Egoismo

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Cesare Moreno
Cesare Moreno
Cesare Moreno, maestro elementare e presidente dell’associazione Maestri di Strada onlus. È stato tra i fondatori del progetto Chance (1998- 2009) per il recupero dei dispersi della scuola, e dell’associazione Maestri di strada che presiede dal 2006. Dal 2010 progetta e organizza progetti territoriali complessi – in contesti di emarginazione – per la promozione della cittadinanza giovanile attraverso l’educazione.

In molti casi si capisce il significato di una parola se pensiamo al suo inverso, alla sua negazione. Il contrario di egoismo non è altruismo, ma è a seconda dei contesti cooperazione o politica.

Egoismo e altruismo sono una coppia simmetrica nella dimensione individuale e individualista, in un certo senso sono sinonimi perché al centro c’è comunque l’ego: in un caso l’ego che si chiude in se stesso, che è geloso delle proprie risorse, che cerca di possedere prima degli altri e contro gli altri. Nel secondo caso c’è un ego che si dona agli altri, che gode nella donazione, che cresce attraverso la gratitudine dell’altro, ma è in ogni caso una relazione a senso unico che può persino diventare invadente ed offensiva. Anni fa un delinquente incrociando dei volontari che facevano una colletta a scopo sociale gettò nel piatto 50 euro e i volontari la percepirono giustamente come un’offesa. Analogamente è accaduto che un ragazzo appartenente ad una famiglia “dominante” si offrisse sistematicamente di pagare le consumazioni al bar finché i suoi compagni capirono che si trattava di un modo di “dominarli” . In antropologia è noto il potlatch che è appunto una competizione del dono in cui vince che aliena la maggiore quantità di beni. 

Dunque se restiamo nell’ambito individuale del possesso e del potere egoismo e altruismo sono due varianti dell’individualismo e non sono opposte tra loro ma piuttosto complementari.

Se invece consideriamo l’egoismo all’interno di un contesto sociale e cooperativo, il contrario di egoismo è politica ossia, come diceva Don Milani, uscire insieme da una situazione difficile; è, cooperazione ossia essere capaci di organizzare una impresa comune dentro cui ciascuno mette proprie abilità e competenze; è spirito comunitario, ossia partecipazione allo scambio reciproco di significati e risorse.

Leggo il verso di Dante “amor c’a nullo amato amar perdona” come l’emblema della reciprocità, l’amore ti obbliga a ricambiare. Il contrario di egoismo è quindi amore, stringere un legame con l’Altro invece di avocare a sè il possesso della cosa o il potere del dono. 

C’è una parabola dei Vangeli che secondo me riassume la complessità della definizione di egoismo. La storia del padre misericordioso – o anche del figlio prodigo – comincia con la richiesta da parte dei due figli di avere subito la propria parte di eredità. Uno dei due resta presso il padre e contribuisce allo sviluppo della sua ricchezza, l’altro scialacqua la sua parte, con le prostitute, (cioè fa quello che oggi si designa volgarmente come Sputtanamento), fino a restare povero. Quado gli giunge notizia che il padre assume dei braccianti ritorna a casa non perché sia pentito ma perché attratto  dalla prospettiva di guadagno;  senonché il padre lo avvista da lontano e gli va incontro per festeggiare il suo ritorno. L’altro fratello grida all’ingiustizia, si lamenta che dovrà dividere la sua parte con il fratello prodigo-scialacquatore, ma il padre gli dice: oggi festeggio il fatto che la nostra famiglia è di nuovo ricca perché c’è con noi un figlio e un fratello che avevamo perso. 

Piaget dice che questa storia non può essere compresa prima dei dieci anni perché il processo di “decentramento cognitivo” non è ancora completo che la giovane persona non è in grado di  vedere se stesso dentro un gruppo, di vedere il gruppo prima dell’individuo. La mia esperienza, –  esempio con numerosi gruppi di docenti con cui ho svolto attività formative – è che questa parabola sia pesantemente indigesta al popolo adulto che vive in una società centrata sul possesso. In realtà non basta il decentramento cognitivo ma è necessario passare da elementari emozioni difensive ad emozioni  elaborate che mettono al centro la buona relazione con l’Altro.

In questo episodio il termine egoismo si arricchisce di una sfumatura insieme cognitiva ed emozionale: egoista è lo sguardo con cui si guardano le relazioni in modo unilaterale o possessivo. 

Questo aspetto riguarda da vicino la gestione delle classi. 

Intanto riferisco di una collega che confessò di non aver concepito un secondo figlio perché temeva di non riuscire ad avere un atteggiamento “eguale” verso tutti e due. Mi chiesi come facesse a gestire una classe in cui i ”fratelli” erano 20-25 e per giunta della stessa età.

Molti docenti dicono: è impossibile tener conto delle diversità, delle individualità perché abbiamo 20-30 allievi e se ci dedichiamo ad uno perdiamo gli altri.

Un simile ragionamento si basa sulla ipotesi che gli allievi siano egoisti e gelosi. Viceversa una persona attenta alle interazioni e ai legami – nel caso specifico Margaret Rustin – riferisce che un’azione di accoglienza nei confronti di un allievo viene vissuta dagli altri come una scena di cui potrebbero essere protagonisti loro stessi, e questo dipende dal modo in cui il docente compie questa azione se è un modo egoistico in cui esalta il “favore” con cui guarda un certo allievo oppure è rivolta al gruppo classe: vedete, chiunque di voi sia in difficoltà può ricevere un aiuto, anzi è l’intero gruppo che partecipa ad una attività di sostegno a un membro in difficoltà.

Anni orsono ho avuto una terza che aveva subìto il cambio di decine di supplenti. In questa classe una maggioranza di ragazzi nei fatti non leggeva né scriveva, quindi dovetti ricominciare tiìutto daccapo;  la cosa riusciva abbastanza bene, quando, a metà anno, arrivò un altro allievo, Gaetano, che era in condizioni ancora peggiori e forse aveva  ormai cristallizzato la sua difficoltà tanto da non riuscire  a leggere le parole più semplici. Comunque lo facevo leggere tutti i giorni con vari espedienti che gli facilitavano il compito. Tuttavia ogni giorno la classe doveva sorbirsi 5  minuti di sillabazione stentata e di lettura incomprensibile. Quando finalmente nell’anno scolastico successivo Gaetano lesse un breve testo in modo fluido la classe esplose in un applauso spontaneo. Mai in precedenza era capitato qualcosa del genere e questo mi fece capire che l’intera classe era in ansia per Gaetano e che sosteneva il suo sforzo tanto da riuscire a riconoscere che quella breve lettura che a loro era familiare fin dalla seconda elementare era un traguardo “avanzato” per Gaetano.  Voglio dire che nessuno di loro aveva svolto quel ragionamento egoistico che oggi sentiamo da tanti insegnanti e genitori: l’alunno lento o in difficoltà rallenta tutta la classe; al contrario quei ragazzi avevano capito quale ricchezza portasse alla classe “l’agnello ritrovato”, la lettura ritrovata di Gaetano. 

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