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Ritorno: tornare nei luoghi del cuore

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Elio Proietti
Elio Proietti
Elio Proietti è un manager IT con una profonda passione per la psicologia e la cucina. Nel suo percorso professionale, Elio ha saputo combinare le sue competenze tecniche con un forte interesse per la comprensione delle dinamiche umane, applicando principi psicologici per migliorare la gestione dei team e l'efficienza dei progetti. Oltre al lavoro, Elio ama sperimentare in cucina, dove trova un ulteriore modo per esprimere la sua creatività e attenzione ai dettagli. La sua capacità di coniugare tecnologia, umanità e arte culinaria lo rende una persona unica e versatile.

La parola ritorno porta con sé l’idea di ripetizione: tornare più volte in uno stesso luogo, su uno stesso argomento, dentro uno stesso ricordo. Ogni volta, però, l’esperienza è diversa, perché a cambiare siamo noi. E così il ritorno diventa un intreccio di emozioni che può spaziare dalla gioia alla malinconia, dalla sorpresa alla delusione.

Pensiamo, ad esempio, a quando si torna dopo tanti anni nel paese dell’infanzia. Le strade, le case, forse persino la scuola elementare sono rimaste le stesse. Eppure non le percepiamo più nello stesso modo. Da bambini le scale sembravano altissime, i campi sconfinati, i giochi interminabili. Da adulti, tutto appare più piccolo, più vicino, più concreto. Non è il luogo ad essere cambiato: siamo noi, con il nostro bagaglio di esperienze; a guardarlo con occhi nuovi.

La spinta che ci riporta indietro è spesso la nostalgia. Il desiderio di ritrovare persone, odori, dettagli che la memoria conserva come dolci e ovattati. Un profumo di pane appena sfornato, la panchina del parco dove si passavano pomeriggi interi, o il suono della campanella che segnava l’inizio delle vacanze. Ma quando finalmente torniamo, le sensazioni non sempre coincidono con l’immagine che avevamo costruito. Non di rado prevale la delusione. Ciò che ricordiamo non collima con la realtà presente.

Accade, non perché il luogo sia radicalmente diverso, ma perché siamo noi ad esserlo. Le esperienze vissute nel tempo trascorso altrove, ci hanno trasformati. Eppure, a volte, ci sorprende scoprire piccoli dettagli rimasti intatti. Ad esempio il muretto che sembrava lontanissimo, ora si raggiunge in pochi passi; oppure l’albero del cortile che continua a regalare la stessa ombra ma che adesso ci sembra più piccola o ancora una scritta incisa anni prima che ora a malapena risulta leggibile.

Viene allora spontanea la domanda: perché si ritorna, se spesso il premio massimo è la disillusione? Forse perché il ritorno non serve tanto a rivivere il passato quanto a comprenderlo. Tornare significa chiudere un cerchio, guardare negli occhi ciò che si è stati, per poterlo accettare e da lì, ripartire.

Ogni ritorno è anche un viaggio dentro di sé. Ciò che vediamo fuori diventa specchio di chi siamo diventati dentro. È come rileggere lo stesso libro in momenti diversi della vita; la storia è identica, ma le sfumature che cogliamo cambiano, grazie ai nostri nuovi occhi sviluppati nelle esperienze accumulate.

Riflettendo, mi sono soffermato sulla particella “ri-”, che in italiano indica proprio la ripetizione. Si torna per nostalgia, per testardaggine, per necessità o semplicemente, perché c’è qualcosa che chiede di essere rivissuto. Ma il ritorno andrebbe vissuto come un rimpianto bensì come un metro per misurare quanto siamo cresciuti e cambiati.

Noi non siamo mai gli stessi: ciò che eravamo non è ciò che siamo né ciò che saremo. Tuttavia, ciò che siamo oggi è inevitabilmente intrecciato a quello che siamo stati ieri. Il ritorno, allora, non è un passo indietro, ma taccuino degli appunti che ci ricorda il cammino percorso, con tante pagine bianche ancora da scrivere.

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