UNA PARABOLA METROPOLITANA A LIETO FINE
C’era una volta Davide che ha sconfitto Golia.
Stavolta, però, Golia è una multinazionale con ramificazioni in tutto il mondo. Un gigante americano dalle proporzioni logistiche e finanziarie abnormi e un fatturato annuo di centinaia di miliardi di dollari. Davide, invece, è più o meno rappresentabile con due immagini: quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo. E alcuni lavoratori, intrappolati in moderne condizioni di soggezione, solitudine, sfruttamento. C’era una volta un senso di schiavitù che si è trasformato in speranza, unità.
La vicenda – una parabola metropolitana con lieto fine – si dipana tra Roma, Passo Corese e, in un lungo volo immaginario, Seattle, la città sulle sponde del Pacifico dove ha sede legale il colosso di cui parliamo.
Ma andiamo per ordine. È il 2019. La Fit-Cisl Lazio, il sindacato che tutela e protegge i lavoratori dei Trasporti e della Logistica, ha una sede in via di San Giovanni in Laterano, a Roma. Una via lunga e stretta che regala alla vista, per chi la percorre fino in fondo con lo sguardo, un maestoso angolo di Colosseo. Talvolta bussano alla porta lavoratori solitari, un po’ agitati: sono i dipendenti del nostro gigante multinazionale, che si chiama Amazon.
Descrivono, guardinghi e impauriti, una moderna schiavitù e una nuova alienazione, fatta di ritmi parossistici, di solitudine. Vivono misurati e controllati da un grande occhio algoritmico elaborato a Barcellona, che calcola ogni pausa e ogni movimento. Un meccanismo glaciale che sorveglia, premia, punisce in modo capillare, impersonale: tic, tac, tic, tac. La vita nel magazzino in cui lavorano è solo dover essere. Tic, tac. Con un giudice numerico non si può interloquire. I lavoratori raccontano ai sindacalisti di tornare a casa, le ossa spezzate, senza sapere più chi sono e cosa vogliono. Si sento ingranaggi involontari di una macchina, prigionieri affaticati, usa e getta, di un automatismo reificante. Una ruota straniante, che porta lontano dall’orizzonte di senso della vita e gira per soddisfare un’altra forma di schiavitù: il consumismo inconsapevole, l’asservimento delle persone a un ‘clic’ anestetizzante, solitario, vorace, in cui le relazioni e la realtà evaporano.
I lavoratori che bussano alla porta del sindacato descrivono un quadro con contorni ottocenteschi, che invece riguarda una piattaforma digitale modernissima, una delle figlie predilette del più rapido e raffinato sviluppo tecnologico. E’il frutto stridente di una corsa in avanti della tecnologia, che paradossalmente risucchia indietro nel tempo: nuovi metodi, antichissimi problemi di sfruttamento. Una schiavitù nuova e insieme vetusta. Cosa fare? I lavoratori mostrano un’iniziale reticenza ad esporsi, si sentono pochi, soli. Anche il senso di impotenza, la mancanza di speranza è una forma di schiavitù. Provengono dal magazzino Amazon di Passo Corese: una realtà commerciale da migliaia di dipendenti, dove, tuttavia, gli iscritti a qualsivoglia sigla sindacale non sono pochi: sono zero. I rappresentanti della Fit-Cisl Lazio provano a entrare nello stabilimento: “Alt”, dicono da Amazon: qui non si entra, è proprietà privata. E’un momento difficile per la squadra di sindacalisti coinvolti: come può, Davide, affrontare Golia? Con la creatività, fon un mix di vecchi e nuovi metodi per creare unità tra i lavoratori.
“Pronto intervento diritti dei lavoratori”: restare creativi per costruire speranza
In una torrida giornata di luglio 2019, nasce un’iniziativa on the road: un furgone, su cui campeggia la scritta ‘Pronto intervento diritti dei lavoratori’, si dirige verso Passo Corese, in direzione dello stabilimento Amazon.
