In termini di diottrie non gli mancava nulla. Vedeva perfettamente, da vicino e da lontano. Lo chiamavano occhi di falco. Da qualche tempo, però, si verificava uno strano fenomeno. O meglio, quello che in principio appariva strano, ma poi molto presto si era normalizzato. Tutto era cominciato con un restringimento dello spettro e con la riduzione delle sfumature dei colori. Presto si era accorto che il suo sguardo si focalizzava solo sull’oggetto che stava guardando, perdendo progressivamente la relazione con l’intorno e lo sfondo. I colori, quelli, si riducevano e i rimanenti si intensificavano. Per accorgersi delle situazioni e per riuscire a discernere doveva sempre più spesso spostare lo sguardo da un oggetto all’altro, vedendo così una sola cosa alla volta. Un’ansia particolare lo assaliva nel rendersi conto che così perdeva la relazione tra le cose. Vedeva, appunto, una cosa alla volta, ma in che rapporto fossero le cose tra loro era una possibilità che scompariva velocemente. Non durò a lungo quell’ansia, sostituita dall’assuefazione fino a che divenne normale la singolarità degli oggetti e soprattutto delle persone. Presto non si ricordò più cosa volesse dire tenere conto di un’altra persona presente, considerare le sue azioni, ma principalmente gli stati d’animo e i sentimenti dell’altro. Il suo sguardo scrutatore, però, era diventato acuto e concentrato sull’osservazione e il controllo degli enti singoli, cose o persone che fossero. Aveva sentito uno strano senso di conforto nel constatare che non era solo lui a sperimentare quella profonda trasformazione dello sguardo. La cosa riguardava tutti e questo gli sembrò, almeno all’inizio, un motivo di relativa rassicurazione. In fondo era sempre stato faticoso tenere conto degli altri, delle loro aspettative, del peso della loro presenza. C’era qualche volta la possibilità di essere capiti, di affidarsi a qualcuno, di essere ascoltati. A parte la rarità di situazioni simili, c’era poi l’impegno a ricambiare attenzioni e ad occuparsi delle aspettative altrui. Il bilancio non era mai stato positivo. Anzi. Mentre si rassicurava nella propria singolarità cominciò ad accorgersi di qualcosa che all’inizio non aveva notato. Ognuno centrato su sé stesso non riusciva a tenere conto della presenza dell’altro. Anzi, neppure si ricordava cosa volesse dire farlo. Agendo come se fosse solo al mondo ognuno iniziò a chiedersi come regolare i contatti, gli urti, le ferite, i contrasti e le sofferenze che ne derivavano. Fu allora che emerse la conseguenza inattesa e più sconvolgente della nuova condizione: la scomparsa dello sguardo terzo. Quella dimensione del vivere comune che sembrava persino un’intrusione e un fastidio, la terzietà, non c’era più. Anzi, c’era di più: non c’era neppure il ricordo di cose avesse voluto dire potersi avvalere di uno sguardo terzo quando uno e due non si trovavano d’accordo su qualcosa e potevano avvalersi di una mediazione capace di far emergere una soluzione possibile, magari subottimale, ma migliore della posizione del primo e del secondo e capace di superare il rischio di antagonismo. Ognuno se ne stava solo nella propria singolarità e quando capitava di avere un urto o un contrasto non c’era niente che potesse attutirne l’effetto o contenere i costi e le sofferenze degli scontri. Non serviva a nulla guardarsi intorno e cercare un terzo che, intervenendo, favorisse anche una minima possibilità di approssimazione. La scomparsa dello sguardo terzo e la centratura esclusiva ed escludente sulla singolarità non riguardavano solo le persone ma anche le istituzioni e gli stati. Non solo ognuno badava solamente a sé stesso, ma senza uno sguardo terzo c’erano due soli modi di regolare la presenza propria e degli altri: l’indifferenza o l’antagonismo, la chiusura nelle proprie mura o la guerra.

