«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Questa amara considerazione riproposta da Mark Fisher dice molto sulla nostra situazione attuale.
Bastò infatti che la signora Thatcher dicesse “non c’è alternativa” e trovasse un branco di idioti di sinistra disposti a crederle, lì finì l’immaginazione capace di farci vedere un altro mondo possibile. È difficile immaginare la fine del capitalismo, ma ancora più difficile immaginare un altro mondo possibile. Immaginare, appunto. Se non siamo più in grado o non vogliamo immaginare un altro mondo possibile, non possiamo immaginare il futuro ovvero qualcosa, come disse Agostino, che non c’è ma che forse ci sarà. E se non possiamo o non vogliamo immaginare un futuro fatto di un altro mondo possibile, ci difendiamo sostenendo senza alcuna immaginazione che vi è compatibilità tra capitalismo e ambientalismo e tra capitalismo e democrazia. E regolarmente ci troviamo dentro il dilagare delle catastrofi ecologiche, delle democrazie intrise di dispotismo, delle diseguaglianze che aumentano, delle guerre in cui l’Occidente mostra la sua natura oppressiva e aggressiva.
Il distacco tra politica e cittadini è come la distanza tra gli attori e gli spettatori in un teatro dove dal palcoscenico si sente in platea soltanto un indistinto vociare di personaggi stereotipati, fissi nel loro ruolo, intenti a recitare la stessa ripetitiva, noiosa parte. Tutto si svolge nel presente o in un futuro immediato senza troppa immaginazione. Può darsi che la famosa frase del ’68 parigino, l’immaginazione al potere, fosse eccessiva, anche se non ne sono così sicuro, ma certo oggi il potere soffre del difetto opposto, privo di immaginazione com’è. Eppure vi sono delle meravigliose persone che nel nostro presente rappresentano il futuro: i bambini. Non votano e perciò non interessano. Ma essi sono capaci di costruire insieme con l’immaginazione mondi sociali e politici. I bambini giocano in spiagge infinite, scrive Tagore ripreso da Winnicott. I bambini costruiscono mondi, imitando quelli degli adulti, ma trasformandoli con l’immaginazione e la fantasia. I bambini, giocando, cooperano e, cooperando, insegnano agli adulti proprio mentre li imitano. Papa Leone XIV, in Magnifica Humanitas, riprendendo l’Enciclica Laudato sì di Papa Francesco, scrive: «Creati a immagine del Creatore, mediante le nostre opere prolunghiamo in qualche modo la sua: contribuiamo al progresso della società e alla costruzione del bene comune, mettiamo a frutto le capacità ricevute, miglioriamo e abbelliamo il mondo, sosteniamo le nostre famiglie, entriamo in relazione di cooperazione e impariamo a costruire insieme, nell’ascolto e nel dialogo, qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo» (p. 148). Non so cosa voglia dire: “essere a immagine del Creatore”. Non basta tutta l’immaginazione del mondo per rappresentare questa somiglianza tra l’uomo e un dio. Più facile pensare il contrario e cioè che è il dio a essere costruito a immagine e somiglianza dell’uomo, ma è qui che mi arresto. E tuttavia la cooperazione, l’ascolto, il dialogo sono concetti che devono fare parte dell’immaginazione di un altro mondo possibile, perché in questo che Mark Fisher chiama realismo capitalista, essi soggiacciono all’individualismo e allo sfruttamento, alla sordità indotta dal rumore, al monologo autoreferenziale.
I bambini giocano, i bambini immaginano. Gli adulti non giocano, gareggiano, non immaginano, ripetono. Dai bambini non emergono mondi impossibili, al contrario essi fanno nascere nuove possibilità che noi adulti, presi come siamo da noi stessi, non riusciamo a vedere. Ma la politica non è anche questo? Non è il sapere immaginare mondi possibili in base ai quali commisurare quelli esistenti? Tutto ciò l’abbiamo perso e non sappiamo più impararlo dai bambini, i quali giocano, ma giocando ci insegnano a guardare il mondo con altri occhi. Non dovrebbe la politica saper guardare il mondo con altri occhi per poter modificare quello esistente? Perché il potere non degeneri in dominio occorre l’immaginazione, la sola che può cambiare lo stato di cose esistenti. Non si tratta di scambiarla per realtà, ci basta che diventi la misura del reale.Scrive il grande critico del XVIII secolo Samuel Johnson: «Quando l’immaginazione è rallegrata da un paesaggio dipinto, sappiamo che quegli alberi non sono in grado di darci ombra né quelle fonti frescura; ma pensiamo a come saremmo lieti di veder tali fonti zampillare accanto a noi, e tali fronde ondeggiarci sul capo. Ci commuoviamo nel leggere il dramma Henry the Fifth, ma nessuno prende il libro per il campo di Agincourt».


Però l’illusione di immaginare un mondo possibile nessuno potrà togliercela altrimenti la vita non avrebbe senso