Immaginare (letter. imaginare) v. tr. [dal lat. imaginari, lat. tardo imaginare, der. di imago -gĭnis «immagine»] (io immàgino, ecc.). – In genere, rappresentare alla propria fantasia persone, cose, avvenimenti in forma di immagini. Nell’unicità del suo sign. generico, il verbo ha una ricca varietà di accezioni particolari, secondo che l’oggetto concepito dall’immaginazione sia desunto direttamente dalla realtà, o sia un’interpretazione, talora erronea, di fatti reali, o sia infine creato dalla fantasia stessa. In quasi tutti i suoi sign., è assai comune, accanto a immaginare, la forma immaginarsi (cioè «immaginare a sé, dentro di sé»), che meglio esprime il carattere interiore, soggettivo, dell’attività immaginativa, astratta dai suoi rapporti con la realtà. [Treccani – Vocabolario online]
Che bella definizione! Tra l’altro, basterebbe per chiudere qui l’articolo: quanta ricchezza, quanta potenzialità, quanto mondo interiore in movimento generativo! Credo che descriva molto bene l’idea che ho di un affascinantissimo mondo dentro ciascuno di noi, dello spazio che non potremo mai veramente condividere con qualcun altro, perché tutto sommato non c’è un modo per vederlo.
C’è solo una questione su cui mi permetto di dissentire con la rispettabilissima Treccani e, oggi mi sento proprio sfacciata, con il mondo della linguistica. Questa descrizione di quell’attività umana che è costruire pensiero, di divagare, di spaziare oltre i limiti imposti da qualsiasi fisica, beh, si fonda unicamente sul concetto di immagine.
Cara lettrice, capirai molto presto la mia permalosità: vedi, io nella testa non ho alcuna immagine. Zero. Nero. Il nulla più assoluto.
Esiste una parola che descrive questa condizione, ed è Afantasia. Il termine, che coinvolge anche il concetto di fantasia, come se non fossimo già pieni di cose su questa scrivania, indica l’incapacità di visualizzare volontariamente immagini mentali, come se l’occhio della mente fosse completamente cieco (Wikipedia).
Dopo qualche ricerca, qualche intervista ad amici e parenti davanti ad un numero statisticamente rilevante di aperitivi, sono arrivata a comprendere che il mondo mi ha mentito a lungo. Parrebbe infatti che quando qualcuno esordisce con “immagina di essere in un prato”, le persone visualizzino effettivamente un prato, erba e tutto il resto, in un qualche posto dentro la mente. Cioè, non basta affatto l’idea di visualizzare, bisogna farlo davvero.
Se a questo punto della questione, cara lettrice, non hai chiuso gli occhi per dare una sbirciatina con il tuo “occhio della mente”, evidentemente ho mancato il tema dell’articolo.
A questa condizione, che abbiamo scoperto in tempi relativamente recenti, le persone sopravvivono dopotutto con una certa scioltezza. Una persona senza immagini mentali riesce comunque a riconoscere i propri cari, ad occuparsi di grafica, ad elaborare pensieri astratti ecc…
Ci ho pensato parecchio, anzi ti dirò che all’inizio mi è parso proprio buffo: arrivare a più di trent’anni e non essermene mai accorta, in effetti potrebbe sembrare strano. Poi però è arrivato un altro pensiero. Per come ragioniamo oggi, a scuola mi avrebbero detto: “Non te ne sei accorta perché hai compensato”. Ma compensato cosa? Non sono nata cercando di vedere con l’occhio della mente, per poi arrendermi e trovare altre strategie. Semplicemente la mia mente ha sempre funzionato così ed evidentemente non se n’è accorto nessuno, perché non c’era nulla di cui accorgersi.
Così, con questi pensieri, mi sono ritrovata come ogni mattina davanti ad una squadra di adolescenti riottosi, ma sempre sorprendentemente ispiranti. Li ho guardati uno ad uno come faccio all’inizio di ogni ora con loro, salutandoli facendo l’appello. Quante neurodivergenze ho davanti? Quante forme di elaborazione del pensiero diverse ci sono in questa stanza? Come posso pensare che esista uno studente medio? Come posso chiedere di compensare per far arrivare tutti alla stessa percezione?
Stiamo sempre più esplorando come funziona il nostro apprendimento, lo facciamo da molti punti di vista; più studiamo più scopriamo modi di percepire e rielaborare la realtà. Ci stiamo accorgendo che per raggiungere un obiettivo (che sia leggere o sia immaginare) compiamo strade diverse, usando risorse diverse e addirittura sensi diversi.
Quando racconto la matematica, ad esempio, non mi può sfuggire che devo cercare di mostrare più sentieri possibili per condurre i miei studenti ad un concetto. Devo considerare che esistono cinque sensi e percezioni diverse, nonché che la maggior parte dei miei studenti usa le emozioni come lanterne per illuminare o adombrare i suoi passi.
L’impressione è che finora ci siamo illusi di poter “riallineare” tutti, cercando forse di ricondurre tutti ad uno standard che, dopotutto, non esiste.
E se invece usassimo l’immaginazione per immaginare in quanti altri modi le persone immaginano?

