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Lo sguardo

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L’uomo nasce come esploratore. Non nel senso di cacciatore e conquistatore, ma nel senso più nobile (anche se all’apparenza non sembra tale) di uno che scopre piangendo. Se si sta agli antichi latini, explorare viene dal verbo plorare, cioè piangere. Se si aggiunge il prefisso ex, che significa “fuori da”, direi che il senso che si dovrebbe dare al verbo esplorare è quello di “ciò che si ottiene dal pianto”. La nobiltà del pianto di chi è come smarrito o cerca il percorso giusto, verso ciò che misteriosamente lo attrae. Bisogna esplorare ed esplorare implica un andare a guardar dentro, ma non come atto di curiosità, bensì di attrattiva e di fascino.

In filosofia, come in teologia, se non si è affascinati, l’impronta (impressio) di questo tipo di indagine si dilegua subito e non si riconosce l’itinerario, perché il primo dato è l’affascinamento. È vero che il fascino uno lo coglie con una complessità di attenzioni, però principalmente si dice che cade dentro lo sguardo, per questo io richiamo sempre il tema dello sguardo e degli occhi, anche perché ci si accorge della profondità di qualcuno quando ti capita di guardargli gli occhi. Gli occhi sono davvero lo specchio dell’anima. Si potrebbe anche dire che sono la finestra dell’anima, sono ciò in cui l’anima si affaccia.

E poi devo dire che la maggior parte delle attenzioni filosofiche vengono sempre da quella qualità che è l’autorevolezza di una certa maestria. Un maestro non è uno semplicemente ben informato su una materia. Un conto è l’informato, un conto è il maestro. L’informato ti dice, ma non sa. Il maestro lo sa e te lo fa capire in un colpo quasi intuitivo. E così noi dobbiamo riconoscere che questa maestria nell’accorgerci delle cose che sono affascinanti, noi l’abbiamo rintracciata più in qualità che non appartenevano alla dimensione istruzione scolastica, ma alla dimensione familiare. Io penso che questa storia degli occhi, del guardare gli occhi, andare a vedere come guarda uno, mi torna fuori da una memoria del mio papà, che si è così sedimentata in me da essere quasi una seconda natura. Col papà, il sabato o la domenica, andavamo al cimitero. Mi portava a vedere le fotografie sulle tombe, e mi diceva: “Guarda questo qua! Guardalo bene”. “E chi è?” Poi di colpo mi diceva: “Guardami gli occhi”. “Caspita, ma ti assomiglia!” Insomma, era un parente alla lontana. Mi diceva: “Guardagli gli occhi e guarda i miei!”. Per questo motivo penso che sia una eredità paterna questa inclinazione a parlar degli occhi, dello sguardo… E quindi, se per vedere la profondità di una persona le devi guardare gli occhi, supposto che esista, metaforicamente parlando, uno sguardo o un occhio per ogni realtà, bisogna guardare ogni realtà negli occhi.

Se tu la guardi negli occhi, vai in profondità. Lo sguardo è la profondità. Ma la profondità dello sguardo dipende da un addomesticamento. Per guardare occorre lasciarsi addomesticare da ciò che si guarda. È l’unico modo per diventare domestici di ciò che si guarda, altrimenti proiettiamo su ciò che guardiamo qualcosa di nostro: e quindi vediamo quello che vogliamo vedere noi…non ciò che c’è. Solo chi è domestico ha dimestichezza. Il teoreta (theorein in greco vuol dire guardare) ha lo sguardo accurato, raffinato, attento, esatto. È guardingo e guardiano che protegge e custodisce la profondità. Gareggia (sempre da guardare) nella difesa del vero e traguarda, “guarda oltre” perché non dismette il suo animo di esploratore.

Anzi, forse proprio perché teoreta, il suo essere esploratore traguardante si sublima nel modo assoluto dell’inoltrepassabile: non si oltrepassa l’oltrepassare. Lo sguardo si “consumma” nella commozione contemplativa del “senza perché”. La filosofia è come un acquerello: una lacrima che guarda.

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