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Migliore. Figure dell’egoismo nella drammaturgia di Mattia Torre

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Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino, nato a Napoli nel 1960, dal 1982 al 1987 ha lavorato come operaio presso la SIRAM, assumendo l’incarico di delegato sindacale della Fim Cisl; nel 1987 è entrato a far parte dello staff della Fim Cisl nazionale, prima come Responsabile dell’Ufficio Stampa e dal 2003 come Responsabile della Formazione sindacale. Cura i rapporti con le Università e con l’Associazionismo culturale e sociale con i quali la Fim Cisl è partner nei diversi progetti. Giornalista pubblicista dal 1990. È direttore responsabile della rivista Appunti di cultura e politica. E’ componente del Comitato Direttivo e del Comitato Scientifico dell’Associazione NExT (Nuova Economia per Tutti).

Non riesce a vedere altro
che sé stesso;
giudica tutto e tutti
dall’utilità che gliene deriva;
è fondamentalmente
incapace d’amare.     
Erich Fromm

L’egoismo ispira un tale orrore
che abbiano inventato
le buone maniere
per nasconderlo,
ma traspare attraverso
tutti i veli
e si tradisce in ogni occasione.
Arthur Schopenhauer

Ogni diminuzione
di partecipazione
al comune diminuisce
la potenza di agire
di un essere.
Miguel Benasayag,
Bastien Cany

La brava persona non esiste. È un’invenzione della cultura borghese, di coloro che si reputano brave persone. La brava persona è un po’ come il buon senso, è una costruzione ideologica che, se allude astrattamente al positivo, non ha riscontri nella realtà. Eppure la “brava persona” ha un posto e una funzione di rilievo nel linguaggio diffuso. Ad esempio, quando moriamo, chissà perché, diventiamo, per bocca degli altri, tutte e tutti delle brave persone: un’attribuzione che echeggia specie tra coloro che accompagnano il defunto al cimitero.

Antonio De Curtis, in arte Totò, mostra, lucidamente, che neanche andando al creatore, nell’aldilà, si diventa brave persone. Come illustra ferocemente nella poesia ‘A livella, ambientata nel cimitero di Napoli dove il tal Marchese di Rovigo e di Belluno, incurante che la morte in qualche modo mette tutti sullo stesso piano, imbastisce una messa in scena e un’accusa velenosa verso il netturbino Gennaro Esposito – rivendicando anche da morto il riconoscimento della distanza di classe sociale – di aver posto senza ritegno il loculo nel quale è seppellito accanto alla sua tomba.

L’uomo di scarsa qualità. Dalla mediocrità all’egoismo

Alfredo Beaumont, uomo di scarsa qualità, descritto e rappresentato ironicamente come Migliore nel testo drammaturgico dello sceneggiatore e regista Mattia Torre[1], è il prototipo della “brava persona”, mediamente intesa, fatto a misura di questo tempo, incapace di riconoscere la sua strutturale ambiguità e di offrire un’opportunità alla sua parte migliore, perché prevalga sull’altra, quella pusillanime.

Vivrà due vite in una Alfredo: la prima da subalterno, supinamente a disposizione del prossimo; la seconda, da maramaldo, convinto di essere in credito con il mondo, e perciò auto-centrandosi e disinteressandosi, egoisticamente, degli altri.

Come accade spesso nella vita, un evento improvviso, un cambio di condizione, un’esperienza negativa, ci spinge a disporci, diversamente da prima, verso l’altro e verso il mondo. Ma in quale direzione? Alfredo Beaumont, rimane coinvolto in una tragedia, provocando senza volerlo – intestardendosi da “brava persona” nella sua convinzione di fare la cosa giusta – un incidente nel quale perde la vita una sua vicina di casa disabile. Da lì in avanti avverrà la sua metamorfosi.

