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Volontariato, lo facciamo per gli altri o per noi?

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Elio Proietti
Elio Proietti
Elio Proietti è un manager IT con una profonda passione per la psicologia e la cucina. Nel suo percorso professionale, Elio ha saputo combinare le sue competenze tecniche con un forte interesse per la comprensione delle dinamiche umane, applicando principi psicologici per migliorare la gestione dei team e l'efficienza dei progetti. Oltre al lavoro, Elio ama sperimentare in cucina, dove trova un ulteriore modo per esprimere la sua creatività e attenzione ai dettagli. La sua capacità di coniugare tecnologia, umanità e arte culinaria lo rende una persona unica e versatile.

Facendo io stesso volontariato, mi sono spesso chiesto se lo si faccia davvero per gli altri o, in fondo, anche un po’ per noi stessi. È un bisogno personale o è sinceramente la spinta verso l’altro che ci porta a spendere in maniera diversa una parte del nostro tempo libero?

Complice l’emergenza Covid-19, durante la quale l’altro era diventato più un potenziale pericolo che una persona da aiutare; dal 2022 si è accentuata quella che molti definiscono “la crisi del volontariato”. Anche in Trentino, dove storicamente il volontariato è forte, si nota una crescente mancanza di interesse, soprattutto tra i giovani.

Spesso immaginiamo il volontario come una persona animata da profondi ideali: altruismo, senso civico, responsabilità sociale. Quasi la versione più nobile dell’essere umano, l’opposto dell’indifferenza. Tutto vero, ma cosa scatta davvero nella sfera personale di chi decide di dedicarsi agli altri? Qual è il “ritorno” interiore che giustifica tanta energia?

È evidente che chi fa volontariato è una persona fortunata: i bisogni primari e buona parte di quelli superiori, ovvero la maggior parte dei bisogni indicati nella piramide di Maslow, sono già soddisfatti. Nel volontariato si cerca spesso qualcos’altro: riconoscimento, appartenenza, identità.

Un esempio semplice: c’è una grande differenza tra aiutare in silenzio, individualmente, e farlo facendo parte di un gruppo strutturato, magari con una divisa. Nel primo caso resti un cittadino tra tanti; nel secondo senti di appartenere a qualcosa di più grande. Entrano in gioco l’autostima, il benessere personale, perfino la lotta alla solitudine. Non è raro che molti trovino nel gruppo di volontariato le uniche vere relazioni significative fuori dal lavoro o dalla famiglia.

Questo solleva un’altra domanda: esiste davvero il “puro altruismo”?
Prendiamo la donazione del sangue, spesso citata come l’atto altruistico per eccellenza. Le motivazioni nobili non mancano, certo, ma quante volte abbiamo sentito qualcuno dire che dona anche perché così ottiene un check-up gratuito o un giorno di permesso dal lavoro? Questo dimostra che, quasi sempre dietro una scelta altruistica, c’è anche un interesse personale, grande o piccolo che sia.

A volte, però, ho assistito anche a forme di autoreferenzialità: persone che sembrano fare volontariato più per poter dire “io ho fatto” o “io ho detto” che per reale dedizione alla causa. Altre volte emerge quella che viene chiamata “sindrome del salvatore” ovvero il volontario che è sempre presente, pronto a rispondere a ogni richiesta dell’associazione, quasi a voler dimostrare di essere indispensabile. Questo atteggiamento, oltre a esporre al rischio di burnout, può alimentare sensazioni di onnipotenza o superiorità morale.

Eppure il nodo centrale resta un altro; le persone che aiutiamo non sono un pretesto per noi, non sono lo sfondo della nostra crescita personale. Sono persone reali, con problemi reali, spesso molto diversi da quelli che incontriamo nella nostra quotidianità. E l’incontro con l’altro cambia sempre entrambi. Ogni volta che ci relazioniamo con qualcuno, torniamo a casa portandoci dietro un pezzetto di quella persona. Costruiamo un “noi”, anche solo per un attimo, che modifica inevitabilmente il nostro “io”.

Per questo, alla fine, non credo esista una motivazione “giusta” o “pura”. Il volontariato fa bene al tessuto sociale e fa bene a chi lo pratica. E non c’è nulla di sbagliato nell’ammettere che restituisce anche qualcosa a noi stessi. Credo invece che è proprio quel piccolo ritorno personale a mantenere viva la fiamma che ci fa continuare. Quindi, tornando alla domanda iniziale: per chi facciamo volontariato, per gli altri o per noi?
La risposta più sincera, probabilmente è: perché non entrambe le cose?

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