Povertà, dono, gratitudine

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Alberto Peratoner
Alberto Peratoner
Alberto Peratoner è professore di Metafisica e Teologia filosofica, Filosofia della Natura e della Scienza e di Antropologia Filosofica presso la Facoltà Teologica del Triveneto, Padova, e di di Metafisica e di Epistemologia e Logica presso il Seminario Patriarcale di Venezia. Dal 2024 è Direttore dell’Ufficio Cultura del Patriarcato di Venezia. Tra le pubblicazioni: "Blaise Pascal. Ragione, Rivelazione e fondazione dell’etica" (Venezia 2002, 2 voll.), "Pascal" (Roma 2011), "Rousseau" (Milano 2019), "Cartesio" (Milano 2020), "Della stessa sostanza del Padre. Il Concilio di Nicea e il nostro Credo" (Trapani 2025) e altri studi, con particolare attenzione al pensiero di Antonio Rosmini, al fondazionalismo ontologico-metafisico e all’unità del sapere nell’enciclopedismo moderno, all’etica ambientale in rapporto alla filosofia della natura, alle scienze naturali e alle problematiche della sostenibilità. Nel 2014-15 e 2017 ha partecipato alle collane "Grandangolo" e "Filosofica" del Corriere della Sera, con la cura di 8 volumi in entrambe, su Pascal, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Montesquieu, Rousseau, Comte, Bergson.

Riflessioni tra le pieghe di un nodo pratico-esistenziale

Nella sua polivocità, povertà è un termine che si presta a molteplici, polimorfe applicazioni e a intendimenti persino divergenti nel valore positivo/negativo, e talora proprio lì dove conviene nel configurare dimensioni complementari di plessi esperienzial-esistenziali particolari. Povertà, infatti, è altro se è volontariamente abbracciata quale condizione o se subita nel disagio di uno stato, più o meno grave, di indigenza. Così, in un contesto artistico o architettonico, può rispondere a una deliberata scelta di essenzialità minimalista, funzionale al risalto di altri elementi del vissuto abitativo o a determinate attività per le quali è concepito, o esprimere una condizione materiale e/o formale che denota una qualche avvertibile carenza, persino precarietà o fatiscenza di una struttura, o una mancanza di decoro dovuta alla povertà di mezzi di chi ne dispone o la abita. Nel primo caso si pensi, ad esempio, al movimento dell’arte povera, fondato nel 1967 da Germano Celant e dallo stesso definita consistere «nel ridurre ai minimi termini, nell’impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi» (Conceptual art, arte povera, land art, a cura di Germano Celant, Torino 1970), o ancora al minimalismo artistico, teorizzato in quegli stessi anni (Richard A. Wollheim, Minimal Art, in «Arts Magazine», jan. 1965).

La stretta connessione tra povertà volontaria e subita come indigenza e fattore di disagio esistenziale si esplicita pienamente nel Vangelo, dove il farsi poveri non si traduce in un elogio dell’indigenza quale condizione auspicabile, ma consiste in una contrazione volontaria delle proprie disponibilità di risorse a sé stessi per soccorrere la miseria d’altri e sollevarne la condizione per una vita più dignitosa. Ne viene il paradosso esistenziale per cui la povertà (I) soccorre la povertà (II). Ritorniamo così all’invito rivolto da Gesù al giovane ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!» (Mt 19,21). E di qui alla distinzione tra proprietà e possesso del nostro intervento precedente (https://www.passionelinguaggi.it/2026/07/05/proprieta-possesso-proposta-di-una-semantica-differenziale/).

Ora, la tradizione cristiana ha ravvisato in questo uno dei tre fondamentali consigli evangelici: la povertà, con la quale chi si dedica interamente a Cristo è chiamato a compiere innanzitutto un distacco rispetto ai beni esterni. Per questo carattere di ‘esteriorità’ della rinuncia prospettata, essa è stata riconosciuta a primo grado della scala di perfezione rappresentata dai consigli medesimi. Primo e più “facile” grado (nondimeno, l’esito del dialogo col giovane ricco lo fa additare a Gesù stesso come difficilissimo), nonché “iniziale”, per l’estrinsecità dell’oggetto di rinuncia rispetto al soggetto che la pone in atto, giacché seguono la castità, con la quale si sospende qualcosa dell’appagamento del proprio corpo, e l’obbedienza, la più alta, con la quale si rinuncia alla stessa propria volontà.

Il valore generativo spirituale della povertà è tradotto da san Paolo nell’affermare che Cristo l’avrebbe realizzata nella sua perfezione: «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). La “povertà per altri” consegue spiritualmente la Salvezza.

E vi è una povertà nello spirito di distacco dai beni materiali possibile ad ogni cristiano in ogni stato di vita, nella liberalità di cui ciascuno è capace in virtù della convinzione di amministrare beni, piuttosto che avvertirne un “possesso” in senso stretto, in quel senso di attaccamento che lo vincola a una dipendenza.

In tal senso, povertà è perseguita quale espressione di libertà. E lo è tanto nella forma di liberazione personale dall’attaccamento a cose comunque destinate, un giorno, ad essere lasciate alla terra, quanto nella forma di una più libera loro amministrazione, che ne denota l’autentico senso di proprietà – l’essere proprio di qualcosa a qualcuno, che ne può disporre – in divaricazione dal senso di possesso, che deforma lo stesso avvertimento dell’ontologia propria, finendo per indurre a ritenere quei beni parte integrante della propria identità, della propria onticità essenziale.

