L’autenticità si sfalda e destruttura sotto i nostri occhi, e non da ora. La natura proteiforme della realtà che prima affiorava alla superficie, è diventata ora la condizione riconosciuta. Riguarda non solo la scena storico-sociale nella quale viviamo, ma raggiunge i nostri mondi interni, producendo una autentica fine del mondo, come efficacemente l’ha definita Ernesto de Martino. Come il Roquentin di Jean Paul Sartre ne La Nausea, ci chiediamo cosa sia la “cosa” sulla quale siamo seduti. Dovrebbe trattarsi di una panca. Eppure la parola “panca” non esce dalle nostre labbra, segno della sua inadeguatezza a dire il fenomeno; segno della sopraggiunta mancanza di corrispondenza tra significante e significato. «Ma la parola mi resta sulle labbra: rifiuta di andarsi a posare sulla cosa». «Le cose si sono disfatte dei loro nomi […] io sono in mezzo alle cose le innominabili». La crisi del linguaggio evidenzia lo sfaldamento delle convenzioni sociali, radicate nella memoria collettiva consapevole e inconscia, sulle quali riposa l’idea di mondo in quanto universo plasmato dalla cultura e dalla storia.
Come non pensare a Hugo von Hofmannsthal o alla Elizabeth Costello di John M. Coetzee.
In Lettera a Lord Chandos, e siamo nel 1902, come è noto, in un primo momento Chandos aveva provato repulsione solamente per le parole e i concetti astratti, che nella lettera paragona a “funghi ammuffiti” in bocca prima di essere espressi. Questa sua avversione, con il passare del tempo, si estende ad ogni singola parola del linguaggio. Prova, quindi, a concentrarsi sui classici come Seneca e Cicerone, ma la sua condizione non gli permette di comprenderne il senso e continua, così, il suo declino. Chandos ha perso l’abilità di pensare e parlare in modo autentico e coerente e i brevi momenti di armonia con la natura che si esprimono in esperienze trascendentali, una volta passati, non sono esprimibili in parole. Il giovane, ogni tanto, pensa di essere sulla via della guarigione, ma si tratta soltanto di illusioni: Chandos chiude la lettera affermando che non scriverà più in nessun linguaggio conosciuto.
In Elizabeth Costello accade un naufragio analogo. Siamo nel 2003, e il premio Nobel per la letteratura John Coetzee scrive: «C’è stato un tempo in cui credevamo di saperlo. Credevamo che quando il testo diceva: ‘Sul tavolo c’era un bicchiere d’acqua’, ci fosse davvero un tavolo e sopra il tavolo un bicchiere d’acqua, e ci bastava guardare nello specchio di parole del testo per vederli. Ma tutto questo è finito. Lo specchio di parole, s’è infranto, irreparabilmente, a quanto pare. Su quello che sta succedendo nella sala conferenze, la vostra ipotesi vale quanto la mia: uomini e uomini, uomini e scimmie, scimmie e uomini, scimmie e scimmie. La stessa sala conferenza potrebbe essere semplicemente uno zoo. Le parole sulla pagina non si ergeranno più una per una a proclamare: ‘Significo quello che significo!’. Il dizionario, che stava accanto alla Bibbia e alle opere di Shakespeare sopra il camino, dove nelle pie case romane venivano custoditi gli dei penati, è diventato solo un cifrario, uno fra tanti».
