In tempi difficili come gli attuali, alleviano la almeno per me oggettiva ‘fatica di vivere’ le sollecitazioni a pensare al ‘senso dell’essere umani’ di Ugo Morelli, alla ‘generatività’ di Mauro Magatti, alla ‘intelligenza relazionale’ di Leonardo Becchetti, alla ‘gestione partecipativa dell’AI’ di Giuseppe Magro, condividendo con Aldo Bonomi, da oltre 40 anni, la lettura della evoluzione dei territori in un’Italia ricca di biodiversità naturale, culturale, storica ed economica. Continuo anche, da sempre, ad innamorarmi degli ‘stati nascenti’ con la speranza di non vederli denaturare in smanie politichesi con aspettative personalistiche, come ho constatato con amarezza nel caso di associazioni e movimenti per il cambiamento verso un nuovo mondo possibile alla cui nascita mi è capitato di contribuire. Ugo qui ci invita a riflettere su come «Ognuno centrato su sé stesso non riusciva a tenere conto della presenza dell’altro» fino alla «conseguenza inattesa e più sconvolgente della nuova condizione: la scomparsa dello sguardo terzo. Quella dimensione del vivere comune che sembrava persino un’intrusione e un fastidio, la terzietà, non c’era più». Ancora: «La scomparsa dello sguardo terzo e la centratura esclusiva ed escludente sulla singolarità non riguardavano solo le persone ma anche le istituzioni e gli stati», fino a che «[…] senza uno sguardo terzo c’erano due soli modi di regolare la presenza propria e degli altri: l’indifferenza o l’antagonismo, la chiusura nelle proprie mura o la guerra»: è questo, di fatto, l’orrore con cui ci tocca oggi convivere. Cresciuto in una famiglia operaia con radici contadine di montagna, mai mi sarei immaginato uno sguardo che non comprendesse persone, comunità, ambienti naturali ed antropizzati all’intorno della mia quotidianità, ancor prima dell’incontro con Don Giuseppe Dossetti che mi fece alzare gli occhi, al di là di temi inerenti la spiritualità, verso la dimensione della Storia. Lo Sguardo diventava così Visione, conoscenza critica dell’oikos, progettualità verso un cambiamento che, in logica gramsciana, riconoscesse unicità e diversità degli individui rigettando certo qualunque appiattimento egualitaristico, ma chiedendo che a tutti venissero garantite sostanziali pari opportunità all’inizio del percorso di vita. Aiutavano allora ad orientarci Gorz, Illich, il Fromm di Avere o essere che scriveva: «Abbiamo bisogno di una scienza nuova completamente diversa: una scienza umanistica dell’uomo, che costituisca il fondamento delle scienze applicate e dell’arte della ricostruzione sociale».
La perdita progressiva di ‘sguardo sociale’ voluta ‘colà dove si puote’, nella mia percezione era programmata da decenni e alimentata da strumenti sofisticatissimi, per dirla con Falcone, elaborati da neuroscienza e algoritmi. Il richiamo qui d’obbligo va ad Orwell, alla Arendt, a Chomsky. Nella mia esperienza, la decerebrazione individualistica dello sguardo si associa alla evoluzione di un dibattito culturale che, dalla competizione vs. complementarietà tra le ‘due culture’, arrivava alla progressiva frammentazione della visione con la scelta, a livello del lavoro scientifico, dello specialismo di fatto riduzionistico accompagnata dalla oggettiva irrisione del ‘generalismo’, quasi sinonimo di ignoranza, dalla Fisica delle alte energie alle scienze biologiche e mediche. Negli anni ’80, riflessioni più generali ci aiutarono a resistere all’avanzare di automi, al servizio dei dominanti poteri finanziari fossili e del sottostante complesso militare-industriale, che guardavano a noi, né colti né incliti, quale casta sacerdotale detentrice della conoscenza scientifica e tecnologica, a partire dall’atomo. Emergeva in quegli anni il tema della complessità, che coinvolse ogni disciplina: in Fisica si cominciava a mettere in discussione la meccanica classica, deterministica e meccanicistica, grazie agli studi di Ilya Prigogine, Nobel in quanto fisico-chimico della termodinamica dei cosiddetti stati stocastici, degli stati probabilistici dove non si danno più relazioni lineari tra causa ed effetto. Con il suo La nuova alleanza Prigogine portò questa riflessione verso la filosofia, seguito da altri grandi come Fritjof Capra o Ervin Laszlo, che ebbi la fortuna di conoscere in una Milano assai diversa da quella degli ultimi venti anni. Non posso poi mancare di menzionare due studiosi francesi che, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, tennero sveglio il nostro sguardo: Edgar Morin, uno scienziato sociale che scrisse II metodo del metodo, criticando il ragionamento cartesiano alle radici e proponendo il tema dell’analisi sistemica dei sistemi complessi, e Joel De Rosnay, poi Direttore del Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica francese che da Berkeley scrisse nel 1974 II Macroscopio, la cui premessa era: «Nel tempo gli uomini hanno inventato il microscopio, per osservare, padroneggiare e comprendere l’infinitamente piccolo, e poi il telescopio per padroneggiare e comprendere l’infinitamente lontano: l’uomo moderno ha bisogno del macroscopio, strumento culturale per fronteggiare il dato caratteristico della società moderna, cioè l’infinitamente complesso». Allora scrissi di come, a mio avviso, la lettura illuministica della crisi e dei problemi dello sviluppo potesse indurre perdita di visione in intellettuali tecnico-scientifici circa la lettura di interazioni e interconnessioni infinitamente complesse delle società industriali come oggettiva difficoltà nel costruire una cultura della transizione.
Mi riferivo, sempre allora, a Effetti perversi e ordine sociale di Boudon che, partendo dall’analisi degli effetti «perversi» del modello di sviluppo capitalistico, proponeva strumenti di pianificazione delle risorse fondati su approcci sistemici, capaci di superare la frammentazione specialistica o comunque di ricomprendere unitariamente i risultati e le conoscenze acquisite dalle singole discipline di settore. Anche Pierre Bourdieu mi aiutava, ragionando di capitali economico, culturale e sociale nel suo I frantumi ricomposti.
Oggi, nel pieno della aggressione violenta a sguardo e visione, dovremo essere sempre grati ai doni di Papa Francesco, dalla Laudato Si’ alla Fratres omnes, che ci aiutano a combattere la buona battaglia, quella di una Transizione che riporti al centro sguardo alla persona e visione degli individui in comunità di relazioni umane. Ci deve guidare la ricerca di consenso sociale attorno alla Transizione, in logica ‘bottom up’, non ‘top down’, conclamando senza esitazione la positività dell’utopia ed il bisogno di fantasia finalizzata all’arricchimento della nostra capacità progettuale, che può prendere corpo solo instaurando un nuovo rapporto tra contenuti e forme dell’esperienza della comunità umana, fino al ruolo della scienza e della tecnologia. Per quanto mi riguarda, anche in questa fase conclusiva del mio percorso, cercherò di mantenere Sguardo e Visione aderendo ‘senza se e senza ma’ all’ “Ora e sempre … Macroscopio!”.

