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Il secolo mobile, Gabriele Del Grande

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Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino, nato a Napoli nel 1960, dal 1982 al 1987 ha lavorato come operaio presso la SIRAM, assumendo l’incarico di delegato sindacale della Fim Cisl; nel 1987 è entrato a far parte dello staff della Fim Cisl nazionale, prima come Responsabile dell’Ufficio Stampa e dal 2003 come Responsabile della Formazione sindacale. Cura i rapporti con le Università e con l’Associazionismo culturale e sociale con i quali la Fim Cisl è partner nei diversi progetti. Giornalista pubblicista dal 1990. È direttore responsabile della rivista Appunti di cultura e politica. E’ componente del Comitato Direttivo e del Comitato Scientifico dell’Associazione NExT (Nuova Economia per Tutti).

Gabriele Del Grande, lei ha scritto una storia dell’immigrazione illegale in Europa; lo ha fatto nell’ottica di ripensare radicalmente la questione, partendo dalla riflessione che fra alcuni decenni lo scenario mondiale demografico economico e tecnologico sarà profondamente mutato.

“Nel 2050 Cina e India guideranno per distacco la classifica dei paesi più ricchi del mondo davanti agli Stati Uniti e all’Unione euro-pea. Indonesia, Brasile e Messico siederanno con loro al G7 e l’Unione africana festeggerà il suo terzo decennio ininterrotto di boom economico. Nel frattempo gli abitanti della Terra dagli 8 miliardi di oggi saranno arrivati a sfiorare i 10, per metà grazie all’esplosione demografica dei paesi a sud del Sahara nei quali, nel frattempo, saranno nati 1 miliardo di africani in più. La Nigeria da sola avrà 400 milioni di cittadini, tanti quanti l’intera UE. D’altronde la popolazione europea, sempre più anziana e in declino, continuerà a diminuire fino a non rappresentare che il 5% di quella mondiale. L’umanità del futuro, infatti, vivrà per metà in Asia e per un quarto in Africa. Compresa la sempre più numerosa classe media globale che per allora si sarà espansa fino a superare di cinque volte l’intera popolazione dei paesi ad alto reddito dell’odierno Occidente euro-atlantico.

Fissare lo sguardo anche solo un momento su questo scenario dai rapporti di forza invertiti, in apparenza lontano eppure distante da noi meno di due generazioni, mi sembra il modo migliore per prepararci a ripercorrere assieme la storia dell’ultimo secolo di immigrazione illegale in Europa. Sapere cosa ha in serbo l’avvenire può aiutarci a guardare al passato con una prospettiva diversa. E a fare lo stesso con il nostro presente”.

Eppure la narrazione dominante sull’immigrazione spesso tradisce la realtà, producendo nei cittadini una percezione errata di un fenomeno peraltro che non è transitorio quanto strutturale

“Nei trentott’anni trascorsi dalla firma dell’accordo di Schengen il mondo è profondamente cambiato. Da un lato per l’impressionante crescita economica e demografica dell’area afroasiatica. Dall’altro per il progressivo declino del Fronte occidentale afflitto da denatalità e stagnazione, frammentato dall’uscita del Regno Unito dall’UE nel 2020, indebolito dal ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan nel 2021, sorpreso dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e pronto a scontrarsi con la Cina per il controllo di Taiwan. Forse è anche per questo se ancora oggi, passata la bolla del Covid-19 e ripresi gli sbarchi degli illegali in tutto il Mediterraneo, constatiamo che il sistema dei visti anti-immigrazione dell’UE non riesce a stare al passo coi ritmi dell’ormai incontenibile mobilità internazionale.

I divieti di viaggio sono stati concepiti in un’epoca in cui i popoli bianchi dell’Occidente euro-atlantico, usciti vincitori dalla guerra fredda e rimasti senza rivali, godevano di una sostanziale egemonia militare, economica e culturale sul resto del pianeta. Nonché di un peso demografico tutto sommato considerevole. Quella stagione, però, è giunta da tempo al tramonto. Lo dimostra il fatto che negli stessi anni in cui l’UE militarizzava le proprie frontiere per tenere alla larga gli indesiderati immigrati poveri dei paesi non bianchi, i colossi cinesi investivano in Europa centinaia di miliardi di dollari per acquisire porti, aeroporti e industrie strategiche, i magnati indiani compravano acciaierie, aziende farmaceutiche, società di packaging alimentare e compagnie tech europee, e i fondi sovrani arabi del Golfo riversavano miliardi di petrodollari nelle grandi banche del Vecchio Continente, nel calcio e nel mercato immobiliare”. 

E allora perché tutta questa paura dell’invasione dei migranti?