Per la distinzione tra povertà volontaria, perseguita nel quadro di una vocazione di autenticità evangelica, e povertà come condizione di indigenza subita per fattori circostanziali, risulta illuminante un episodio tramandato dalle fonti agiografiche francescane: venuto a conoscenza dal proprio medico di una donna poverissima che si era recata da lui, a Rieti, san Francesco chiede al frate guardiano di prendere un mantello per “restituirlo” alla stessa, e incarica un “uomo spirituale” di portarlo e consegnarlo a lei con queste parole: «Prendi questo mantello e dodici pani, va’ e dirai a quella donna povera e inferma, che l’oculista ti indicherà: “Il povero, al quale tu hai prestato questo mantello, ti ringrazia di cuore del prestito fatto. E adesso, riprendi quello che ti appartiene”» (Leggenda perugina – Compilazione di Assisi, 52). La donna rimane sulle prime confusa, finché non comprende la serietà del latore di quei doni, e li accetta. Tale fatto è eloquente della chiara coscienza della differenza tra povertà evangelica e indigenza, che pone quanti vivono nella prima nella condizione di beneficiari del prestito di beni che spetta di diritto ai poveri per condizione di disagio esistenziale. Al tempo stesso connette la povertà volontaria alla povertà sofferta, di cui si fa ragione di soccorso e sollievo.

Tale connessione di significati, nella loro paradossale opposizione di positivo e negativo, attraversa tutta la riflessione della teologia cristiana, sino alla condensata definizione della sua ragion d’essere formulata dal Concilio Vaticano II, per cui la Chiesa «riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo» (Lumen gentium, 8), e la vediamo riaffiorare in una sintesi mirabilmente espressiva nell’esclamazione che papa Francesco rivolse, a tre giorni dalla sua elezione, ai rappresentanti dei media, il 16 marzo 2013: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!», e più recentemente ripresa da papa Leone XIV (Esort. ap. Dilexi te, 35), il quale aggiunge, rievocando le posizioni di Agostino e dei Padri della Chiesa, che «la teologia patristica era pratica, puntando a una Chiesa povera e per i poveri, ricordando che il Vangelo è annunciato correttamente solo quando spinge a toccare la carne degli ultimi e avvertendo che il rigore dottrinale senza misericordia è un discorso vuoto» (ivi, 48).

Ne viene dunque il paradosso per cui quella stessa Chiesa che ama la povertà (I), combatte la povertà (II) nella sua opera di promozione umana, avendo a cuore la dignità della persona. Ma il paradosso qui mostra un interessante e generativo nodo esistenziale: amata quale forma di distacco da beni e risorse materiali in vista del conseguimento di un’autentica libertà esistenziale, proprio perché non agita come un esercizio di autarchia stoica autoreferenziale, quella stessa povertà, osservata negli altri come indigenza, miseria, difficoltà a ottenere un minimale di dignità personale, suscita misericordia, e reindirizza quelle risorse, nell’acquisito distacco dalle stesse, al soccorso e alleviamento di quelle condizioni esistenziali, riconosciute inadeguate alla conduzione di una vita dignitosa e alla liberazione delle sue potenzialità.

In tal senso, la povertà, che abbiamo già descritto come liberante per sé, libera al tempo stesso dai vincoli dell’attaccamento egocentrico quelle risorse che, opportunamente reindirizzate, si traducono in uno strumento potenzialmente liberante per altri.

Entra qui in campo quella che, ben più, ben prima e pure oltre di una condizione materiale, è una disposizione interiore. La povertà, nel senso più nobile e forte, è un’attitudine dell’animo, una virtù. Ed è precisamente in questo che consiste la nota beatitudine annunciata da Gesù: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Lo spirito di povertà è infatti trasversale, tra poveri e ricchi materialmente, e benché i secondi siano più facilmente inclini all’attaccamento, sino a ritenere la propria prosperità materiale, anche quando deriva loro dalla storia familiare, un diritto acquisito dal proprio merito – «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mt 19,24) –, è sempre possibile trovarne meno in un indigente, nell’eventuale gretto attaccamento verso quel poco che ha, che in un benestante che avverta la proprietà sua nella responsabilità dell’amministrazione di beni aperti a concorrere al bene comune.

Essere poveri in spirito, esserlo nell’intimo del proprio cuore, non è, infatti, carenza materiale di risorse, ma innanzitutto e al fondamento, averne preso le distanze, non ritenerle essenziali determinativi del proprio essere, saperne disporre con quella libertà che è liberazione di sé dai vincoli d’interesse sulle medesime, che sovente inquinano il piano di alcune scelte di verità e giustizia, e liberazione delle risorse stesse, affinché si traducano in uno strumento di liberazione per altri, di promozione della dignità umana là dove la loro sapiente amministrazione può quantomeno concorrere – non certo esaurire, giacché l’uomo è molto altro – ad alleviare quei disagi che inficiano la fioritura della persona. Perché povertà di spirito è, innanzitutto, consapevolezza, intima e profonda, della propria non-autosostenibilità, anche quando si è materialmente ricchi, è coscienza del proprio dipendere da altri – “interdipendenza” –, e in ultima istanza da Altri. È lucido avvertimento, nel proprio cuore, che tutto è dono o, trascritto in termini teologici, che tutto è grazia. In tal senso, povertà è gratitudine.

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