture biologiche e positiviste, ma che si alimenta alla fonte di una comune concezione progressiva della storia.

È nel discorso inaugurale tenuto dal presidente Truman il 20 gennaio 1949 che questa nozione di “sviluppo” ha trovato la sua formulazione programmatica. I primi due punti del discorso ribadivano il sostegno degli Stati Uniti all’ONU e l’impegno per la ricostruzione europea, per la quale era già stato varato l’European recovery program, più noto come Piano Marshall: «In primo luogo, noi continueremo a dare fermo sostegno alle Nazioni Unite e alle relative agenzie, e continueremo a cercare modi per rafforzare la loro autorità e ad aumentare la loro efficacia. Crediamo che le Nazioni Unite saranno rafforzate dalle nuove nazioni che si stanno formando nelle terre, avanzando verso l’auto-governo nell’ambito dei principi democratici […]. In secondo luogo, continueremo il nostro programma per la ripresa economica mondiale. Questo significa, innanzitutto, che dobbiamo mantenere il nostro peso dietro il programma europeo per il recupero. Siamo fiduciosi del successo di questa grande impresa nel recupero del mondo». Il terzo punto enunciava la politica del “contenimento del comunismo”, definito nella prima parte del discorso come un “sistema di vita” contrario a quello del “mondo libero” occidentale: «In terzo luogo, si rafforzeranno le nazioni amanti della libertà contro i pericoli di aggressione. Stiamo elaborando, con un certo numero di paesi, un accordo comune che mira a rafforzare la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale».

Se queste posizioni venivano date per scontate, il quarto punto del discorso di Truman rappresentò, secondo i commentatori dell’epoca, una vera sorpresa: «In quarto luogo, dobbiamo avviare un chiaro nuovo programma affinché i vantaggi del nostro progresso scientifico e industriale siano disponibili per il miglioramento e la crescita delle aree sottosviluppate. Più della metà delle persone di questo mondo vive in condizioni prossime alla miseria. Il loro nutrimento è insoddisfacente. Sono vittime di malattie. La loro vita economica è primitiva e stazionaria […]. Il nostro scopo dovrebbe essere quello di aiutare i popoli liberi nel mondo […]. Noi invitiamo gli altri paesi a mettere in comune le loro risorse tecnologiche in questa operazione. I loro contributi saranno accolti clamorosamente. Ciò deve costituire una impresa comune alla quale tutte le nazioni collaborino attraverso le Nazioni Unite e le loro istituzioni specializzate».    

Secondo Gilbert Rist era la prima volta che l’aggettivo “sottosviluppato” compariva in un testo destinato a una simile diffusione: si trattava di un’innovazione terminologica in base alla quale «a partire dal 1949, più di due abitanti del pianeta – il più delle volte a loro insaputa – cambieranno nome, saranno considerati “ufficialmente” tali e quali appaiono allo sguardo dell’altro e si intimerà loro di ricercare l’occidentalizzazione nel dispregio dei propri valori: non saranno più africani, latino-americani o asiatici (per non dire bambara, shona, berberi, quechua, aimara, balinesi o mongoli), ma semplicemente “sottosviluppati”».

In realtà, il termine “sottosviluppo” era già stato impiegato dal cosiddetto darwinismo sociale nell’età dell’imperialismo: sulla base della “teoria della ricapitolazione” haeckeliana, si riteneva infatti che i “selvaggi” fossero meno evoluti dell’uomo bianco e perciò meno sviluppati – proprio nel senso di “meno adulti”, dunque incapaci di autogoverno e bisognosi della tutela dei colonizzatori. Certamente il termine “sottosviluppo” che si afferma con il discorso di Truman fa esclusivo riferimento allo sviluppo economico. L’ascendente del termine, tuttavia, è parecchio imbarazzante.

Questa concezione progressiva e unilineare della storia, che trova nel concetto di “sviluppo” il suo centro, ha legittimato quella “bontà forzata” delle superpotenze capitaliste e quell’imperialismo filantropico grazie al quale era possibile sostituire, per il bene del “paziente”, la maggior parte del suo organismo con organi fabbricati altrove. Non importava se si trattasse di asportargli le mani, le gambe, la schiena e la scatola cranica: il nuovo corpo culturale e istituzionale entro il quale il “paziente” avrebbe condotto una felice e sana esistenza occidentale avrebbe ripagato il prezzo di una salvezza eterodiretta.

