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Piano 1035. Promessa senza ritorno. Sotto il pavimento del mondo

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Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino, nato a Napoli nel 1960, dal 1982 al 1987 ha lavorato come operaio presso la SIRAM, assumendo l’incarico di delegato sindacale della Fim Cisl; nel 1987 è entrato a far parte dello staff della Fim Cisl nazionale, prima come Responsabile dell’Ufficio Stampa e dal 2003 come Responsabile della Formazione sindacale. Cura i rapporti con le Università e con l’Associazionismo culturale e sociale con i quali la Fim Cisl è partner nei diversi progetti. Giornalista pubblicista dal 1990. È direttore responsabile della rivista Appunti di cultura e politica. E’ componente del Comitato Direttivo e del Comitato Scientifico dell’Associazione NExT (Nuova Economia per Tutti).

Nun ce stanno cchiù rose
Nun ce stanno cchiù spine
Te scite ‘na matina
E cagna tutte cose
Cagna culore ‘o cielo
Cagna culore ‘a strada
A ‘nu mumento ‘a nato
Niente è cchiù è tale e quale
Ahi vita mia
iettela ‘nterra sta croce
lassala miez’’a via
falla schiarà chesta luce
mo nun mporta ‘ e niente
si è vierno o è primmavera
si è overo o nun è overo
si è buono o è malamente
passa pe dint’è mmura
nun me sente cchiù sola
vola palomma vola
nun avè cchiù paura
Ahi vita mia
iettela ‘nterra sta croce
lassala miez’’a via
falla schiarà chesta luce
Carlo Faiello

«I corpi ritrovati il 9 dicembre 1957 sono come pietrificati o mummificati.
La carne è ridotta in polvere e mescolata con la terra e il ghiaione. Gli scheletri sono relativamente completi. Le ossa essiccate. Sono stati trovati frammenti di tessuto, pezzi di cuoio, fibbie e cinture, sandali di caucciù leggermente fusi, bidoni sgualciti, oggetti personali come orologi, fedi, lampade elettriche numerate in pessimo stato!»1. È tutto ciò che rimane dei morti nella miniera di carbone di Bois du Cazier, a Marcinelle nel tragico incidente avvenuto l’8 agosto del 1956. 
Parole fredde scandite dal burocratico Rapporto della Commissione di inchiesta del governo del Belgio. 

Un incendio e i fumi tossici sprigionatisi in conseguenza, condannarono a morte 262 minatori rimasti intrappolati a mille metri di profondità. Tra essi c’erano 136 italiani, 23 dei quali abruzzesi, originari dello stesso paese, Manoppello, in provincia di Pescara. Solo lontanamente si può immaginare cosa vuol dire trovarsi esposti inermi alla morte, senza via di scampo. Forse ci si può approssimare ascoltando la testimonianza di qualche superstite come Philippe Detobel che ha raccontato quei momenti scioccanti a Paolo Di Stefano, nel libro La catastròfa
«A un certo punto – ricorda Detobel – abbiamo pensato di spostare la barriera per trovare il pavimento della gabbia, che si muoveva. Tutti abbiamo gridato: «Ferma la gabbia, ferma la gabbia!». Abbiamo suonato e la gabbia si è fermata. Non siamo mai riusciti a metterla a livello ma per finire siamo saliti. Cominciavamo a tossire e a starnutire e qualcuno vomitava. Pasquarelli, un uomo che aveva già avuto degli incidenti simili, gridava più degli altri: «Moriremo, moriremo tutti!». Anch’io avevo l’impressione che non saremmo risaliti»2.

Il lavoro non è una merce

Il prezzo pagato all’ideologia del lavoro inteso come merce è sempre altissimo. Marcinelle, in questo senso, ne è diventato il simbolo per eccellenza, ma, visto che si continua ancor oggi a morire di lavoro, non ancora un insegnamento e un monito.
Una merce. Così vennero considerati e trattati gli immigrati italiani che spinti dalla necessità si trasferirono in quegli anni in Belgio per andare a lavorare in miniera. Siamo nel periodo post seconda guerra mondiale e il mercato chiedeva più carbone, e soprattutto a basso prezzo. Nel 1946, il governo italiano firmò un accordo con Bruxelles, con il quale si impegnava a inviare, in cambio di tonnellate di carbone, almeno 2000 lavoratori a settimana, persone sotto i 35 anni e con un contratto di lavoro di 5 anni, uno dei quali obbligatorio, che se non rispettato prevedeva il carcere. Lo scambio tra Italia e Belgio, definito appunto “uomini contro carbone”, stabiliva le seguenti condizioni: «Per ogni scaglione di mille operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà verso l’Italia: tonn. 2.500 mensili di carbone, se la produzione mensile sarà inferiore a tonn.1.750.000; tonn. 3.500 mensili, se la produzione sarà compresa tra 1.700.000 e 2.000.000 tonn.; 5.000 men-sili, se la produzione sarà superiore a 2.000.000 tonn3