“Forse, dietro alla fobia dell’invasione e della paventata sostituzione etnica, c’è anche questo. Il timore di scoprire che la flaccida Europa, con le sue culle vuote e una popolazione sempre più anziana e smarrita, non soltanto non sarà mai in grado di fermare l’esodo dei giovani e innumerevoli figli del mondo asiatico, arabo e africano ma si ritroverà presto a lottare ad armi pari con le loro nazioni. Dapprima per il primato economico, poi chissà. Forse con la guerra. Magari per un nuovo ordine mondiale che ridimensioni una volta per tutte la secolare supremazia”.

Lei argomenta nel libro che non è solo la povertà e l’indigenza a creare la mobilità degli stranieri verso l’Europa, ma è la crescita dei salari nei paesi poveri a dare maggiori possibilità di muoversi. Sembra un paradosso.

“…i dati sui salari mostrano un’altra tendenza. La corsa delle economie emergenti e la redistribuzione della ricchezza prodotta dalla globalizzazione stanno portando più soldi nelle tasche delle classi lavoratrici dei paesi poveri. A parità di potere d’acquisto, lo stipendio medio a livello globale è cresciuto dai 1000 dollari all’anno del 2003 ai 2 mila del 2013 ed entro la fine degli anni Venti raggiungerà i 4 mila. Ed è proprio questo il banale motivo per cui sempre più persone in Africa e in Asia decidono di emigrare da un paese all’altro. Perché possono finalmente permetterselo. Alla faccia dell’aiutiamoli a casa loro.

Il paradosso è soltanto apparente. La mobilità, infatti, non è mai stata un’esclusiva della disperazione. Nel mondo di oggi viaggiare all’estero per studio o lavoro rappresenta un valore aggiunto per chiunque. Che si tratti dei figli dei nuovi arricchiti, che non hanno problemi a ottenere un visto e che in Europa vengono a fare carriera o a studiare nelle migliori università private. O che si tratti dei lavoratori poveri che puntano i propri risparmi alla borsa del contrabbando per aggirare i divieti di viaggio e tentare la sorte in un paese più ricco”.

Avanza anche una proposta per fermare gli sbarchi e azzerare l’immigrazione illegale. Quale? 

“Basterebbe abolire il divieto di viaggio dei poveri. Ripristinando la libera circolazione tra le due rive del cimitero Mediterraneo e ristabilendo una volta per tutte la legalità delle migrazioni tra i paesi non bianchi e l’Europa. Con buona pace delle mafie del contrabbando, che a quel punto rimarrebbero senza clienti, e delle compagnie private specializzate nella sorveglianza dei confini, che invece resterebbero senza lavoro. Ma anche di quanti tra noi ancora temono che, aperta una breccia, possa crollare la diga. Come se una diga davvero esistesse. E la frontiera non fosse già aperta. Da anni. Per tutti.

Sia per chi arriva legalmente, e sono i più, per ricongiungersi ai propri familiari, iscriversi a un master universitario o lavorare in posizioni altamente qualificate. Sia per tutti gli altri. Quelli che riescono ad aggirare il divieto di viaggio acquistando un passaporto europeo, comprandosi un finto contratto di lavoro, pagando la dote di un matrimonio combinato, fingendosi un turista per poi fermarsi oltre lo scadere del visto o pagando un biglietto per sé e i propri cari sui barconi della morte”.

Non le sembra che vi siano ancora molte resistenze politiche per accedere a ciò che lei propone?

“L’occasione per cambiare la storia è adesso.

Se davvero crediamo che tutti gli esseri umani siano pari in diritti e in dignità, apriamo quella porta. Facciamolo innanzitutto per noi stessi. Noi che siamo i figli orgogliosi delle città meticce di questa Europa globalizzata. Cresciuti fianco a fianco con genti venute da molto lontano. Così diverse da noi e così uguali. Delle quali abbiamo imparato a essere compagni di banco, vicini di casa, colleghi di lavoro, amici fidati, amanti appassionati e infine compagni di vita uniti in famiglie sospese in bilico tra i due versanti di una frontiera che non ci appartiene. Facciamolo per i nostri bambini. Per interrompere una volta per tutte la catena che da secoli tramanda di padre in figlio il razzismo. Affinché possano crescere liberi dal fardello del suprematismo. E raccolgano dalle nostre mani i germogli di un nuovo umanesimo. Nella certezza che sapranno fare meglio di noi.

Fino a quando, abolito anche l’ultimo divieto di viaggio, i soli barconi avvistati in frontiera saranno quelli prenotati dalle scuole per portare i ragazzi delle due sponde a visitare i futuri musei dell’immigrazione di Lampedusa, Lesvos e Fuerteventura e a deporre in acqua ghirlande di fiori con su scritto «Mai più!». Soltanto allora, forse, i 50 mila morti del cimitero Mediterraneo troveranno finalmente la pace. E la lunga scia formata sul fondo del mare dai resti dei loro cadaveri sembrerà ricongiungere, forse per la prima volta, Africa ed Europa”.

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