Alla guida – occhiali da sole e un sorriso pieno di energia – Luigi Benedetti, il sindacalista che si occupa dei lavoratori della logistica. Al fianco Marino Masucci, segretario generale della Fit-Cisl del Lazio, ideatore dell’iniziativa e uno staff di persone che si sono affezionate al progetto. Il furgone subisce un tamponamento, si prosegue comunque. Il veicolo oltrepassa le sbarre dello stabilimento, sotto lo sguardo attonito dei lavoratori, che abbassano lo sguardo. I sindacalisti non demordono: con un altoparlante, incitano le persone a unirsi a loro, ricordano che l’unione fa la forza, richiamano l’interna vitalità di ogni persona, inneggiano al coraggio collettivo.
E’un momento che potrebbe ricordare gli albori di ogni esperienza sindacale, iniziata con un gesto: guardare negli occhi le persone, ricordar loro che, insieme, possono migliorare le loro condizioni, la loro vita. Di nuovo uno scenario ottocentesco, su uno sfondo logistico ipermoderno. Di nuovo, portare garanzie nelle nuove frontiere del lavoro, andare avanti, significa al contempo tornare indietro, riscoprire le origini di chi decide di “fare giustizia insieme”.
“Pronto intervento diritti dei lavoratori”, il furgone sindacale dedicato ad Amazon, funziona: si accende una scintilla nel primo dipendente che ha il coraggio di intraprendere attività sindacale. Si chiama Alessio, ha tre figli e molto da rischiare: ma ha gli occhi allegri e audaci. E’ con lui che il sindacato organizza le prime ‘cene carbonare’ tra lavoratori, è lui uno dei primi rappresentanti sindacali che vengono eletti dai lavoratori: ed è proprio la sua nomina ad essere contestata da Amazon. A fronte del rifiuto, la Fit-Cisl Lazio ha deciso di avanzare un ricorso ex articolo 28 per il comportamento sindacale dell’azienda.
Ancora una volta, Davide contro Golia: l’avvocato del sindacato dei trasporti laziale fronteggia un foltissimo staff di legali Amazon e il giudice dà ragione ai rappresentanti dei lavoratori. Il giorno dopo, su un giornale campeggia un titolo evocativo: stavolta è la Fit-Cisl Lazio a consegnare un ‘pacco amaro’ ad Amazon.
Per ironia della storia, questa piccola vittoria italiana è stato un primo barlume di speranza in un momento buio per il sindacato, che negli Stati Uniti, veniva sconfitto dopo un’aspra lotta per tentare di entrare nel centro di smistamento di Bessemer, in Alabama: si è dovuto attendere il 2022 per vedere entrare i rappresentanti dei lavoratori in uno stabilimento a Staten Island, a New York.
Oggi, i dipendenti sindacalizzati nel magazzino di Passo Corese – contando soltanto gli iscritti alla Cisl – sono circa trecento.
Tutto è cambiato. I rappresentanti dei lavoratori sono tanti. Molti sono giovani, pieni di entusiasmo e di voglia di contribuire a cambiare, in meglio, le cose. La contrattazione è al centro delle relazioni tra management e dipendenti. La speranza di poche persone, del primo lavoratore che ha accettato di diventare rappresentante sindacale, è diventata patrimonio di tutti. Contro alla moderna schiavitù, il rimedio è antico: fare giustizia insieme.
Rider e driver, assoggettati a un algoritmo: nasce la Stazione Lavoro, il loro rifugio
Maggio 2021, anni di pandemia.
Anni in cui, più che mai, i rider hanno affrontato caldo, freddo, il rischio del contagio per le strade di città vuote e spettrali, senza persone, senza bar aperti, senza servizi igienici. Persone sole in città alienanti. Persone esposte a una solitudine abissale, ai pericoli delle strade e degli incidenti, alle aggressioni – verbali e non -, di clienti e automobilisti. La maggior parte di questi lavoratori non ha un contratto di subordinazione: ammalarsi, andare in ferie, avere necessità di prendersi cura di un genitore e di un figlio, significa non guadagnare. La Fit-Cisl Lazio si è chiesta come poter rispondere al senso di isolamento di chi dipende da un algoritmo, come dare una mano alle persone per risignificare il loro lavoro. Le strade di Roma sono percorse anche dai driver, le persone che ci recapitano i pacchi: effettuano quasi 350 consegne al giorno, con ritmi che non lasciano respiro. Spesso, confessano, sono costretti a fare i bisogni in una bottiglia per assecondare i ritmi dei loro navigatori, dei loro capi-algoritmi.
