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Non è tutto oro quello che luccica

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Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti (Rovereto, 1981) si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi su Dante e la filosofia medioevale. Si è specializzato nell’insegnamento secondario presso la Ssis della Libera Università di Bolzano. Ha conseguito il baccellierato in Sacra Teologia presso lo Studio teologico accademico di Trento. Nella stessa città è docente di storia della filosofia e di filosofia della conoscenza ed epistemologia all’Istituto teologico affiliato e all’Istituto di scienze religiose, nonché di filosofia e storia nei licei di Riva del Garda. È membro della Scuola di Anagogia di Bologna e autore di numerosi articoli specialistici e monografie.

IL MITO IPERMODERNO DELL’AUTENTICITÀ NELLA LETTURA DI GILLES LIPOVETSKY

C’è una parola che, nella società contemporanea, gode di una legittimità pressoché indiscussa e di un’aura numinosa, quasi salvifica: autenticità. Tutti, almeno in apparenza, sembrano invocarla. Gli individui la rivendicano come cifra della propria identità, i politici la promettono come garanzia di trasparenza, i consumatori la inseguono con inquieta voracità, mentre i professionisti della comunicazione e del marketing la elevano a parola d’ordine, ripetendola come un mantra. In quest’orizzonte, tale (presunto) valore appare come ciò che dovrebbe rassicurare e proteggere da un mondo instabile e opaco, dominato da algoritmi, simulazioni e strategie di persuasione: esso viene a proporsi, infatti, come il presidio della verità contro la menzogna e il baluardo della semplicità contro l’artificio e la mistificazione. Non è d’altro canto infrequente che, spingendo lo sguardo al di sotto della superficie levigata di tale rappresentazione, si venga assaliti da una sensazione di delusione e persino di scoramento quando, dietro alle molteplici celebrazioni dell’autenticità che affollano il discorso pubblico e le nostre relazioni quotidiane, si abbia la ventura di scoprire una rarefazione di contenuti che tradisce l’esaurimento stesso dell’ideale che essa pretende di incarnare o, peggio, un vuoto spiazzante

È precisamente nello scarto tra promessa non mantenuta e realtà che spesse volte l’autenticità – magnificata e messa in scena dalla retorica contemporanea – si rivela per ciò che realmente è: un paravento nichilistico e relativistico, dietro cui trovano legittimazione atteggiamenti di chiusura, superficialità e compiaciuta autoreferenzialità e in nome del quale si finisce per giustificare l’impoverimento del linguaggio, la rinuncia ad ogni forma di mediazione culturale e la svalutazione sistematica della competenza e del sapere. In questo quadro, la grettezza smette di essere un limite da superare e diventa una virtù rivendicata; l’ignoranza non è più una mancanza da colmare, ma una nota identitaria, ostentata con orgoglio; il narcisismo non viene più percepito come distorsione del rapporto con l’altro e con se stessi, bensì come un diritto soggettivo inalienabile. In questa fattispecie, l’autenticità arriva a palesarsi come relativismo sistemico: se ciò che conta, d’altronde, è esclusivamente la fedeltà alle proprie voglie e l’autenticità si riduce a questo, allora nessun criterio comune può più essere riconosciuto come vincolante, nessuna gerarchia di valori può essere legittimamente affermata, nessuna verità può pretendere di avere validità alcuna oltre il perimetro asfittico dell’io. L’autenticità così intesa cessa di essere valore critico e diventa alibi morale: non si discute più ciò che viene detto, ma lo si assolve preventivamente perché “sentito”, “vissuto”, “mio”. Ogni istanza di confronto razionale o di valutazione oggettiva viene respinta come violenza simbolica, come imposizione esterna, come attentato all’integrità del sé.

È precisamente a partire da tali constatazioni fondamentali che il contributo di Gilles Lipovetsky contenuto nel suo recente saggio La fiera dell’autenticità prende le mosse. In quest’opera, il filosofo e sociologo francese assume l’inflazione contemporanea dell’autenticità non come un semplice abuso linguistico o una moda passeggera, bensì come un sintomo rivelatore di una mutazione antropologica profonda: quella che investe il modo in cui l’individuo ipermoderno si percepisce, si rappresenta e cerca di legittimarsi nello spazio sociale. L’autenticità letta e vissuta in senso relativistico/nichilista, lungi dall’essere un valore residuale o un epifenomeno, diventa per Lipovetsky una vera e propria chiave di accesso privilegiata alla comprensione dell’uomo postmoderno e delle sue fragilità strutturali. 