Questa la scena chiave tratta dal testo di Mattia Torre:

Finalmente sono a casa.
Entro nell’androne del palazzo che Adua ha appena finito di lavare le scale. La signora Silvia, in carrozzella, è bloccata al pianoterra. L’ascensore è rotto. Non può tornare a casa. Mi offro di prenderla in braccio. «Signora, la porto io.» «No grazie.»
«Davvero, non ci sono problemi.»
«No, la ringrazio, aspetto la ditta, li ho appena chiamati».
«Ma l’ultima volta, si ricorda? C’hanno messo sei ore a venire, non si preoccupi, la porto io». «No, ho detto di no.» «Ma signora, non mi costa niente…»
La prendo – un braccio sotto le gambe, l’altro sotto le ascelle; lo so fare, sono stato volontario. Lei chiude gli occhi senza dire niente, poi mi sussurra all’orecchio: «Non voglio». Ma sono già quasi al primo piano. «Non voglio, Alfredo.»
Le scale bagnate. Le Clarks. Scivolo. Mi sbilancio. Perdo l’equilibrio. Le Clarks sui gradini ancora bagnati. Cado.
E lei cade insieme a me. La signora Silvia cade. Batte la testa, Adua urla. Dice: «Non voleva essere presa, oddio». Dice più volte: «Oddio oddio oddio».
Mi rialzo. La signora ha perso i sensi. Sirene di ambulanza. Portantini: la prendono, la portano via. La figlia. Scende. Urla anche lei: «Oddio oddio oddio». Assisto senza parole. Dopo qualche ora: una cartella clinica con dentro un referto medico.
È morta. Sono stato io. «Alfredo, non voglio.» Alfredo, che hai fatto.
Per un po’ di tempo sono rimasto sul divano di casa. II buco della mia personalità era diventato grande, grandissimo.

In principio, Alfredo era annoverabile tra le brave persone, stando al sentire popolare, un uomo generoso (ma nel suo caso perché debole), docile al comando anche in azienda, onesto operatore di un call center di lusso, pronto a farsi in quattro per gli altri e a mettere sempre da parte sè stesso. Pieno di sensi di colpa e atterrito dal pensiero della morte, Alfredo era disponibile con tutti e per tutti, perfino con l’azienda della nettezza urbana cittadina, che all’alba di ogni mattino per anni aveva compulsato solo e soltanto il suo citofono, malgrado nel palazzo abitassero altre nove famiglie. Nel lavoro, in famiglia, nelle amicizie, nel tempo libero, Alfredo non era mai sé stesso, ma credeva di esserlo proprio come gli altri lo volevano. Un Fantozzi evoluto, senza i caratteri della caricatura, purtroppo.

Avendo scarsa stima di sé, di Alfredo se ne approfittava chiunque. Anche Farone, il notaio che vive al quarto piano del suo palazzo, il quale per mostrare la sua superiorità (forte con i deboli) non perdeva occasione, ogni qualvolta lo incontrava, di mortificarlo, di farlo sentire un meschino, un inferiore, ad esempio citandogli autori che Alfredo non avrebbe mai potuto conoscere, tipo Vladimir Jankélévitch, marcando così una distanza.

“Farone – pensava, arrovellandosi nella sua mente inquieta e sofferente Alfredo – vuol sentire l’odore della tua umiliazione culturale, Farone ha studiato tutta la vita per schiacciarti”. Persino il cane di Farone, Ilario, lo metteva in agitazione: “Mi guardava dall’alto in basso – farfuglia – ai piedi avevo le Clarks e lui me le guardò un po’ contrariato, e fece uno strano verso, ‘brrharr’, come a dire ‘Madonna questi ancora con le Clarks. E uscì di pessimo umore”[2].

Le catene come convergenza dei legami che ci costituiscono

“Ciascuno di noi si crede uno, ma non è vero: siamo tanti”, diceva nel suo capolavoro drammaturgico, Uno, nessuno, centomila, Luigi Pirandello.

Anche Alfredo Beaumont, come tutte e tutti noi, indossava maschere all’occorrenza: per insicurezza, interessi, fragilità, scarsa stima di sé, per le ferite non curate che ci portiamo dentro: affettive, psicologiche, relazionali, narcisistiche. Ferite che invece di farsi crepa per far passare una luce, come auspicava Leonard Cohen, diventano il motore della rivalsa per il male ricevuto, scaricando sull’altro, sul primo che capita, un dolore e una sofferenza vissuti spesso anche gratuitamente, ingiustamente.

