È prima mattina e passeggio con George sul lungomare.
Al risveglio lo specchio è stato indulgente: sembro una brava persona. Per sembrarlo ancora di più saluto per primo i pochi fannulloni che incrocio.
L’aria è frizzantina, respiro, il cuore batte, la vita scorre.
Sì, ma dove va? E non soltanto la mia anche quelle degli altri. Dove vanno tutte le nostre esistenze? Hanno un senso, una direzione? O siamo viandanti senza meta?
Qualche risposta ce l’ho, ma nessuna che mi dia pace.
Robert Louis Stevenson ne era certo: Surely not all in vain. Così, con queste cinque parole, concluse Pulvis et Umbra, un saggio ispirato dallo sconcerto che gli aveva provocato la lettura de L’Origine delle specie di Charles Darwin. Sicuramente non tutto sarebbe stato invano. Sicuramente il senso da qualche parte c’era.
Stamani, per quanto la pensi come lui, per quanto mi sforzi, non riesco ad afferrarlo. Chissà? Forse sto cercando nel modo sbagliato.
George invece se ne infischia, è felice lui. Lo è sempre. Si sveglia di buonumore, vive le sue giornate con formidabile energia e appetito, è curioso di tutte le persone che incontra e quando è stanco si addormenta sereno. George è un fantastico cuorcontento e averlo per amico è una gioia.
Non che io abbia qualcosa di cui lamentarmi. Sono un uomo fortunato.
Eppure, c’è un tarlo che rode e ticchetta nella mia mente. Per questo invidio George. Una gioia come la sua non la raggiungerò mai. La sua felicità totale mi è preclusa.
Perché quest’ingiustizia? Perché il cuore di George è sempre contento e puro come quello di un angelo mentre il mio stamani mi tradisce? C’è forse un difetto atavico? E se c’è un difetto, qual è?
A questo punto devo però fare una precisazione: fra George e me c’è un’altra differenza. Anzi più d’una. Pur essendo entrambi mammiferi e maschi, George è un quadrupede. Per la precisione un esemplare di bovaro bernese. Cinquanta chili di buonumore. Io un bipede, un sapiens. Eppure, l’atteggiamento più saggio nei confronti dell’esistenza sembra essere il suo. George vive in un Eden, io ne sono stato cacciato.
Rimuginando così arrivo davanti alla meta che mi ero prefisso: una scultura di bronzo. È intitolata “Il pescatore” e si trova lì, sul lungomare di Livorno, da quasi settant’anni.
Non assomiglia a un monumento però. I monumenti celebrano qualcosa, in genere grandi uomini, generali vittoriosi, politici scaltri, più raramente qualche poeta. E tutti sempre in posa pensosa. Questo invece sembra non celebri niente. Neppure la verticalità di noi sapiens. Per vederla infatti occorre abbassare lo sguardo a terra. Chi lo fa vede semplicemente un uomo, uno come noi, sdraiato, che guarda il mare.

Cioè… guarderebbe il mare. Purtroppo, non può vederlo.
Il Comune si è dimenticato di mettere un sacrosanto divieto di sosta davanti a lui. Così, quel pescatore vede quasi sempre un paio di macchine parcheggiate e gli automobilisti che passano neanche sospettano della sua esistenza perché, essendo sdraiato, non possono vederlo.

Io però sono arrivato passeggiando, così quella scultura la vedo e vedo anche che mi chiede di fare un secondo gesto. Quello di girarmi verso ovest proprio come fa lui. Lo faccio. Ed è così che vedo, come fosse la prima volta, il mare, il profilo dell’isola Gorgona e poi l’orizzonte.
Dopo qualche momento guardo di nuovo il pescatore. Questa volta con più attenzione. Così noto che ha le gambe e i piedi tesi e leggermente sollevati come volesse slanciarsi, rapito da ciò che vede. E vedo anche che la sua mano sinistra, con pudore, copre la bocca come volesse trattenere un’emozione.

Questa scultura mi aveva sempre attratto e non avevo mai capito perché. Oggi forse lo capisco.
Quel pescatore non è ritratto in posa. È colto in modo inatteso nell’attimo fulmineo di un gesto. E ho un’illuminazione: ecco cosa celebra questa scultura! Celebra lo stupore. Cioè, probabilmente, la miccia della creatività.
La postura di quell’uomo, i due semplici gesti che fa e i due gesti che ha chiesto di fare anche a me, colgono l’attimo indimenticabile dell’incantamento.
Quel pescatore si era sdraiato semplicemente per riposarsi ma ha visto qualcosa che l’ha affascinato. Lo stesso fascino che adesso provo io guardando l’orizzonte.
Lo scultore che mi ha costretto a fare quei due gesti, il creatore di questa scultura che ha fermato per sempre quell’attimo, si chiama Mino Trafeli e ha chiesto a chi oggi la guarda di viverlo ancora lo stupore.
Mi chiedo a cosa s’è ispirato nel concepirla.
Chissà se ha pensato all’Infinito di Giacomo Leopardi e ai versi finali
Così tra questa / Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Purtroppo, non posso più chiederglielo.
Una cosa è certa: quel pescatore è tutti noi.
Tutti noi davanti al mistero dell’infinito.
L’uomo, la creatura che osa guardare l’orizzonte. L’orizzonte… e oltre.
George non s’è accorto di niente. È concentrato sugli odori lui.
Quali odori percepisca non lo saprò mai.
Ed anche questo è stupefacente.

Ringrazio Marta Trafeli per avermi fornito la documentazione fotografica e averne consentito la pubblicazione.
Per approfondire la conoscenza della vita e delle opere di Mino Trafeli si può consultare il sito www.minotrafeli.it