Il punto di partenza dell’analisi del pensatore transalpino non è normativo, ma descrittivo. Questi non muove da una condanna morale dell’autenticità, né da una nostalgica difesa di forme identitarie passate; al contrario, prende atto della centralità assunta nell’attuale scenario dall’ideologia dell’autenticità e ne ricostruisce con finezza la genealogia, mostrandone l’espansione capillare in ambiti eterogenei che vanno dal consumo culturale e simbolico alle pratiche comunicative, dalla politica allo stile di vita, fino alla sfera più intima dell’espressione di sé. In quest’ottica La fiera dell’autenticità si presenta anzitutto come una fenomenologia: una mappatura attenta delle forme, dei linguaggi e dei dispositivi attraverso cui l’autenticità si è trasformata in un feticcio sociale, in un valore apparentemente indiscutibile e, per questo stesso motivo, raramente interrogato. Ciò che Lipovetsky mette lucidamente in evidenza è il carattere eminentemente esibitivo e performativo di questa nuova autenticità. Essa non rinvia più a un lavoro esigente su di sé, a una ricerca di coerenza interiore o a una tensione verso la verità, ma si definisce sempre più come una qualità dichiarabile, spendibile nello spazio pubblico. È qui che il saggio in analisi mette il dito in una delle piaghe più purulente dell’uomo contemporaneo, mostrando come l’ideale che avrebbe dovuto sottrarre l’individuo alla falsità delle maschere sociali finisca, paradossalmente, per produrne di nuove, più sottili e perverse. L’autenticità-feticcio, a ben vedere, non libera l’io, ma lo imprigiona in una continua esigenza di autoesposizione e di autoaffermazione; non approfondisce l’interiorità, ma la banalizza; non apre allo spazio dell’altro, ma rafforza un narcisismo fragile, costantemente bisognoso di conferme. In questo senso, la “fiera” evocata dal titolo del saggio (per tanti versi simile al foro in cui gli idola individuati da Bacone proliferano) non è soltanto un luogo di scambio e di spettacolarizzazione, ma l’immagine stessa di una società in cui l’autenticità, moltiplicata all’infinito, rischia di dissolversi nella sua caricatura.

Tramite le sue pagine, Lipovetsky coglie con lucidità questo slittamento. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto, l’autore propone una ricostruzione storica in tre fasi. La prima, che va dall’Illuminismo alla metà del Novecento, è la fase eroica dell’autenticità. Con Rousseau e le sue Confessioni, l’io moderno rivendica il diritto di esistere contro l’ipocrisia dell’Ancien Régime: essere autentici significa, per il pensatore settecentesco, essere fedeli a un principio, cercare la verità di sé attraverso l’introspezione e la riflessione, spesso in contrasto con le convenzioni sociali. La seconda fase esplode con il Sessantotto. L’autenticità qui non è più soltanto un dovere individuale, ma una forza sociale e politica. Giovani, donne, lavoratori contestano autorità, tradizioni, modelli economici e familiari in nome di una vita più libera e vera. L’autenticità si lega all’utopia, alla trasformazione del mondo, all’anticonformismo radicale. Ma tale stagione è breve: alla fine degli anni Settanta, esaurita la spinta rivoluzionaria, il progetto si infrange contro le sue stesse contraddizioni. La terza fase, quella attuale, segna una svolta decisiva. L’autenticità si sgancia nell’epoca ipermoderna da ogni prospettiva rivoluzionaria e si normalizza. Non è più un dovere morale, ma un diritto universale; non è più opposizione al sistema, ma perfetta integrazione nei meccanismi del capitalismo consumistico. Tutte le vecchie riserve simboliche – ruoli di genere, rappresentazioni dell’età, codici sociali – vengono squalificate. L’autenticità – attributo delle merci, dei marchi, dei lifestyle – non è più un valore etico, ma una qualità economica, il quid pluris che fa la differenza sul mercato. Fronteggiando tale dialettica distorsiva, Lipovetsky parla senza mezzi termini di stadio consumistico dell’autenticità. Un tempo apprezzavamo la naturalezza delle persone; oggi apprezziamo i prodotti ecologici. L’ideale dell’autenticità ha compenetrato il mondo delle cose. Non si lotta più contro il conformismo: lo si consuma. Non si cerca il senso fuori dalla quotidianità mercificata, ma all’interno di essa: l’offerta pletorica di segni autentici rende la fiera aperta, e nessuno si può davvero chiamare fuori, nemmeno i filosofi. Da qui si sviluppa la seconda parte del libro, forse la più stimolante, in cui l’intellettuale francese prende le distanze da ogni apologia ingenua dell’autenticità. Il problema – secondo Lipovetsky – non è denunciare l’inautenticità altrui, né liquidare l’autenticità come pseudovalore, ma riconoscerne i limiti strutturali. L’autenticità, afferma l’autore, non può essere una finalità suprema. Esistono principi più ricchi di sostanza etica – giustizia, responsabilità, competenza, bene comune – che non possono essere subordinati al semplice esser se stessi. Da qui l’invito, provocatorio ma quanto mai opportuno, a defeticizzare l’autenticità: non si tratta, per il filosofo francese, di rinnegare un ideale connaturato alla democrazia moderna, ma di sottrarlo alla sua pretesa assolutezza. L’autenticità è un potente operatore di cambiamento, non la panacea di tutti i mali. In questo senso La fiera dell’autenticità è più di una diagnosi sociologica: è un invito alla lucidità. In un’epoca che ci esorta incessantemente a “essere noi stessi”, Lipovetsky suggerisce di tornare al socratico “conosci te stesso”; di distinguere tra l’autenticità come moda e l’autenticità come lavoro su di sé; di non confondere la liberazione dai vincoli con la libertà dal condizionamento. Non tutto ciò che luccica è oro, e non tutto ciò che si proclama autentico lo è davvero. Proprio per questo, il libro di Lipovetsky merita di essere letto: non per rinunciare all’autenticità, ma per restituirle il suo giusto peso, sottraendola alla fiera che rischia di svuotarla totalmente di senso.

1 Cfr. G. Lipovetsky, La fiera dell’autenticità, Marsilio, Venezia, 2022, pp. 11-13.
2 Cfr. P. Rossi, Il pensiero di Francis Bacon, Loescher, Torino 1974, pp. 114-117.
3 Cfr. G. Lipovetsky, La fiera dell’autenticità, pp. 35-59.
4 Cfr. Ibi, pp. 382-385.

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