Già l’olea fragrante nei giardini
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d’aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.
Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.
Vittorio Sereni, Settembre, 1938
L’altro giorno, passeggiando per il parco, sono stata avvolta dal profumo dell’osmanto, l’“olea fragrante” del poeta Vittorio Sereni. È una siepe non particolarmente vistosa, i cui piccoli fiori bianchi sprigionano un aroma intenso, fra i pochi a diffondersi in autunno. Nonostante l’inquinamento, sollecita il naso in modo prepotente. Mi ricorda sempre un gesto: quello del chinare la schiena a raccogliere la castagna matta, o gengia, caduta dall’ippocastano da tenere nella tasca per scacciare i malanni di stagione. Quello era il rito del ritorno a scuola, del momento della ripresa, del saluto definitivo intriso di malinconia dell’euforia estiva.
Più di altri ritorni, come ad esempio quelli delle primule, o delle rondini, la fioritura dell’osmanto batteva la progressione delle mie classi scolastiche e dunque la nuova “me” ad ogni tappa del mio divenire. Oggi ho ri-trovato quel rito, anche se i tempi della scuola per me sono lontani, attraverso mio figlio e il suo ri-tornare a scuola, con i quaderni e le penne nuove, l’emozione di ri-vedere le maestre e ri-cominciare la sua vita nella comunità educativa.
Il ritorno è l’azione, il fatto di ritornare, di venire cioè di nuovo al luogo dal quale si era partiti o ci si era allontanati. La particella -ri precede una quantità di verbi nella nostra lingua che incorporano il concetto di ricorsività. La stessa etimologia della parola rito si ricollega alla radice sanscrita ri- che esprime l’azione dello scorrere, dell’andare. Da questa radice la parola sanscrita ritis cioè andamento, procedimento e, quindi in senso lato, usanza. Altre interpretazioni, altrettanto interessanti, individuano l’etimologia della parola rito, in latino ritus, nel greco ἀριϑμός (arithmòs) = numero e nella radice sanscrita rtà- = misurato.
La castagna gengia giace ancora oggi nella mia borsa, ma anche nella tasca di mio figlio.
Un gesto per ri-evocare la bambina che ero e nello stesso tempo imprimere un simbolo nella memoria di mio figlio. Qualcuno storcerà il naso dandomi della patetica romantica. Che sia!
Senza simboli, celebrazioni, riti, ritorni non siamo umani. Siedo tra la schiera di quelli che vedono la vita come un cerchio, una ruota che gira su se stessa, un’onda, in antitesi a coloro che vedono la vita come una retta scagliata nell’infinito.
«Vedi, noi sappiamo ciò che tu insegni: che tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse, e che noi siamo stati già, eterne volte, e tutte le cose con noi». Friedrich Nietzsche è il filosofo dell’eterno ritorno, del ripetersi dell’essere entro una condizione incessante di divenire. Un essere che non svapora nella copia di sé stesso, ma trova il suo consolidamento e il suo significato ad ogni giro.
Esistiamo e siamo perché ripetiamo vite, significati, storie, memorie nella lunga marcia del divenire.
Aby Warburg, storico dell’arte, fondatore dell’iconologia, ha focalizzato la sua ossessiva ricerca sulle immagini ricorsive che abbracciano ogni cultura, capaci di ferire e guarire, dall’intenso potere psichico che attraverso le epoche e le culture. Il simbolo che l’ha particolarmente colpito è l’uroboro, il serpente che si morde la coda, il rettile che rinasce, mangiandosi.
«L’immagine non è esclusivamente un documento storico che srotola gli eventi sulla linea del tempo, ma (ri)colloca gli oggetti nello spazio schiudendone il vissuto, il Nachleben simbolico», così dichiarava Warburg nel suo Il rituale del serpente, prolusione tenuta nel 1923, al tempo del suo ricovero entro un sanatorio, in occasione della sua volontà di dimostrare a tutti la sua lucidità mentale.
Nachleben significa sopravvivenza nella memoria. Invece, simbolo, dal greco sýmbolon, derivazione di symbállō , significa ‘metto insieme’.
L’osmanto e la castagna sono i miei nachleben di stagione: mettono insieme la mia esistenza, mi danno senso e memoria, mi permettono di ritornare in me stessa e ritrovarmi. Sono veicoli di trasferimento del mio significato verso la vita. Un po’ come gli Horcrux della saga di Harry Potter, che nascondono parti dell’anima del signore oscuro, in oggetti per conservarne l’immortalità.
Nel suo volume del 2021 La scomparsa dei riti, il filosofo coreano Byung-chul Han sottolinea con forza quanto la mercificazione dell’esistenza della nostra epoca contemporanea, abbia completamente depauperato, se non cancellato del tutto, i riti, che dal suo punto di vista sono il fondamento per la costruzione dei significati che tengono insieme una comunità, l’identità collettiva. Troppo narcisismo anaffettivo dilagante, eccessiva bulimia consumistica dell’usa e getta, velocità e fretta, hanno reso l’uomo solo, confuso e vuoto. I riti «oggettivano il mondo, strutturano un rapporto con il mondo», creando una comunità anche senza comunicazione, anche solo ricorrendo al silenzio.
I riti scandiscono l’anno, come momenti corali di celebrazione dei grandi misteri della vita, aldilà delle spinte commerciali. Pensiamo alle ricorrenze, prima pagane e poi religiose, dove nel festeggiare le stagioni e i suoi frutti, oppure i santi, si ringrazia tutto sommato per la sopravvivenza, per la vita del singolo e della comunità.
Warburg, nella stessa prolusione citata, sostiene anche: «Tutto ciò che abbiamo perso è chiaro, ignota è la direzione – questo non è un sacrificio, ma la dissipazione del sacro». Dissipare il sacro significa non osservare, non concedersi tempo, ma consumare tutto senza sedimentare. Significa non chinare la schiena per prendere la castagna gengia, non farsi sorprendere dal profumo dell’osmanto, non farsi penetrare dalla meraviglia, non farsi destare dalla consapevolezza, non accorgersi dell’altro da sé, non scegliere la vita ogni giorno. Ritornare è quindi una postura esistenziale che ha che fare con il sacro, con il ritornare alla casa del Padre, al divino, con l’inquietudine dell’esserci, mentre tutto scorre in un ciclo incessante, con il volersi affermare e ri-collocarsi in un orizzonte di senso che non si compie mai.
Esci e cerca una castagna matta,
piatta, intatta o malfatta,
quella che più ti si adatta.
La metti in tasca e con te la porti
Nei giorni che diventano sempre più corti.
Senza farti troppe domande
anche se ingombra poiché è grande.
Ora non posso spiegarti il perché,
i nonni bisbigliavano attorno a un caffè
che la castagna matta ha il potere incantato
di portarti alla Primavera mai raffreddato.
Filastrocca popolare

