L’essere umano, in quanto “animale sociale”, è quotidianamente esposto agli sguardi degli altri.
Sguardi di approvazione, di giudizio, di scherno. Ogni sguardo può suscitare gioia, preoccupazione, senso di inadeguatezza. Spesso, uno sguardo vale più di mille parole.
Pensate a quando eravate bambini, bastava uno sguardo di vostra madre dopo una marachella per capire che avevate sbagliato e che presto sarebbe arrivato un castigo.
Lo sguardo, in quel momento, comunicava più di qualsiasi rimprovero.
Possiamo spingerci fino alla fisica quantistica per comprendere la potenza di uno sguardo.
Basti pensare al paradosso del gatto di Schrödinger; il gatto è contemporaneamente vivo e morto, finché qualcuno non osserva il suo stato. È lo sguardo a definire la realtà, a determinare cosa è e cosa non è.
Eppure, spesso sottovalutiamo il peso di uno sguardo.
Può restare impresso dentro di noi più di parole o gesti.
Quante volte ci è capitato di osservare una persona per strada e, solo in base al suo aspetto, costruire mentalmente dei pregiudizi?
E magari quella persona ci ha restituito lo sguardo. Noi, a nostra volta, l’abbiamo interpretato secondo i nostri canoni, il nostro umore, le nostre esperienze. Magari ci è sembrato torvo, freddo, scontroso; ma forse, semplicemente, per lei era una brutta giornata.
Lo sguardo riflette e rafforza le nostre percezioni. Così, anche quando guardiamo al passato, spesso lo facciamo con nostalgia: ci sembra che “una volta tutto funzionasse meglio”.
E ciò che vediamo oggi e intravediamo per il domani, ci appare diverso, forse perfino spaventoso.
Ma in tutto questo, ci sono almeno due elementi da considerare; la dolcezza del ricordo e la paura del diverso.
Magari ricordiamo il tempo trascorso con affetto, perché coincide con la nostra infanzia o giovinezza felice.
Per altri invece, quel passato non è stato sereno, mentre il presente viene vissuto con tranquillità e il futuro guardato con speranza.
Quindi pensando al domani, affiora una paura antica: la paura del cambiamento.
Il famoso detto “si stava meglio quando si stava peggio” spesso è ripetuto da chi, in quel “peggio”, viveva comunque nel benessere e non ne ha sperimentato realmente le difficoltà.
La verità è che quando si stava peggio, la maggior parte delle persone stava davvero peggio.
Oggi il futuro ci appare distante e frammentato. Osservando i giovani a volte ci sembra che stiano andando verso un destino incerto. Ma sono semplicemente in cammino sulla strada che noi stessi abbiamo tracciato, usando strumenti diversi dai nostri.
Pensate a quando i nostri antenati abbandonarono la carrozza trainata da cavalli per l’automobile: fu una rivoluzione lenta, contestata… ma oggi nessuno tornerebbe indietro.
Forse allora lo sguardo da rivolgere al futuro deve essere sì critico, ma non verso il futuro in sé, bensì verso ciò che abbiamo fatto per costruirlo.
Se non ci piace, chiediamoci: possiamo ancora fare qualcosa per cambiarlo?
Perché il futuro che viviamo oggi è il risultato delle scelte che abbiamo fatto ieri.
La potenza di uno sguardo

