Il senso e la fatica: per una civiltà del lavoro

Autore

Leonardo Becchetti
Leonardo Becchetti, economista italiano. Dal 2006 è professore ordinario di Economia politica presso l'Università di Roma Tor Vergata.

La sfida centrale del lavoro sta nella sua generatività o nella sua ricchezza di senso 

Credo sia difficile stabilire se il lavoro di oggi è meglio di quello di ieri. Il rischio del confronto con il passato è sempre di idealizzare un’età dell’oro che si confonde con il fascino della nostra giovinezza. E poi, oggi come in ogni altra epoca, sono esistiti lavori di qualità e pieni di senso e lavori alienanti o addirittura la schiavitù. Quello che è certo e su cui nessuno può dubitare è la direzione di marcia che dobbiamo perseguire per rendere il lavoro migliore. 

Innanzitutto, dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco. Il lavoro deve diventare sempre più degno (libero, creativo, partecipativo e solidale come ha avuto occasione di ricordare papa Francesco) ma non sarebbe più lavoro se cedesse alla tentazione di eliminare la fatica. Il lavoro ha e deve avere un ineliminabile contenuto di fatica, che rende una conquista e più bello ogni risultato. Quando troviamo un lavoratore o un lavoro senza fatica dobbiamo insospettirci e domandarsi se quella fatica non sia stata spostata sulle spalle di altri per rendere più “bello” quel lavoro.  

La sfida centrale del lavoro sta nella sua generatività o nella sua ricchezza di senso (su questo Ugo Morelli ha scritto pagine dense e belle). Anche qui dobbiamo sgombrare il campo da un altro equivoco. Il senso o significato di quello che facciamo è qualcosa di oggettivo, ma in parte anche soggettivo. Il senso dipende anche dal modo in cui noi guardiamo alla realtà. Famosa la storia di Raoul Follereau e dei due operai che lavorano ad un nuovo edificio. Qualcuno domanda loro cosa stiano facendo. Il primo risponde stanco e sfiduciato. “non lo vedi sto mettendo una pietra sopra l’altra” il secondo invece afferma entusiasta “sto costruendo una cattedrale! ”. Dobbiamo pertanto sforzarci per rendere sempre più ricco di senso il contenuto oggettivo del lavoro ma anche educare ed educarci ad uno sguardo soggettivo “più contemplativo” capace di cogliere la bellezza profonda di quello che facciamo che spesso ci sfugge anche perché il lavoro, dalla rivoluzione Taylorista in poi, è sempre più sminuzzato e parcellizzato in una divisione di compiti che rende difficile la soddisfazione dell’artigiano e dell’artista che inizia e conclude la propria opera originale.  

Le scienze sociali sono ormai concordi nel rilevare che soddisfazione e senso di vita dipendono dalla generatività della propria opera. Ovvero dalla capacità di incidere positivamente sulle vite altrui oltre che sulla nostra. 

Il compito primario di insegnanti ed educatori dovrebbe essere, prima ancora di trasmettere saperi e nozioni e di fornire cassette degli attrezzi, quello di far nascere desideri, pallini, aspirazioni 

Come ci insegna Erik Erikson, la generatività è fatta di quattro verbi. Il primo, fondamentale e fondativo, è il desiderare. E questo ci dà un’indicazione per il più importante consiglio di policy per combattere la disoccupazione giovanile e la trappola dei NEET (il vicolo cieco in cui finiscono i giovani che non lavorano né studiano). Il compito primario di insegnanti ed educatori dovrebbe essere, prima ancora di trasmettere saperi e nozioni e di fornire cassette degli attrezzi, quello di far nascere desideri, pallini, aspirazioni. Che sono la vera molla interiore che può spingere i ragazzi a fare lo sforzo necessario per risalire la scala di saperi e competenze trovando il loro spazio in un mondo come il nostro competitivo e difficile. Il secondo verbo è far nascere. Dunque, tutto quello che possiamo fare per accompagnare la nascita di organizzazioni, imprese è generativo. Tante le parole che oggi utilizziamo a questo scopo come hackaton, hub, coworking, start up e molto altro ancora. Il terzo verbo è accompagnare (ed è quello che esprime meglio la fatica della generatività garantendoci che non è falsa ed usurpatrice). Dopo aver desiderato e fatto nascere la fatica maggiore è lo sforzo meno gratificante e più prosaico di accompagnare ciò che abbiamo creato. Infine, il quarto verbo della generatività “ericksoniana” è il lasciar andare. Fondamentale e difficile. Tante persone troppo autocentrate ed innamorate del loro contributo non accettano di perdere o di modificare nulla e dunque non riescono ad inserirlo in un’opera o un progetto molto più vasto che farà più strada e avrà più impatto.  

Per essere generativi sono essenziali altri due ingredienti. Il primo è la qualità e la sapienza delle relazioni (il know how with) che ci consente di costituire squadre coese dove grazie a fiducia e cooperazione è possibile ottenere risultati superiori a quanto avremmo fatto individualmente oltre che godere in sé delle relazioni sul posto di lavoro. Il secondo è la formazione, lo studio, la continua scoperta di cose nuove che arricchiscono i nostri saperi e le nostre competenze. Con questi ingredienti (formazione continua, qualità delle relazioni, orientamento ad un fare che migliora la vita nostra e quelle altrui) il lavoro può dirsi libero, creativo, partecipativo e solidale…e dunque generativo. Sgombrando un campo da un terzo ed ultimo equivoco….come dice quella famosa scritta sulla maglietta “Dio esiste ma rilassati…non sei tu”. L’umiltà e la consapevolezza che per quanto spettacolari le nostre conquiste saranno sempre un umano penultimo sono necessarie per non avere delusioni e godere della soddisfazione di avere dato il proprio contributo all’opera collettiva, in continuo sviluppo e maturazione, del genere umano  

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