Guardarsi nella ferita, tra occhi e pixel

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Francesca Giovanetti
Francesca Giovanetti
Francesca è un medico alle frontiere dell’innovazione, con un mix di esperienze che spaziano tra clinica, ricerca, venture capital e startup. La sua visione a 360° della salute le permette di connettere la Medicina alle tecnologie che stanno ridisegnando il futuro della cura.

Sentirsi feriti ci porta a guardarci dove non vogliamo essere guardati.
È uno sguardo scomodo, quello che la ferita impone. Non scegliamo il momento, non scegliamo il luogo, ma all’improvviso ci ritroviamo lì, aperti, esposti, mentre qualcuno attorno a noi rallenta, si ferma e ci osserva. Ci coglie proprio nel punto esatto di fallimento, in quella versione di noi stessi che avremmo preferito non raccontare mai. Ed è in questo scivoloso senso di umiliazione che accade qualcosa di unico: come per riavvicinare i lembi di una ferita, ci sporgiamo verso l’altro. La fragilità cerca un appiglio, un riflesso, qualcuno che dica “anche a me è successo”, oppure semplicemente “ci sono”, “andiamo avanti”.

Quale altro? L’umano o l’algoritmo?
C’è chi nella ferita ha un bisogno disperato di umani. Ha bisogno di una voce, di un volto, di qualcuno che lo guardi e non scappi. Ha bisogno di sentire che il proprio dolore atterri da qualche parte, che venga ricevuto da un essere che conosce il peso delle cose perché le ha portate anche lui, o semplicemente perché le comprende. Per queste persone, la ferita è un varco verso l’altro e compiere questo passo, entrando in relazione, mostrandosi, costituisce già una parte del processo di cura.
Eppure, c’è chi vive la stessa ferita in modo opposto. L’idea di confidarsi con un essere umano porta con sé uno strato aggiuntivo di fatica: la vergogna di essere visti fragili, l’ansia di pesare, il timore del giudizio, la gestione dell’altro, mentre si è già feriti. Aprirsi a un umano costa, e mentre la ferita viene vissuta in silenzio, è qui che entra in scena qualcosa di nuovo: sempre più persone, nei momenti di fragilità emotiva, si rivolgono a un LLM, un Large Language Model, alla ricerca di un tipo di ascolto diverso, non giudicante, in cui essere completamente esposti senza il rischio che quella esposizione rimanga negli occhi di qualcuno che si incontrerà domani. Il 24% del gruppo di persone adulte intervistate dall’Università di Standford utilizza LLM per cercare risposte su questioni emotive1.
E per le ferite fisiche? Sei in ospedale, dall’endocrinologo, in attesa del referto ecografico di quel nodulo alla tiroide. Sai che potrebbe essere niente, come un’innocua ciste ripiena di liquido, oppure una massa molto più amara: una neoplasia maligna.
In quel momento, quanti di noi vorrebbero ricevere la diagnosi da un algoritmo?
Così da avere tempo di gestire le proprie emozioni da soli, senza dover pensare a come “comportarsi” nei confronti dell’altro umano di fronte, il medico. Senza dover trattenere il pianto, senza dover essere visti.
Cambierà qualcosa nel rapporto tra medico e paziente? O prevarrà ancora il bisogno dell’umano di quel luogo relazionale in cui il legame si forma e si consolida, dove la ferita viene davvero vista e accolta nella sua interezza?

NOTE
1. Stade, Elizabeth & Tait, Zoe & Campione, Samuel & Stirman, Shannon & Eichstaedt, johannes. (2025). Current Real-World Use of Large Language Models for Mental Health.

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