Quando ci approcciamo a leggere fenomeni come disuguaglianze e discriminazioni, se indossiamo le lenti di genere, possiamo mettere più a fuoco le distorsioni prodotte da stereotipi e pregiudizi. In campo giudiziario, le disuguaglianze di genere passano attraverso di essi, spesso veicolati da linguaggi e procedure che possono penalizzare le donne, tanto come imputate quanto come vittime di reato. Le disuguaglianze hanno a loro volta ricadute sulle decisioni giudiziarie, la percezione delle responsabilità e sulla credibilità delle donne.
È importante quindi partire da come la violenza di genere viene rappresentata e presentata a livello sociale e da come questa rappresentazione metta in ombra le responsabilità degli uomini, attenuandole se non proprio omettendole, o addirittura negandole.
Nella società come nelle aule di tribunale ci si sofferma sugli aspetti emotivi di uomini e donne legittimando forme di discriminazione basate sul genere: vengono ad esesempio viste con sospetto alcune espressioni emotive delle vittime come la rabbia o la fragilità, perché fanno dubitare dell’obiettività della donna e quindi della sua capacità di essere lucida e “dire la verità”, come se la rabbia non fosse correlata alle violenze subite, ma solo un espressione di vendetta. D’altronde, è ormai da più parti condivisa l’idea della inappropriatezza di espressioni di rabbia da parte delle donne, e in vari contesti è ancora un tabù una donna che accusa un uomo. È più facile collegare la rabbia a una possibile gelosia. Nella nostra esperienza abbiamo assistito a richieste di archiviazione radicate sull’idea della ritorsione di una donna che ha perso un “privilegio”, chiacchierato non solo in tribunale, manche nel contesto socio-lavorativo, salvo però omettere che le accuse della donna nascevano da un reato subito. Sono in genere molto più accettabili la fragilità, la disponibilità al perdono e il pudore come espressione di dignità, tutti aspetti che confermano le aspettative di ruolo femminile.
Rispetto agli uomini, invece, si ridimensiona la responsabilità giustificando le azioni violente come reazioni emotive dettate, ad esempio, dalla passionalità, che ha una connotazione meno negativa del possesso, o come reazione a qualcosa che la vittima avrebbe fatto o non fatto. In altre situazioni si sposta la responsabilità dall’autore alla relazione, definendola però lite, conflitto; ma nel conflitto autore e vittima sono messi sullo stesso piano, ed eccoci quindi di nuovo ad una visione distorta delle responsabilità, e all’attivazione di stereotipi di genere che vedono le donne sparire come vittime, e gli uomini ridimensionati come autori.
Se in reati violenti com maltrattamenti e violenze sessuali la principale fonte di testimonianza è il racconto reso dalla vittima, quanta credibilità si accorda ad una donna che non rispecchia le aspettative di ruolo? A quella donna che va a una festa e beve un po’ di più, a quella donna che durante la fase processuale, in genere lunga, avvia una nuova relazione, o a quella donna che denuncia molestie da parte del capo con il quale si era in passato coinvolta? Pensiamo anche a quella donna che poi non accorda più un consenso: quanta fatica si fa a riconoscere una violenza sessuale se il mancato consenso non l’ha espresso subito?
Il pregiudizio può influire sul giudizio, come richiama il titolo di un libro della giudice Paola Di Nicola (La mia parola contro la sua, HarperCollins, 2018).
Gli stereotipi possono portare a una vittimizzazione secondaria, quella derivante non direttamente dal reato, ma dalla risposta delle istituzioni e delle persone in generale: le donne in pratica vengono colpevolizzate o minimizzate come vittime.
Le disuguaglianze di genere le troviamo anche prima delle aule giudiziarie, già nell’accesso alla giustizia in quegli stereotipi e pregiudizi che portano una donna a non denunciare per paura di non essere creduta o di essere giudicata.
Per contrastare le disuguaglianze è importante promuovere maggiore consapevolezza sugli stereotipi di genere e sulle loro conseguenze, anche sul sistema giudiziario; importante è anche adottare un linguaggio rispettoso della parità di genere, evitare di riprodurre stereotipi sessisti e minimizzare la violenza contro le donne, garantire un accesso equo alla giustizia.
Nella nostra esperienza, le occasioni di formazione e sensibilizzazione congiunte di diverse figure che a vario titolo entrano nel merito delle situazioni di violenza hanno facilitato quella contaminazione non solo di saperi, ma anche di riflessioni, fondamentali per la destrutturazione degli stereotipi e delle resistenze culturali.