Come aveva con chiarezza e lucidità anticipatrice intuito Aldo Giorgio Gargani, il mondo esterno esercita un’azione causale sugli uomini, i quali non possono fare a meno di avere una coscienza modificata se improvvisamente si apre una porta che fa loro percepire un nuovo scenario, se viene loro mostrato un documento o una fotografia dai quali risulta che il loro migliore amico è un criminale anti-semita, se qualcuno dà un bacio oppure uno schiaffo, se improvvisamente una notte uno sconosciuto emette il suo grido ignoto. Riassumendo si può sostenere che sono almeno tre i tratti o gli aspetti su cui Gargani insiste criticamente a proposito dei fondamenti e dell’autenticità. Il primo tratto è costituito da quel modello di razionalità, che ha segnato l’intera tradizione metafisica occidentale, secondo cui la razionalità consiste “nello stato di costrizione sotto regole” (Gargani 1994), “nell’essere costretti da regole” (Gargani 1989). A sua volta, questa concezione o modello della razionalità e della completezza autentica è strettamente collegata al predominio, nella tradizione occidentale, di quella pretesa «di arrampicarci con la mente là dove nessuna mente umana può installarsi allo scopo di domandarsi, come hanno fatto Platone, Descartes, Locke, Kant, Russell, Kripke, Dummett, B. Williams, T. Nagel, qual è il rapporto fra le nostre rappresentazioni e la realtà effettiva» (Gargani 1994). Per l’epistemologia, insomma, “il mondo esterno,” il mondo “là fuori,” costituisce “l’oggetto di rappresentazioni” che sono «prodotte nel foro interno del soggetto conoscente» (Gargani 1989). Secondo questa prospettiva, si può anche dire, le teorie «sono specchi delle cose come esse sono in sé», e non «espressioni delle modalità alternative di trarre inferenze che si confrontano tra loro» (Gargani 2003). Ciò significa che non siamo noi, con i nostri vocabolari, che facciamo parlare le cose, ma sono le cose che parlano, per così dire, da sole (vedi Gargani 2003). Il terzo tratto, emerso soprattutto con Kant, ma ancora operante nella filosofia contemporanea, anche in quella analitica, è costituito dall’idea che la posizione della filosofia sia quella «di giudice delle altre aree della cultura, sulla base della sua speciale conoscenza dei ‘fondamenti’ di queste aree». Gargani si domanda più di una volta come ci si possa affrancare «dalla superstizione di […] fondamenti logico-metafisici permanenti, astorici» (Gargani 1994). Dall’ossessione dell’autentico, appunto.
Di solito il problema che il riconoscimento dell’impossibilità e della dissolvenza dell’autenticità pone agli interpreti è se questo porre l’accento sulla varietà imprevedibile o incalcolabile, nel senso di «non regolata da […] ‘algoritmi’ o ‘programmi’», dei vocabolari non equivalga a negare la validità della «funzione razionale e argomentativa» (Gargani 2003). La risposta di Gargani è che non è così; quella funzione «mantiene la sua validità ovviamente in quanto controllo della coerenza delle inferenze nell’ambito e all’interno di un certo definito sistema sociale e linguistico». Le stesse considerazioni possono valere, del resto, per la nozione di verità. Certo, il ruolo che la nozione di verità ha avuto nella cultura umana appare “sovrastimato e perfino ossessivo” (Gargani 2003). «La verità non rispecchia l’oggettività del mondo come esso è in sé, ma è l’espressione storica del consenso condiviso dalla comunità linguistica dei parlanti».
Gargani Aldo Giorgio, (1978), Il sapere senza fondamenti. La condotta intellettuale come strutturazione dell’esperienza umana, Torino, Einaudi.
Gargani Aldo Giorgio (a cura di), (1979), La crisi della ragione. Nuovi modelli nel rapporto tra sapere e attività umane, Torino, Einaudi.
Gargani Aldo Giorgio, (1987), “L’attrito del pensiero,” in Gianni Vattimo (a cura di), Filosofia ’86, Roma-Bari, Laterza, 5-22.
Gargani Aldo Giorgio, (1989), La vita contingente, prefazione a Rorty 1989, ix-xxxiii.
Gargani Aldo Giorgio, (1993a), “Fondamenti perduti,” in Gianni Vattimo (a cura di), Filosofia ’92, Roma-Bari, Laterza, 171-86.
Gargani Aldo Giorgio, (1993b), La conversazione filosofica tra metafora e argomentazione, introduzione a Rorty 1993, vii-xxv.
Gargani Aldo Giorgio, (1994), Il soggetto di credenze e desideri, introduzione a Rorty 1994a, vii-xxvi.
Gargani Aldo Giorgio, (2003), De-vinizing. La sdivinizzazione della verità, introduzione a Rorty 2003, viii-xxvii.
RORTY Richard, La filosofia e lo specchio della natura, nota introduttiva di Diego Marconi e Gianni Vattimo ; traduzione di Gianni Millone e Roberto Salizzoni, Milano, Bompiani, 2004.

