Un letto da degenza, un bigliettino della società degli architetti di Essen, in Germania, che gli faceva gli auguri per i suoi 90 anni e qualche maglia di cotone tagliata sulla schiena per favorire la vestibilità anche da parte di una persona allettata. È ciò che rimane di Hermann, morto nell’estate del 2023.
Sono stata assistente domiciliare di Hermann (il cui nome non è Hermann, che di professione non era architetto e che non viveva a Essen) per oltre un anno. La prima volta in cui mi sono recata a casa sua mi aveva accolta un appartamento in fase di ristrutturazione, con i pavimenti in linoleum, i servizi malfunzionanti e alcune stanze chiuse, un tempo luoghi di ritrovo dopo una lunga giornata lavorativa, ormai spazi di accumulo di cianfrusaglie e polvere. Hermann si trovava nell’ultima camera in fondo al corridoio, e già il giorno in cui l’ho conosciuto non parlava più. In qualche modo però riusciva comunque a fare comprendere a me, nuova alla Germania e nuova al mestiere, il desiderio di tirare giù le persiane, affinché il sole della domenica pomeriggio non gli accecasse gli occhi stanchi. Da quando l’ho conosciuto, Hermann non è mai uscito dal suo letto. Riceveva visita due volte al giorno dal servizio di assistenza domiciliare, che ne curava l’igiene personale e l’alimentazione. Ogni tanto si presentava qualche familiare. Non ascoltava la radio, non guardava la televisione. Viveva in una condizione di isolamento quasi totale.
In Italia le persone anziane che, come Hermann, hanno contatti rari o nulli con il mondo esterno sono circa una su sette. Alcune di queste sono allettate, altre sono più autonome, ma non si fidano di uscire di casa per paura di cadere o di ritrovarsi in un mondo in cui non si riconoscono più. Altre persone ancora non telefonano ai membri più giovani della famiglia per paura di disturbarli, di rallentarli nella loro routine densa e frenetica. D’altro canto, i figli spesso vivono lontano e riescono raramente ad andare a trovarli, i nipoti sono pochi e impegnati a rincorrere le aspettative che la società ha nei loro confronti. La distanza emotiva tra le generazioni si amplifica e, con il passare degli anni, le persone anziane spesso si sentono sempre più sole.
Seppur collegati, è utile però distinguere tra solitudine e isolamento sociale. L’isolamento è una condizione oggettiva e quantificabile, misurata in quante volte una persona parla al telefono, esce di casa o riceve visita. La solitudine, di contro, è un concetto molto più soggettivo e subdolo, che ha a che fare con la propria percezione all’interno della società. È “la differenza tra le relazioni che si desidererebbero avere e quelle che uno percepisce di avere in realtà”, hanno definito in maniera molto puntuale Diego De Leo e Marco Trabucchi, due esperti di psichiatria geriatrica nel loro “Io sono la solitudine”.
Entrambe le condizioni rappresentano un rischio per la salute delle persone anziane. La mancanza di contatti sociali può accelerare il declino cognitivo e aumentare il rischio di conseguenze gravi nel caso di incidenti domestici. Se una sponda del letto di Hermann fosse rimasta accidentalmente abbassata e Hermann fosse caduto, sarebbe potuto rimanere per terra fino a 12 ore prima di ricevere soccorsi. D’altra parte, la solitudine può trasformarsi in apatia, in perdita di interesse, affaticamento, insonnia, sfociando talvolta in depressione senile.
Sia sulla solitudine che sull’isolamento è possibile intervenire.
I servizi e i dispositivi a disposizione delle famiglie con membri anziani sono numerosi, a partire dalle collane con pulsanti salvavita, che, in caso di caduta, avrebbero consentito a Hermann di chiamare i soccorsi. L’assistenza domiciliare, per cui ho lavorato anche io qualche anno fa, dava la possibilità a Hermann di interrompere la monotonia delle giornate, almeno per qualche minuto. Altri servizi come la teleassistenza permettono alle persone anziane in grado di comunicare verbalmente di telefonare con operatrici e operatori, garantendo un monitoraggio costante sulle proprie condizioni di salute e dando loro la possibilità di chiacchierare con altri esseri umani. Per coloro in grado di uscire di casa, eventualmente accompagnati, esistono i centri diurni, associazioni, gruppi di quartiere e spazi di incontro che cercano di ricostruire, almeno in parte, quella dimensione comunitaria che, col passare degli anni, si è progressivamente ridotta.
L’accesso a questi servizi, tuttavia, può essere limitato da diversi fattori economici, logistici, informativi. In alcuni casi, per la persona anziana può risultare faticoso uscire di casa, inserirsi in un contesto nuovo può generare disagio, e accettare un aiuto può essere vissuto come una perdita di autonomia. In questo senso, il ruolo di chi si trova vicino all’anziano o all’anziana diventa centrale. Familiari, amiche e amici, caregiver (professionali o meno) sono spesso il primo ponte tra la persona e le risorse disponibili. Forniscono informazioni, supporto pratico e accompagnano nell’avvicinamento a queste realtà nuove e potenzialmente spaventose, che permettono però alla persona anziana di rientrare in una rete sociale in cui, anche quando si cade, è più difficile farsi male.
Hermann è morto nel 2023, dopo alcuni anni vissuti in una rete costante, ma fragile. Nei mesi in cui l’ho assistito, quella rete era costituita da interventi brevi, automatici, spesso sufficienti a garantire la sopravvivenza dell’individuo, ma non a costruire una relazione né a farlo uscire dalla condizione di isolamento in cui si trovava.
Le possibilità per fare diversamente esistono, ma affinché funzionino devono essere riconosciute, proposte, accompagnate. E devono partire dal confronto diretto con la persona anziana, per capire i suoi bisogni, le sue aspettative e i suoi desideri.