Per dare a queste persone un rifugio – un luogo dedicato in cui incontrarsi, stare insieme, ristorarsi, riposarsi, caricare il telefono, andare al bagno -, la Fit-Cisl Lazio ha acquisito un piccolo negozio, proprio sotto la sede di via San Giovanni in Laterano e l’ha chiamato Stazione Lavoro. Intorno a questo nuovo focolare sindacale sono stati tanti gli incontri: Fressy, rider e mamma single, sorriso sempre sul volto, gentilezza a celare la stanchezza. Giancarlo, entusiasta della vita e colorato. Elio, ciclofattorino dall’appetito mitologico, ragazzo pieno di sogni. Gianluca, presente a se stesso, allegro, misurato. La Stazione Lavoro è diventata un luogo dove festeggiare insieme la vigilia di Natale con un panettone, un presidio di calore e vicinanza dove le persone hanno pianto, riso, sono state banalmente insieme. Presidio di umanità, calore, ricostruzione di senso in un mondo – specialmente quello dei rider – frantumato e gelido, fatto di performance, misurazioni, algoritmi, fatica. La Stazione lavoro è diventata un punto di riferimento, ma non solo: un luogo in cui contribuire – citando il titolo di un libro della giornalista Barbra Ehrenreich -, a una “storia della gioia collettiva”: momenti e pratiche di festa, di pura, disinteressata socialità, in un mondo che ad oggi è sempre più in solitario spezzato, diviso.
Schiavi del modello neoliberista: esistono alternative?
Schiavitù non è soltanto fatica, solitudine. Schiavitù è ritenere il modello neoliberista, efficientista, individualista, l’unico possibile. E’non avere via d’uscita da paradigmi soffocanti. Schiavitù è sentirsi impotenti in un momento in cui la velocità dell’applicazione delle tecnologie – talvolta più rapida dell’emotività, delle dinamiche sociali e dello stesso diritto – fa tremare le fondamenta di senso della vita stessa e del lavoro.
Come antidoto a tutto ciò, la Fit-Cisl Lazio ha deciso di mixare vecchi e nuovi strumenti sindacali: tornare indietro riscoprire il valore antico, semplice, ma al contempo spiazzante dello sguardo, della relazione, della persona, della cura. Riscoprire lo spirito di Giulio Pastore, fondatore della Cisl, secondo cui “non si tratta di andare incontro ai lavoratori, ma di vivere in mezzo ad essi”. Al tempo stesso, ha ristabilito, in linea con il pensiero di Selig Perlman e della scuola del Winsconsin, alcune radici: la vocazione al contrattualismo, ovvero alla costruzione di comunità capaci di governare i processi economici a loro favore.
Tutto ciò è scaturito da un approfondito confronto, teorico e vissuto, con la cosiddetta ‘modernità’: un concetto da problematizzare e analizzare, tenendo conto degli avvertimenti dell’economista premio Nobel Daron Acemoglu e del professore del MIT Pascual Restrepo, secondo cui l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro dipenderà essenzialmente da come sarà orientata: saranno le macchine al servizio dell’uomo o il contrario?
Nel percorso che ha portato alla sindacalizzazione dello stabilimento Amazon e alla costituzione della Stazione Lavoro, la Fit-Cisl Lazio si è scontrata con un modello di lavoro neotaylorista e neoliberista, teso a un tautologico processo di autoalimentazione e incapace di generare vantaggi per l’uomo. Un meccanismo alimentato da inconsapevoli consumatori, in cui i lavoratori vengono ridotti, per dirla con il giurista francese Alain Supiot, a mercanti di se stessi, come descritto nel film “Sorry, We missed you” di Ken Loach. La pellicola, che la Fit-Cisl del Lazio ha voluto guardare insieme a rider e driver, noleggiando appositamente un cinema, descrive, con una precisione disarmante, come la poetica dell’autoimprenditorialità si trasformi, talvolta, in un meccanismo perverso, in cui il rischio d’impresa viene scaricato sulle spalle dei lavoratori. Persone attirate, in un primo momento, dai richiami alla ‘libertà’ derivanti dall’assenza di parametri rigidi, ma che si trovano presto strette in nuove schiavitù, diventando esasperati ingranaggi di un modello impersonale e algoritmico, persone che corrono dietro a consumatori.