Dal 1946 al 1957 quasi 250mila italiani immigrati lavoreranno nelle miniere del Belgio; di questi, quasi mille non torneranno più a casa. Ricevettero peraltro una pessima accoglienza, mandati a vivere nelle baracche, residuo della seconda guerra mondiale, simbolo di un’integrazione assai difficile. Nelle città belghe alcuni locali portavano la scritta: “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.  

Anche il dopo tragedia fu per molte famiglie delle vittime un calvario, un’umiliazione, sia per l’esito del processo ai responsabili della miniera di Bois du Cazier, nel quale, tranne un ingegnere condannato a sei mesi con la condizionale in Appello, furono tutti assolti e per i famigliari dei morti non vi fu ne giustizia nè alcun risarcimento; sia per le necessità economiche cui dovettero far fronte insieme a quelle burocratiche per poter ricevere la pensione prevista da una legge speciale belga per le famiglie di Marcinelle. Maria, vedova del minatore Camillo, espresse al riguardo parole durissime: «E se aspettavamo l’Italia stavamo freschi. Il risarcimento che ci volevano dare a noi vedove, a un certo punto, erano gli indumenti che portavano addosso le vittime, nel ’59 abbiamo ricevuto un documento che diceva così, ma ti rendi conto? Che valore tenevano nu pantalone e na camicia? Ecco il ringraziamento di quello che li minatori hanno fatto per l’Italia. Nessuno si chiedeva chi ha riportato a vivere l’italiani dopo la guerra? Chi gli dava la luce e il caldo nelle case? Chi faceva camminare li treni? Se non c’erano li minatori che hanno emigrato nel Belgio, il paese stava in ginocchio! Invece siamo stati criticati dal paese perché si credevano che avevamo preso tanti soldi. E in più abbandonati. Non ci hanno dato niente e s’hanno preso tutto. E poi a me quello che mi fa rabbia è che so’ usciti liberi sti ingegneri, non hanno avuto colpe. È no schifo vero quello che hanno fatto al processo. Non riesco a sopportare questa cosa, e l’Italia non ci ha difeso per niente per quello che ci hanno fatto là in Belgio. Questa è la rabbia mia»4.

Restituire a questi lavoratori e alle loro famiglie il debito in quanto “causa” di un avanzamento sociale ed economico per le generazioni successive, e istituzionale per la comunità europea, non può fermarsi alle commemorazioni burocratiche e retoriche, ma deve muovere nella direzione politica di ricomporre dignità umana, lavoro, giustizia sociale e libertà, la cui separazione promette solo altre tragedie, come segnalano ancora oggi questioni come le innumerevoli morti sul lavoro e come quella dell’accoglienza e cittadinanza degli immigrati su scala mondiale e locale. 

Il Teatro nasce dove ci sono ferite e vuoti

Esprimendo una grande sensibilità su queste tematiche, la Cisl Abruzzo-Molise, in occasione dell’anniversario della tragedia di Marcinelle che cade l’8 agosto, ha promosso quest’anno a Pescara, presso l’Aurum – un tempo sede della distilleria produttrice del liquore omonimo e adesso spazio dedicato a eventi artistici e culturali – un’occasione di incontro (peraltro, molto partecipato) della cittadinanza, affidando a una rappresentazione teatrale il compito di tenere viva la memoria dei fatti di Bois du Cazier. 

Il Teatro, come afferma il drammaturgo Jacques Copeau, nasce dove ci sono delle ferite e dei vuoti. Marcinelle di ferite nella coscienza civile di un Paese e di vuoti nella vita di familiari e compagni di lavoro dei morti in miniera, ne ha lasciati in abbondanza. A 1035 metri, il lavoro promettente una vita diversa, migliore, per 262 minatori non ha previsto il ritorno e per le loro famiglie solo dolore. Per loro, come riconoscimento, e per noi, in senso simbolico, la memoria di Marcinelle deve vivere: bisogna fermare la gabbia, sennò moriremo tutti. 

