La crisi dello sguardo si afferma contemporaneamente all’epoca della pervasività delle immagini. Satura è la nostra capacità di fermarci a guardare. Siamo saturi di immagini con cui un capitalismo dispotico riempie le nostre esistenze di consumatori, incluse le narrazioni distopiche che propongono la via della distrazione. Non vediamo di non vedere, avrebbe detto Heinz von Foerster. «Vedere sé stessi implica un guardare nello specchio e scorgersi come un altro. Vedere sé stessi comporta un guardare con altri occhi» – scrive nel contributo a questo numero Alfonso Maurizio Iacono – «Vedere sé stessi significa riconoscersi nello stesso momento in cui si avverte l’alterità. Narciso non si era riconosciuto nello stagno. Noi oggi non riusciamo o non vogliamo scorgere l’altro che è in noi. Se fossimo capaci di farlo ci accorgeremmo che l’altro che è in noi ha uno sguardo di condanna per una cecità voluta verso lo sterminio dei palestinesi, la guerra in Ucraina, l’annegamento in mare di bambini, donne, uomini». Sempre von Foerster in una serata di conversazioni travolgenti sul Renon, come erano le serate con lui, mi diceva: «Non è vero che crediamo a quello che vediamo, ma vediamo quello che crediamo». Proiettiamo sul mondo le nostre certezze e con esse ci accechiamo. Vedere l’altro che è in noi, allora, potrebbe essere la condizione per dare voce ad una critica dell’invivibile presente che sola può aprire a un mondo che sia finalmente degno di essere vissuto. Un esercizio che si presenta come un risveglio e un cambiamento che riguarda noi stessi, il nostro atteggiamento, la nostra posizione; un lavoro “in levare” che riguarda noi stessi, non tanto e solo un lavoro sulle cose, ma sul nostro modo di vederle. Si tratta, insomma, di guardare e vedere con nuovi occhi per creare un mondo che ancora non c’è. «Non preoccuparci di ciò che già s’è scritto! – sostiene Wittgenstein – Ricominciare a pensar nuovamente, come se ancor nulla fosse avvenuto!» [Quaderni 1914-1916; 15, 11, 14].