Riscoprire il passato per guardare avanti
A fronte di questa ‘falsa modernità’ si dovrebbe – con un mix di tradizione e creatività – costruire un modello di diritto del lavoro e di contrattazione adeguato alle nuove esigenze e capace di mitigare i processi di polarizzazione a cui assistiamo nell’ultimo periodo: da una parte le alte qualificazioni, dall’altra mansioni ripetitive, alienanti, in cui il “controllore” neotaylorista del processo produttivo non è più una persona, ma un algoritmo. O meglio: una persona dietro a un algoritmo.
E’questa, peraltro, la conclusione a cui è arrivato il ricercatore in sociologia Andrea Failli, a cui la Fit-Cisl del Lazio ha commissionato nel 2021 – secondo la tradizione cislina che tiene insieme prassi sindacale e teoria – una ricerca qualitativa sullo stabilimento Amazon di Passo Corese. Lo studio è diventato un libro, “Dal digitale al mondo fisico” e il suo giovane autore ha vinto il premio Pierre Carniti nell’ambito del congresso della Cisl: dalle indagini condotte è emerso che la gestione algoritmica nel magazzino era pervasiva e riguardava l’intero processo lavorativo, dalle performance alle pause, fino alla produttività. Non solo: i ritmi parossistici fanno sì che, in America, i lavoratori cerchino nuove occupazioni ogni tre-quattro anni. Meccanismo più complesso in Italia, dove trovare nuove mansioni è molto meno probabile, anche perché Amazon tende a insediare i propri magazzini in aree forte depressione occupazionale.
In questo senso, ancora una volta, andare verso il futuro potrebbe significare tornare indietro, riscoprire ciò che si è perso, recuperare il mondo che precedeva l’avanzata uniformizzante del neoliberismo. Riscoprire, in un mondo finanziarizzato e virtualizzato, l’economia civile, al servizio delle persone, un’alternativa all’homo oeconomicus fatto di razionalità e consequenzialità.
Un altro mondo è possibile? Secondo Stefano Zamagni, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, “è un fatto che già oggi al mercato, e sempre più nel prossimo futuro, si chiederà non solo di produrre ricchezza e di assicurare una crescita sostenibile del reddito, ma anche di mirare allo sviluppo umano integrale, ad uno sviluppo cioè, in cui dimensione materiale, dimensione socio – relazionale e dimensione spirituale, possano avanzare in armonia in modo bilanciato. Il mercato incivile, mentre ha assicurato un’impressionante avanzamento della prima dimensione – quella della crescita – ha sensibilmente peggiorato la situazione rispetto alle altre due. A ciò si deve l’aumento davvero preoccupante dei così detti costi sociali della crescita”.
Il rimedio è la Cura
Il tema dell’imposizione, pressoché univoca, di un modello neoliberista e tecnocratico non è soltanto economico, è filosofico. Una delle più potenti risposte risale al 1927, quando Martin Heidegger scrisse le potenti pagine di Essere e tempo: a fronte dell’imporsi dell’epoca della tecnica – una riduzione del mondo a un cumulo di risorse e disponibilità, gestibili e dominabili attraverso pure competenze ‘numeriche’ – il filosofo propone un antidoto: la Cura. Per uscire dall’inautenticità, da ogni appiattimento uniformizzante, per uscire dalle logiche fameliche, inautentiche e schiavizzanti del ‘Si fa’, ‘si deve’, secondo Heidegger si deve riscoprire la cura non come semplice sentimento, ma come modalità fondamentale dell’esistenza dell’essere umano. Un animale sociale, costitutivamente coinvolto nel mondo, nel ri-guardarsi, nelle relazioni.
“Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”, scrisse il poeta tedesco Hölderlin. L’epoca della tecnica può ridurre in schiavitù l’uomo oppure, se giustamente orientata, può essere l’occasione per riscoprire il nostro orizzonte di senso.

