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Egoismo. La stella che si consuma nella propria luce.

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Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni
Di formazione storica dell’arte e filosofa, perfezionata in management dell’arte e della cultura e anche in innovazione sociale, business sociale e project innovation. Per dodici anni è stata curatrice ed exhibition manager della collezione corporate internazionale di UniCredit all’interno del progetto UniCredit&Art. Attualmente ricopre ruoli di comunicazione per progetti di finanza sociale e sostenibilità. Appassionata di scrittura creativa, poesia e biblioterapia.

Io sono una stella nel firmamento,
che osserva il mondo, disprezza il mondo,
e si consuma nella propria luce.

Io sono il mare di notte tempesta,
il mare che grida e che accumula nuovi
peccati e all’antico fa ammenda.

Io sono stato bandito dal vostro mondo
cresciuto nella superbia, tradito dall’orgoglio,
sono un re senza un Regno.

Io sono la passione senza parole,
in una casa senza camino, in una guerra senza spada,
è la mia stessa forza che mi ammala.

Hermann Hesse, da “Musica e solitudine”, 1915

Quando siamo bambini incappiamo spesso nei moniti dei nostri genitori che ci invitano a prestare i nostri giochi ad altri bambini, a dividere la merenda con i nostri fratelli o amici, a non sovrapporre la nostra voce ai discorsi degli altri, contenendo la nostra urgenza di dire. Quando l’esuberanza esplode, ci sentiamo dire di non essere egoisti, con un carico di senso di colpa che rimbomba nelle orecchie. Veniamo anche invitati a riflettere sulle disgrazie degli altri, di chi è meno fortunato, chi vive in paesi bersagliati dalle guerre o dalla fame.

Poi, crescendo, i genitori, la scuola, lo sport, il lavoro, qualsiasi contesto collettivo inneggiano all’essere se stessi, al tirare fuori personalità per l’auto-affermazione, ad essere brillanti rispetto agli altri, ad evitare fragilità e momenti di confusione, valorizzare le proprie capacità peculiari.

I social media, inoltre, ci hanno abituato a lavorare sulla nostra immagine esteriore, con filtri, retoriche, amplificazioni, per stare su un perenne palcoscenico. L’altruismo torna come discorso pubblico solo in specifici momenti dell’anno, oppure in base a tendenze mediatiche del momento. 

Un vero cortocircuito.

In L’espulsione dell’altro, Nottetempo, 2017, il filosofo Byung-Chul Han punta proprio il dito sulla comunicazione digitale che diffonde velocemente informazione, senza far maturare consapevolezza, appiattendo ogni significato. Il neocapitalismo vorace della nostra società, per far circolare informazioni e capitale, promuove funzionalmente l’ideologia dell’io imprenditore, che però indebolisce le relazioni interpersonali e aumenta il senso di inadeguatezza e l’ansia da prestazione. Siamo egoisti non già per cattive intenzioni, ma per una forma di saturazione. Non riuscendo a processare, a capire profondamente gli eventi del mondo, perché bombardati da informazioni contrastanti da moltissime fonti, isolati nel nostro percorso di comprensione senza spazio al confronto, rimaniamo anestetizzati, chiusi in un autismo emotivo.

Il sociologo Alain Touraine parla di “disgregazione sociale” (La globalizzazione e la fine del sociale. Per comprendere il mondo contemporaneo, Il Saggiatore, 2021), come intenzione sistematica di smaterializzazione delle istituzioni che fondano una società collettiva. 

Paradossalmente, fare di tutto per affermare il proprio ego non riempie la propria vita: anzi, genera un vuoto incolmabile e tanta solitudine. Stiamo perdendo il valore dell’Alterità, nonostante sia alla base della nostra maturazione neuronale, dell’identità e della società. Le neuroscienze l’hanno dimostrato, infatti, che non esiste un io senza un tu. Le reazioni al comportamento dell’altro istruiscono e stimolano la nostra corteccia cerebrale e sostanziano l’auto-consapevolezza ed empatia. Imitando entriamo in relazione con il mondo e la sua complessità, imparando a navigarlo. Dunque, l’Altro da noi è fondamentale per il nostro essere nel mondo. 

Nel 2010 l’artista serba Marina Abramovic tiene una delle sue performance più famose della sua carriera: The Artist is present. Circa 1700 persone si sono presentate al suo cospetto, sedendosi davanti a lei in silenzio, semplicemente guardandola negli occhi. L’artista è rimasta seduta sei giorni su sette, per sette ore al giorno per circa tre mesi, dal 14 Marzo al 31 Maggio 2010. 

La forza di Marina Abramovic non risiede solo nel suo controllo e resistenza, nella sua disponibilità verso il pubblico, nel suo mettere il proprio corpo al centro, ma per una generosità agita con determinazione. Moltissime sono le foto del pubblico che piange o che sorride teneramente all’artista. Il solo sguardo è capace di suscitare fortissime emozioni, proprio perché la relazione mette in risonanza, dà corpo alle emozioni. Diversamente dalla stella di Hermann Hesse, Marina non disprezza il mondo.

In questi giorni mi sono imbattuta nella biografia dell’artista ebrea Friedl Dicker-Brandeis (1898-1944). Dopo la sua formazione e lavoro con la Bauhaus, per due anni ha vissuto nel ghetto di Terezin mettendo a disposizione le sue competenze artistiche e didattiche per i bambini rimasti orfani e traumatizzati, promuovendo laboratori creativi e formulando le prime osservazioni sulla pratica dell’arteterapia. Grazie alla sua tenacia ed esperienza, moltissimi dei disegni dei bambini sono stati nascosti alla furia nazista e oggi sono conservati al Museo ebraico di Praga, a testimonianza della loro storia e a custodia dei loro nomi. In quella vicenda, ho visto il maestro di musica Ahmed Muin AbuAmsha che vive attualmente nella Striscia di Gaza e quotidianamente visita gli accampamenti per portare momenti di serenità, attraverso la musica. I social hanno reso virale la sua performance nella quale canta con i bambini partendo dal suono di un drone che vola sopra di loro. Ogni giorno documenta la sua forma di resistenza all’orrore, attraverso la cultura, indirizzando video messaggi al mondo, dove testimonia anche il vissuto dei palestinesi.

Il Mahatma Gandhi sosteneva: «Se potessimo cancellare l’«Io» e il «Mio» dalla religione, dalla politica, dall’economia saremmo presto liberi e porteremmo il cielo in terra». Non era lontano dalle visioni descritte sopra. L’egoismo che non si contamina è lo strumento più potente di controllo e attacco al senso della collettività: i tuoi problemi non mi riguardano; le tue lotte sono lontane dal mio vissuto quotidiano; il mio benessere viene prima di ogni altra cosa; la tua sofferenza è diversa dalla mia. 

Ma forse, ciò che chiamiamo “egoismo” è spesso solo la fatica di imparare la misura giusta tra noi e il mondo, tra il nostro bisogno di affermarci e il nostro bisogno, più silenzioso, di appartenere. Non è quindi un blocco compatto, né un semplice difetto morale: è un territorio sfumato, dove si incontrano istinto, cultura, paura e desiderio. Nessuna vita fiorisce davvero nella solitudine dell’autosufficienza.  E proprio su questo livello che dobbiamo tornare a battere, la fioritura, l’educazione che abbiamo ricevuto da bambini, quando l’egoismo veniva immediatamente corretto, con parole, con giochi, con esempi, con cultura, in modo che la passione ritrovi le parole, diversamente dalla poesia di Hesse.

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