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L’egoismo dei genitori e la crisi delle relazioni primarie

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Raffaella Moscaritolo
Raffaella Moscaritolo
Biologa e insegnante di scuola primaria

Oggi,  nella nostra società, sempre più, l’egoismo si manifesta in modo preoccupante come individualismo sfrenato, ricerca di successo personale. Forme di egoismo subdolo più spesso si insinuano nelle relazioni educative, dove, invece, dovrebbe prevalere la cura e l’apertura verso l’altro. E’ eclatante l’egoismo dei genitori che, in particolare, assume forme sottili e difficili da riconoscere: si traveste da amore, da protezione, da dedizione totale, ma in effetti si nasconde  un bisogno di controllo, di possesso, di affermazione di sé attraverso l’altro.

Molti genitori, presi dall’aspirazione di garantire ai propri figli un futuro sicuro, finiscono per esercitare un protezionismo incondizionato. In questo modo, tutti gli ostacoli vengono rimossi, ogni difficoltà evitata, ogni rischio neutralizzato. I figli vengono fatti crescere in una bolla di sicurezza che, se da un lato li preserva da qualsiasi difficoltà e delusione, dall’altro li priva della possibilità di sperimentare, di sbagliare, di confrontarsi con la realtà, di provare la delusione e, successivamente, il desiderio di rivalsa. L’egoismo genitoriale risulta qui come incapacità di accettare l’autonomia dell’altro: il figlio diventa un progetto da plasmare secondo i propri desideri e da collocare, a tutti i costi, su un piedistallo.

Queste dinamiche relazionali fanno sì che il legame genitore-figlio, anziché fondarsi sulla reciprocità e sulla fiducia, si irrigidisca in una completa dipendenza che ostacola la crescita. I giovani, abituati a ricevere protezione assoluta, mostrano difficoltà a sviluppare relazioni paritarie con i coetanei e, più tardi, con il partner. L’egoismo da accudimento, lo vediamo sempre più, pur mascherato da amore, genera fragilità emotiva e incapacità di costruire rapporti autentici.

Le neuroscienze offrono oggi strumenti preziosi per comprendere queste dinamiche. Le scoperte sui neuroni specchio hanno mostrato come il nostro cervello sia predisposto all’empatia: osservando un gesto o un’emozione altrui, attiviamo le stesse aree cerebrali come se stessimo vivendo quell’esperienza. Ciò significa che la relazione educativa non è mai unidirezionale: il genitore non trasmette soltanto regole o valori, ma modella il figlio attraverso la propria capacità di mettersi nei suoi panni. Quando prevale l’egoismo, questa funzione empatica si spegne: il genitore non “rispecchia” il figlio, ma lo piega alle proprie paure e aspettative.

In questo quadro, diventa fondamentale ripensare la nostra idea di persona. Non siamo monadi isolate, ma esseri che si formano in relazione all’altro. Alcuni studiosi (Gallese, Morelli) parlano di “condividuo”: un individuo che esiste solo nella condivisione, nel dialogo, nell’interazione. La crescita di un bambino non può avvenire senza la presenza di altri significativi, ma soprattutto senza la possibilità di riconoscere e rispettare la sua alterità. L’egoismo genitoriale, invece, nega questa dimensione: trasforma il figlio in specchio del proprio sé, anziché riconoscerlo come soggetto autonomo.

Se vogliamo superare la crisi delle relazioni affettive primarie, occorre un cambio di prospettiva. L’educazione non deve essere possesso, ma responsabilità condivisa. Non deve essere protezione assoluta, ma accompagnamento rispettoso. Non deve essere imposizione di un destino, ma apertura a possibilità. I neuroni specchio ci ricordano che siamo biologicamente predisposti all’empatia: sta a noi coltivarla, allenarla, trasformarla nella nostra  pratica quotidiana. Solo così il genitore potrà evitare di cadere nell’egoismo travestito da amore e favorire la crescita di un “condividuo” capace di costruire relazioni sane e autentiche.

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