Per caratterizzare analiticamente la distruzione delle sfere comunitarie e la loro trasformazione in risorse utili per la produzione di merci, Illich conia il concetto di “disvalore”, che designa la degradazione delle capacità di generare valori d’uso in modo autonomo. Per Illich, tutta l’attività economica – ovvero tutta la creazione di valore – si basa su una precedente svalutazione delle attività di sussistenza, ridotte a residui della Storia, volgarità da superare. Illich inverte così l’ordine della sequenza nel processo di produzione: «I rifiuti e il degrado sono di solito considerati effetti collaterali della produzione di valori. Io suggerisco esattamente l’opposto: sostengo che l’accumulazione di valore economico è possibile soltanto grazie alla precedente trasformazione della cultura in ‘rifiuto’, trasformazione che può essere vista anche come creazione di disvalore» . La doppia manovra – nascita del valore economico e morte della cultura allo stesso tempo – costituisce la creazione del “disvalore”, che appare ogni volta che siamo privati di qualcosa che, per sua natura, sfugge all’ambito della scarsità. Per Illich, questo atto fonda l’economia, perché rappresenta la condizione per la formazione del valore economico: la creazione del disvalore è il presupposto logico per l’emersione dei concetti economici e dello stile di vita che questi inducono, perché senza la precedente svalutazione di attività autonome o di sussistenza, il valore economico non ha alcun senso.

Se la crescita economica si basa sul «deterioramento dell’ambiente di uso comune e della cultura, per effetto del quale il lavoro tradizionale è privato della sua capacità di assicurare la sussistenza», è possibile parlare della fabbricazione di disvalore come di una forma di “entropia” che risulta dalla distruzione delle aree di comunità – una degradazione sociale in analogia con la degradazione termodinamica dell’energia. Attraverso questo processo, la crescita economica, pur concentrando i suoi benefici su alcuni, svaluta azioni e luoghi in modo che la sopravvivenza diventi impossibile al di fuori della sfera economica.

In questo modo, Illich mostra come gran parte del “fascino” dello sviluppo deriva da una precedente volgarizzazione ideologica e distruzione politica della natura emancipatoria di pratiche, azioni, attività individuali e collettive, cui Illich dà il nome di “vernaculum”. In particolare, si tratta di evidenziare il gesto fondante della retorica dello sviluppo: la trasformazione degli usi civici, equamente distribuiti e permeabili (ciò che è, appunto, “volgare” dal latino “vulgus”, o nelle parole di Illich, “vernacolare”) in risorse produttive. Per riferirsi agli “usi civici”, Illich usa il termine “Gemeinheit”, sostantivazione dell’aggettivo “gemein” corrispondente al latino “comunis”, che deriva dalla radice indoeuropea “mei”, traducibile con “scambiare”, “barattare”. In origine, “mei” significava “ciò che è di scambievole spettanza di parecchi”, senso che oggi ancora si ritrova in “Alm”, “pascolo”, e in “Allme(i)nde”, “pascolo comunale”, “beni comuni”, che esprime il diritto di una comunità o collettività a una propria forma di fruizione dell’ambiente circostante. Ne è derivata l’accezione “gemeinsam” (“comune”), “gemeinschaftlich” (“comunitario”, “solidale”), “allgemein” (“generale”). Fino agli inizi del XVII secolo, sostiene Illich, il vocabolo “Gemeinheit” (oggi inteso come “trivialità”, “volgarità”) indicava esclusivamente questi diritti alla fruizione e i loro soggetti; solo alla fine del secolo esso ha acquisito un secondo significato derogatorio, quello appunto che s’è detto, nonché “profano”, “empio”, “banale”, “rozzo”, “basso”, “vile”. Il significato iniziale è andato smarrito, e la parola è sopravvissuta a tutt’oggi solo nel suo secondo significato.             Nel mutamento di accezione che “Gemeinheit” ha subito nel periodo in questione, secondo Illich, si riflette la più generale trasformazione della condizione esistenziale. Il riferimento a questa parola, pertanto, assume un netto significato politico, atto a contrapporre la base ambientale dell’economia di sussistenza allo sfruttamento dell’ambiente a fini produttivi. In inglese, è possibile contrapporre “commons” alle “public utilities”, e in italiano, ancora più esattamente, parlare di “usi civici”, grosso modo equivalente dell’inglese “commons”. Gli usi civici riguardano quella parte dell’ambiente che era oltre la soglia della casa di una persona e fuori delle sue terre, ma su cui essa aveva diritti d’uso acquisiti – non per produrre merci, ma per assicurare la sussistenza alla propria comunità. Le plaghe desolate e le case non fanno parte degli usi civici, che comprendono solo quella parte dell’ambiente per cui il diritto consuetudinario impone specifiche forme di rispetto da parte della comunità.

Il riconoscimento di questa contrapposizione è, per Illich, il fondamento di una forma di vita alternativa allo sviluppo capitalistico. Proprio quelle forme di vita “volgari”, “vernacolari”, che la concezione progressiva della storia riduce a trivialità – le forme non-capitalistiche, comunistiche e pre-individualistiche – assumono per Illich un ruolo decisivo: relativizzando gli istituti fondanti la modernità capitalistica, soprattutto la proprietà privata, mostrano che erano e sono possibili storie diverse rispetto a quella imboccata dall’Occidente, funzionano da indicatori per le possibili forme post-capitalistiche. L’alternativa, sembra dirci Illich, non sta davanti a noi sulla linea del progresso storico, ma altrove: nelle altre possibilità di modernizzazione e razionalità non imboccate dalla modernità occidentale.

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