E’ questo il senso ultimo della pièce teatrale scritta per l’evento di Pescara da Thomas Otto Zinzi (che l’ha anche diretta e interpretata insieme ad Angelica Olmeda) e Rosario Iaccarino, dal titolo Piano 1035. Promessa senza ritorno. Sotto il pavimento del mondo: la memoria tragica riecheggiante, parlante, e soprattutto iscritta nei corpi e nei volti di persone in carne e ossa – morti, sopravvissuti, vedove e orfani – prende la forma dello spazio scenico, irrompendo nella banalità del quotidiano contemporaneo, come critica radicale a quel conformismo e a quell’indifferenza che spesso inchiodano la storia, cinicamente, in una via senza uscita.

«Ferma la gabbia, ferma la gabbia! Moriremo, moriremo tutti!». 
L’urlo dell’operaio risalito inspiegabilmente vivo dalla miniera in fiamme, che ha visto la morte in faccia procurata da un sistema economico affamato di profitto, purchessia, andrebbe adottato come manifesto nella nostra epoca. 
Il neoliberismo non è un destino!
Quell’urlo disperato tornerà in diversi momenti della pièce, interrompendo più volte e in maniera perentoria il dialogo effimero, superficiale, sterile tra i due personaggi chiave del testo drammaturgico: Salvatore e Sofia, legati dalle contingenze, alle prese con il volenteroso tentativo di imbastire una comunicazione, ma intrappolati da storie pregresse di fallimenti che li rendono incapaci di decentrarsi da sè e mettere al mondo qualcosa di nuovo e di buono per sé e per gli altri.

Voltarsi verso l’altro

Con la forza di cui solo la drammaturgia è capace, a un certo punto della pièce il passato sembra sconfinare prepotentemente nel presente, per farsi, appunto, presente. Quasi a colmare quei “vuoti di memoria” che nascondono le ferite e fanno spazio al cinismo, sulla scena appaiono i volti tragici di Marcinelle: i morti, i sopravvissuti, le vedove, gli orfani. Chiedono conto della loro condizione, della loro condanna a morte, del loro dolore, e se, nelle forme di vita conosciute, potrà nascere un futuro differente. Chiedono di voltarsi indietro, verso di loro: hanno ancora qualcosa da dire alle donne e agli uomini di oggi. Come accadde per i personaggi in cerca d’autore, i quali, raccontava Luigi Pirandello, si stagliavano come ombre nella sua stanza: «ombre nell’ombra, che seguivano commiseranti la mia ansia, le mie smanie, i miei abbattimenti, i miei scatti, tutta la mia passione, da cui forse eran nate o cominciavano ora a nascere. Mi guardavano, mi spiavano. Mi avrebbero guardato tanto, che alla fine, per forza, mi sarei voltato verso di loro»5.

Voltarsi verso di loro. Salvatore e Sofia, a un certo punto, sentendosi assediati e scossi da quella memoria tragica e pericolosa, mettono fine alla pantomima dell’esistenza fin lì vissuta, e dismettono le maschere, fino a confessare: «dobbiamo lavarci, siamo sporchi di presente!».  
La memoria viva dà luogo a una vera e propria catarsi. Salvatore e Sofia si scoprono nudi quando cominciano ad immedesimarsi nei fantasmi di Marcinelle che nello spazio scenico diventano volti umani. 

Come quel soccorritore che a Bois du Cazier viene chiamato a ricomporre cadaveri senza volto né nome, incontrando l’assurdo che è nel mondo:
«A noi non interessava dei morti, ci passavamo sopra, li lasciavamo li….correvamo in avanti, sempre più avanti, con la speranza di trovare i vivi….3 ore di lavoro, 3 ore di riposo, 24 ore su 24….ma alla fine solo morti….”c’e’ ancora speranza a 1035m” ripeteva incessantemente la radio ma noi sapevamo, scendevamo ad impacchettare cadaveri, erano tutto morti, erano tutti cadaveri… A 1035 m erano tutti scoppiati…camminavi e ti cadeva addosso una gamba, una testa, un braccio….un disastro…I più fortunati erano morti subito carbonizzati gli altri, la maggior parte, soffocati, ritrovati faccia a terra, per tentare di sfuggire al fumo denso e nero, per provare a respirare quel brandello d’aria rimasto, mentre tutto intorno non vedi più nulla, avvolto nell’oscurità….Quel fumo, ti entra dentro, riempie i polmoni e tu sai…capisci, realizzi…in quella frazione di secondo….Chissà se c’è lo spazio per un ultimo frammento di pensiero…».