Ma la persona non è un soggetto astratto, agisce e reagisce all’interno di un sistema fatto di relazioni, di emozioni, di differenze, di potere, per cui è la situazione che testa il suo equilibrio emotivo- affettivo, e spesso apre all’illusione di riuscire a vivere separato dal contesto e dai legami.

Vengono in mente al riguardo le parole di Benasayag e Cany: “Se Spinoza scrive che gli individui  si credono liberi per il solo fatto che ignorano le loro catene, l’emancipazione e la libertà, l’atto che dispiega la gioia non consiste certo nel fatto di spezzare le catene, ma al contrario di assumerle come la convergenza dei legami che ci costituiscono”[3].

Di fronte all’assurdo della vita, la fatica di ritrovare sé stessi, di rigenerarsi – insostenibile se vissuta da soli – rischia di partorire una libertà immaginaria. L’assurdo per molti si propone come l’occasione buona di tornare a guardare egoisticamente a sé stessi, ma non nel senso di recuperare quel narcisismo sano di cui parlava lo psicanalista Otto Kernberg, finalizzato all’individuazione soggettiva e alla ricerca di relazioni che mettono e ri-mettono al mondo, quanto alla costruzione di relazioni strumentali, nelle quali l’altro vale ed è riconosciuto solo se ti porta un vantaggio.

Alfredo Beaumont dall’assurdo della vita, muove per trasfigurarsi: “Inizio a ‘ricentrarmi’, a cambiare prospettiva – scrive nella drammaturgia del Migliore, Mattia Torre – Inizio a chiudere il buco che ho nella pancia. Non ci entra più niente. La mattina mi sveglio e leggo il giornale. Ma la mia pancia è chiusa. Che il bricolage oggi è un hobby tutto al femminile non mi interessa. Che il pellicano indonesiano è a rischio estinzione non mi interessa. Che uno studente di fisica è morto in Oklahoma perché svenendo è caduto nella ciotola del gatto ed è affogato in dieci centimetri d’acqua: non mi interessa”[4].

Eric Fromm nel libro Fuga dalla libertà, mette a fuoco la figura dell’egoista: “Un’attenta osservazione dimostra che la persona egoista, pur preoccupandosi sempre ansiosamente di sè stessa, non è mai soddisfatta, è sempre irrequieta, sempre sospinta dalla paura di non ottenere abbastanza, di perdere qualcosa, di venir privata di qualcosa (…) troviamo che questo tipo di persona fondamentalmente non si ama, ma prova per sè stessa una profonda antipatia. (…) L’egoismo affonda le sue radici proprio in questa mancanza di simpatia per sè stessi; la persona che non ha simpatia per sè stessa, che non si approva, è in costante ansietà per il proprio io. Non ha la sicurezza interiore, che può esistere solo sulla base di un affetto e di un’affermazione genuini. Deve preoccuparsi di sè stessa, avida di accaparrarsi tutto per sé, dato che, fondamentalmente, manca di sicurezza e soddisfazione. La stessa cosa accade al cosiddetto narcisista, che non tanto si preoccupa di procurare cose a sè stesso, quanto di ammirarsi. Mentre alla superficie pare che queste persone siano molto innamorate di sè stesse, in realtà non si vogliono bene, e il loro narcisismo come l’egoismo – è una super compensazione per una fondamentale mancanza di amore per sè stesse”.[5]


[1] M. Torre, Migliore, in In mezzo al mare. Sette atti comici, Mondadori, Oscar Bestsellers, 2019

[2] M. Torre, op. cit, pag. 74, pag.77

[3] M. Benasayag, B. Cany, Corpi viventi. Pensare e agire contro la catastrofe, Feltrinelli, 2022

[4] M. Torre, op. cit., pagg. 78-79

[5] E. Fromm, Fuga dalla libertà, Mondadori, Oscar Saggi 2022

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