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«Anche a guardare s’impara»

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Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti (Rovereto, 1981) si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi su Dante e la filosofia medioevale. Si è specializzato nell’insegnamento secondario presso la Ssis della Libera Università di Bolzano. Ha conseguito il baccellierato in Sacra Teologia presso lo Studio teologico accademico di Trento. Nella stessa città è docente di storia della filosofia e di filosofia della conoscenza ed epistemologia all’Istituto teologico affiliato e all’Istituto di scienze religiose, nonché di filosofia e storia nei licei di Riva del Garda. È membro della Scuola di Anagogia di Bologna e autore di numerosi articoli specialistici e monografie.

UN BREVE SAGGIO (PO)ETICO SU PALOMAR DI ITALO CALVINO

Fra le ultime opere di Italo Calvino, Palomar (1983) occupa un posto di assoluto rilievo: il libro rappresenta, al tempo stesso, il lascito di una poetica giunta alla sua piena maturità e il tentativo di tradurre in forma narrativa una disciplina mentale rigorosa, fatta di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e capacità di rappresentare la complessità del molteplice1. Tali caratteri si fanno, per così dire, carne in un personaggio-simbolo: il signor Palomar, appunto. Lontano dal modello tradizionale di protagonista, questi non compie azioni memorabili, né affronta avventure o peripezie drammatiche; il suo itinerario è interiore e si dipana attraverso il suo proprio guardare, il motore narrativo neanche troppo occulto del romanzo. Ogni episodio che lo segna prende avvio da un atto di osservazione che si dilata, diventa ragionamento e si trasforma in ipotesi interpretativa. Gli oggetti osservati da Palomar — siano essi le increspature di un’onda, una formica sul marciapiede o la disposizione dei meloni in un negozio — sono in sé minimi, ma attraverso il suo filtro visivo diventano questioni conoscitive e occasioni di riflessione. 

Lungi dall’essere un semplice vezzo estetico, lo sguardo in Palomar diviene un fatto esistenziale ed etico: il modo in cui egli vede il mondo incide in maniera decisiva sul suo modo di abitarlo. È questo l’elemento che, forse più di ogni altro, invita ciascuno di noi non solo ad approfondire l’opera calviniana, ma anche a coglierne l’attualità e l’estrema densità speculativa. In un tempo come il nostro, segnato da una costante sovraesposizione a immagini, stimoli e informazioni che spesso dissolvono la percezione in frammenti incoerenti, la lezione di Palomar acquista un valore formativo imprescindibile. Tramite le sue pagine, Calvino ci mostra come il nostro sguardo su quanto esiste non sia mai neutro, ma rappresenti una pratica che plasma la nostra stessa esperienza del reale: ciò che vediamo e il modo in cui lo vediamo determinano, in ultima analisi, il nostro modo di pensare, di scegliere e di vivere. 

Per questo la lettura di Palomar è oggi più che mai auspicabile: essa educa a un’attenzione paziente e consapevole dell’Intero, capace di restituire unità e coerenza al nostro stesso stare al mondo. Solo guardando profondamente quanto intercetta la nostra vita, possiamo trasformare – come scrive Roland Barthes in La camera chiara2 – la nostra percezione in relazione; solo rifuggendo la superficialità possiamo spalancarci, sia pure introspettivamente, agli orizzonti dell’essere per riconquistare, con lucidità e passione, il senso perduto del bello come luogo di verità e, quindi, di libertà e di redenzione

«L’esperienza estetica – osserva p. Giuseppe Barzaghi – è l’esperienza dell’Assoluto, un galleggiamento spirituale. Allora, quando l’esperienza estetica si rivolge alle parti, cioè agli oggetti, esige che anche la parte rispecchi in sé la caratteristica della Totalità, del Tutto, dell’Assoluto. Ogni parte deve portare in sé almeno il senso della Totalità. Deve essere integra. (…) Il bello è il modo che ogni oggetto ha in quanto è investito dell’esperienza dell’Assoluto, che si chiama esperienza estetica. La canonica del bello è la canonica implicita dell’Assoluto. È una proiezione delle caratteristiche dell’Assoluto nei singoli oggetti. Si tratta di un riconoscimento speculare dell’Assoluto in ogni singolo oggetto. (…) L’operazione che dobbiamo fare per scoprire la natura del bello è un’operazione introspettiva, non proiettiva. Questo non è soggettivismo: dietro la proiezione canonica dell’oggetto c’è l’intendimento dell’Assoluto. L’Assoluto è intimior intimo meo. Non un’operazione relativistica quanto, piuttosto, un’operazione assolutizzante che ha la pretesa dell’incontrovertibilità»3.

