Esiste un momento, nella vita di ognuno, in cui si sente il bisogno di fare il punto. Un gesto che sembra semplice. Si guarda indietro, si misura la distanza percorsa, si cerca di capire dove si è arrivati. Ma in realtà è un atto molto più complesso in quanto una persona tenta di riconoscersi, di ricucire i propri strappi, di dare forma al tempo che scorre.
Ci sono momenti in cui il pensiero si ferma, non per mancanza di slancio ma per necessità di orientamento. Si avverte il bisogno di “fare il punto”, di collocarsi dentro la propria storia, di riconoscere la direzione da cui si proviene e quella che, con esitazione o desiderio, si sta scegliendo di imboccare.
Fare il punto non significa arrestare il movimento, ma dargli forma.
È il gesto con cui il soggetto tenta di raccogliere i frammenti della propria esperienza e di ricomporli in una trama che non sempre si lascia leggere ma che, per un istante, restituisce un senso.
Nella psicanalisi il punto non è soltanto la fine di una frase, bensì il segno che delimita, il luogo in cui qualcosa del linguaggio si chiude e, chiudendosi, produce significato. Freud avrebbe detto che l’Io, nel tentativo di ordinare la propria vita psichica, crea continui punti di sutura per tenere insieme le sue parti. Una persona infatti, non è altro che un effetto del linguaggio e la sua identità si costituisce attraverso nodi e legami che, senza un punto di arresto, scivolerebbero via nel flusso continuo del desiderio.
Fare il punto è, allora, un gesto simbolico di grande valore etico. Nella nostra epoca, che sembra soffrire di un’infinita difficoltà di fermarsi, di rallentare, di sospendere, la possibilità di mettere un punto rappresenta una forma di resistenza. Si vive immersi in un discorso che non conosce interruzioni, in una corsa in avanti che illude di sfuggire al limite e al tempo. Eppure ciò che non si arresta non può essere pensato, solo la pausa consente l’elaborazione, solo l’intervallo permette al soggetto di riappropriarsi del proprio desiderio, di capire dove si trova davvero.
Mettere un punto non coincide con la chiusura definitiva di qualcosa, ma con la possibilità di dare contorno a ciò che altrimenti resterebbe informe. È un atto di verità, poiché nel momento in cui si fa il punto si riconosce ciò che è accaduto, ciò che manca e ciò che resta. È un atto che contiene una forma di coraggio, perché implica la rinuncia all’illusione di continuità e la scelta di guardare il proprio percorso con lucidità.
In ogni analisi il punto segna il momento in cui il soggetto tocca qualcosa della propria verità, non quella che consola ma quella che taglia. Lacan dice che non esiste verità senza taglio, e ogni taglio produce una cicatrice, un segno che testimonia il passaggio e il punto è la forma più discreta di questa cicatrice, la sua traccia simbolica. È l’istante in cui una parola si arresta e, fermandosi, apre uno spazio nuovo.
Così, ogni volta che si prova a fare il punto, si rinnova la possibilità di ripartire. Non si tratta di un gesto nostalgico né di una resa, ma di una presa di posizione. Fare il punto significa riconoscere la propria presenza nel mondo, assumere il proprio posto nel discorso, accettare che il tempo non è una linea continua ma una serie di interruzioni che danno forma al vivere.
La psicanalisi insegna che il punto è ciò che consente al soggetto di non dissolversi nel flusso dell’Altro. È il segno minimo che trattiene, che ancora, che ricompone e forse è per questo che, nonostante la fretta contemporanea, continua a esistere in ciascuno di noi il bisogno di fermarsi per un istante e di segnare un punto, come se quel piccolo gesto simbolico fosse l’unico modo per restare dentro la vita senza esserne travolti, per abitare la parola invece di esserne sommersi, per riconoscere, infine, che solo chi sa fare il punto può davvero riprendere il filo.
Quindi non ci resta che mettere un punto, e andare a capo.
La forma del punto