Come Lucia, moglie di Federico, tra i minatori che a casa quella sera non è tornato:
«Mio marito faceva il sorvegliante a 1035 metri, me lo diceva che era pericoloso. Diceva: «Se là sotto succede qualcosa, ci pulisce tutti, non risale nessuno». Infatti non è risalito nessuno. E io ci facevo: «Federico, perché non esci fuori?». Lo poteva fa’ perché era parecchi anni che ci lavorava. Ma non m’ha mai voluto sentire, e ha successo quello che ha successo. Se mi sentiva non ci capitava niente. Io ogni giorno quando partiva a lavora’ tenevo paura. La paga era abbastanza buona e si stava bene. L’unica cosa brutta era il clima sempre nero, che il sole, se lo vedevi, scompariva subito»6

La fragilità come unica certezza

Ciò che proviamo anticipa, informa, orienta il pensiero e ridefinisce l’orizzonte del nostro sguardo. La drammaturgia di Piano 1035 scava nel mondo interno liberando emozioni, anche con il contributo delle parole di Pier Paolo Pasolini che intrecciano il Vangelo di Luca, gli scritti di Dino Buzzati, i versi di Tahar Ben Jelloun, il canto napoletano di Carlo Faiello e Isa Danieli.
Nella partitura di Piano 1035, più dei testi, sono i gesti simbolici ad aprire varchi nel cuore e nella mente. Ma è soprattutto l’incontro fisico di Salvatore e Sofia con i reduci della tragedia della miniera di Bois du Cazier, impraticabile nella realtà a distanza di settant’anni, ma possibile nella drammaturgia e nel Teatro, che rende partecipabile con tutti i sensi quell’evento, e quindi viva e attiva una memoria affettiva e non solo storica. «Per arrivare al cuore delle cose – scriveva Peter Brook, attore e regista – devi creare il vuoto intorno alle cose, scoprirle nude. Il teatro non ha bisogno di scenografie grandiose, abiti di scena e macchine spettacolari, ma solo di spazio vuoto e di attori che vivono quello spazio, fino in fondo, con tutto il loro corpo. È l’energia del corpo a esprimere i concetti, l’esattezza mimetica del corpo racconta. Il teatro è lo specchio della società, e lo specchio non ha bisogno di cornici dorate»7.

Piano 1035 mette in scena il parto di un uomo nuovo, che finalmente si riconosca fragile, limitato, inconcluso, che aspira a una libertà incardinata nella relazione con l’Altro, che certo non mette al riparo dall’incertezza costitutiva dell’esistenza, ma può rendere sostenibili e feconde paure, fatiche, dolore e sofferenze. «La nostra fragilità – ci dice lo psichiatra Giuliano Castigliego – è in definitiva l‘unica nostra certezza, il dialogo l‘unica nostra via di salvezza se non vogliamo rifugiarci nella stupida illusione della potenza»8.

Piano 1035. Promessa senza ritorno. Sotto il pavimento del mondo si chiude con i versi del poeta brasiliano Fernando Sabino

Di tutto restano tre cose:
la certezza che stiamo sempre iniziando,
la certezza che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione, un nuovo cammino,
della caduta un passo di danza,
della paura una scala,
del sogno un ponte,
del bisogno un incontro
.

NOTE

  1. Testo tratto da P. Di Stefano, La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956, pagg. 176-177, Sellerio editore Palermo, 2011
  2. Testo tratto da P. Di Stefano, op. cit., pagg. 92-93
  3. Testo tratto da P. Di Stefano, op. cit., pagg. 12-13
  4. Testo tratto da P. Di Stefano, op. cit., pagg. 229-230
  5. L. Pirandello, Il Giornale di Sicilia, 17-18 agosto 1915
  6. Testo tratto da P. Di Stefano, op. cit., pagg. 174-175
  7. P. Brook, Lo spazio vuoto, Bulzoni, 1998
  8. https://giulianocastigliego.nova100.ilsole24ore.com/2025/09/27/la-certezza-della-fragilita/
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