Ora, entrando nel vivo della questione, in che senso si può dire che la poetica dello sguardo in Palomar sia anche un’etica? Quali sono i tratti distintivi che la qualificano e che siamo in qualche modo invitati a fare nostri? Ne individuerei almeno tre: la responsabilità verso ciò su cui si posa il nostro sguardo, l’attenzione vigilante su di sé e l’accettazione dell’imperfetto. C’è il primo fattore, anzitutto. In Palomar il guardare implica una responsabilità nei confronti degli oggetti osservati, per quanto piccoli o apparentemente insignificanti essi siano. L’attenzione che il protagonista rivolge al mondo non si limita alla registrazione meccanica di dati sensibili: è, piuttosto, una postura che restituisce dignità a quanto si lascia toccare dal suo sguardo. Quando Palomar, ad esempio, osserva le onde in riva al mare (Lettura di un’onda4), non si accontenta di una percezione fugace. Egli sceglie di soffermarsi, di inseguire il ritmo mutevole del mare, di tentare — seppur invano — di coglierne la forma. Quest’esercizio, che a prima vista potrebbe sembrare ossessivo o inutile, è in realtà un gesto di riconoscimento: lo sguardo si fa strumento di giustizia percettiva e si configura quasi come l’espressione di un dovere morale. Le onde, innumerevoli e sempre nuove, vengono riscattate dall’anonimato e dalla ripetizione, sottratte al destino di essere sfondo indistinto e indifferente. In quest’ottica, l’atto di guardare diventa un atto di responsabilità nel suo accordare al reale la possibilità di manifestarsi, senza essere ridotto a qualcosa di insignificante, magari da consumare rapidamente e scartare. Chi guarda con superficialità, con fretta o con indifferenza, produce per così dire un mondo altrettanto superficiale e indifferente; chi invece si lascia educare dall’attenzione per l’id quod est scopre che ogni frammento — anche il più marginale e fragile — custodisce un valore intrinseco e inestimabile.

Il secondo motivo portante dell’etica palomariana si lega alla consapevolezza che guardare non significa soltanto dirigere l’occhio verso l’esterno, ma anche vigilare su di sè. In ogni forma di protensione visiva si gioca un duplice movimento, poiché conoscere l’altro è, inevitabilmente, scoprire sempre meglio se stessi. Guardando il cielo (La contemplazione delle stelle5), Palomar tenta di contare i corpi celesti che lo circondano, ma si imbatte nella propria incapacità di arrivare a un risultato soddisfacente. Il suo sguardo, pur teso all’incommensurabile, si arresta di fronte al limite. Qui si fa chiara la lezione calviniana: vigilare sul proprio modo di guardare significa riconoscere che la propria visione del reale non coincide con il suo possesso. Palomar ci insegna che dietro ogni osservazione si annida un potenziale fraintendimento: il rischio di piegare la realtà alle proprie categorie fruitive. L’etica dello sguardo richiede allora una continua correzione, un’ascesi visiva simile a quella descritta da Simone Weil quando afferma che «l’attenzione, pura e senza miscuglio, è la forma più rara e più pura di generosità»6. Vigilare su di sé non significa – beninteso – dubitare di tutto fino alla paralisi, ma esercitare una rigorosa forma di austerità intellettuale: evitare la fretta, resistere alla tentazione di semplificare, accettare che ogni oggetto possieda una complessità che può affascinare e sorprendere, che la realtà si offra secondo i suoi tempi e le sue logiche.

Il terzo pilastro dell’etica dello sguardo delineata in Palomar è l’accettazione dell’imperfezione, soprattutto quella che riguarda la nostra conoscenza. Accettarla è espressione di autentica umiltà e, al contempo, di disponibilità a lasciare spazio al Mistero, all’indisponibile. Palomar, pur inseguendo una conoscenza rigorosa e ordinata, impara progressivamente che ogni oggetto resiste a una presa totale. L’id quod est, a ben pensare, non si lascia possedere; chiede piuttosto di essere accolto nella sua irriducibile eccentricità. In questo atteggiamento risuona una sapienza antica: accettare l’imperfezione del proprio conoscere non significa rinunciare alla verità, ma convenire sul fatto che, almeno nel nostro stato di via, essa non si dia mai tota ettotaliter e che il mistero sia parte integrante del nostro vivere. È in questa consapevolezza che – in un mondo che ci abitua a pretendere risposte immediate e a ridurre tutto a trasparenza funzionale – il nostro sguardo può diventare azione creativa, edificante, capace di generare bellezza, di aprire varchi di senso e di ridestare la nostalgia dell’Assoluto.

NOTE

  1. Cfr. I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano 1992, p. 1.
  2. Cfr. R. Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 2003, pp. 10-12.
  3. G. Barzaghi, La geografia dell’anima. Lo scenario dell’agone cristiano, Esd, Bologna 2008, pp. 143-145.
  4. Cfr. I. Calvino, Palomar, Einaudi, Torino 1983, pp. 5-10.
  5. Cfr. Ibi, pp. 44-49.
  6. Cfr. R. Indellicato, Attenzione all’altro e rispetto dell’essere umano in Simone Weil, in Annali del Dipartimento jonico, 1, 2017, p. 207.
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