Ci sono parole che usiamo così tanto da non farci più caso e una di queste è relazione. La usiamo per parlare di una coppia, di un’amicizia, di un rapporto tra genitori e figli, dei rapporti che abbiamo sul lavoro o, più semplicemente, delle persone che incontriamo ogni giorno.
Eppure, se proviamo a guardarla un po’ più da vicino, quella parola nasconde qualcosa di interessante. Se la scomponiamo, in maniera un po’ impropria, in “rel” e “azione”, possiamo quasi immaginare che dentro quella parola ci sia già un’indicazione; una relazione non è qualcosa che semplicemente esiste, è qualcosa che si fa.
Siamo infatti portati a pensare alle relazioni come a qualcosa che possediamo quindi diciamo “ho una relazione con quella persona”, “siamo amici”, “siamo una coppia”, “andiamo d’accordo”, come se una volta stabilito questo legame fosse sufficiente per farlo continuare nel tempo. In realtà una relazione, per continuare a esistere, ha bisogno di essere alimentata, di essere curata e, soprattutto, di avere un certo movimento; e il movimento, quasi sempre, richiede uno sforzo.
La parola “sforzo” non è particolarmente simpatica; ci fa pensare alla fatica, a qualcosa che facciamo controvoglia, a qualcosa che non viene naturale. Forse però dovremmo provare a guardarla da un’altra prospettiva, perché molte delle cose che rendono importanti le nostre relazioni, richiedono proprio un piccolo sforzo.
Ascoltare qualcuno quando avremmo voglia di rispondere, provare a capire un punto di vista diverso dal nostro, ammettere di avere sbagliato; sono tutte cose che, almeno qualche volta, ci costano fatica. Qualche volta lo sforzo più grande consiste semplicemente nel rimanere ad ascoltare una persona che sta vivendo qualcosa che noi non comprendiamo, senza cercare subito di darle un consiglio o di trovare una soluzione.
È proprio lì che comincia la relazione.
Il problema è che spesso entriamo nelle relazioni portandoci dietro una convinzione piuttosto pericolosa, cioè che l’altro dovrebbe essere come noi lo immaginiamo. Ci aspettiamo che ci capisca senza dover spiegare, che reagisca come reagiremmo noi, che abbia le nostre stesse priorità, gli stessi tempi e magari persino gli stessi silenzi. Quando questo non succede ci viene spontaneo chiederci: “Ma perché si comporta così?”
Forse la domanda giusta sarebbe un’altra: “Perché penso che dovrebbe comportarsi come me?”
L’altro è, appunto, altro.
Sembra una banalità, però non lo è affatto. Una delle fatiche più grandi delle relazioni è accettare che la persona che abbiamo davanti non sia una nostra estensione e che non sia lì per confermare quello che pensiamo, per soddisfare le nostre aspettative o per diventare esattamente ciò che vorremmo.
E questa, forse, è una delle cose più difficili da imparare, perché quando teniamo a qualcuno vorremmo anche che quel qualcuno ci comprendesse, che ci venisse incontro, che vedesse le cose un po’ come le vediamo noi. Quando non succede, rischiamo di interpretare la differenza come una mancanza; non mi capisce, non mi ascolta, non mi viene incontro.
Relazionarsi significa invece imparare, almeno qualche volta, a stare nella differenza e per farlo bisogna ascoltare.
Non semplicemente sentire le parole dell’altro, mentre nella nostra testa stiamo già preparando la risposta; quello non è ascolto, è attesa.
Ascoltare davvero significa mettere per un momento in pausa il nostro bisogno di avere ragione e provare a entrare nella prospettiva dell’altro, senza che questo significhi necessariamente condividerla. Posso non essere d’accordo con te e, contemporaneamente, cercare di capire perché per te quella cosa è importante; può sembrare una sfumatura, ma non lo è.
Forse anche il conflitto, allora, andrebbe guardato in modo diverso.
Siamo abituati a pensare che una buona relazione sia una relazione senza discussioni, senza tensioni, senza momenti difficili; come se andare d’accordo significasse non avere mai opinioni diverse. In realtà due persone che vivono, pensano e sentono in modo diverso prima o poi entreranno in conflitto, è quasi inevitabile.
Il problema, quindi, non è tanto evitare il conflitto, quanto capire che cosa ne facciamo quando arriva.
Possiamo usarlo per dimostrare che abbiamo ragione, per difenderci, per ferire l’altro oppure possiamo provare, anche se non è facile, a usarlo per conoscerlo meglio e magari per conoscere meglio anche noi stessi. Perché spesso è proprio nei momenti di difficoltà che scopriamo qualcosa delle persone che ci stanno accanto e scopriamo anche qualcosa di noi, di come reagiamo quando ci sentiamo messi in discussione, di quanto siamo disposti ad ascoltare e di quanto invece abbiamo bisogno di avere ragione.
C’è poi un’altra faccia dello sforzo relazionale, forse ancora più importante, ovvero la reciprocità.
Una relazione non può essere costruita da una persona sola. Questo perché ci saranno momenti in cui uno dei due farà più fatica, avrà più bisogno o sarà più fragile e allora è naturale che l’altro faccia un passo in più; fa parte dello stare insieme, in qualunque forma questo stare insieme si manifesti.
Se però quel passo deve essere fatto sempre dalla stessa persona, prima o poi qualcosa si rompe. Perché impegnarsi per una relazione è una cosa, inseguirla è un’altra.
Anche questo fa parte della maturità nelle relazioni, cioè capire quando vale la pena fare uno sforzo e quando, invece, quello sforzo ci sta chiedendo di rinunciare a una parte troppo grande di noi stessi. Non tutte le relazioni devono essere salvate e non tutte le relazioni devono durare. Qualche volta anche mettere un limite, prendere le distanze o dire “non posso più” è un atto di rispetto, verso l’altro ma soprattutto verso noi stessi.
Forse, alla fine, dovremmo smettere di chiederci soltanto che tipo di relazione abbiamo con una persona e iniziare a chiederci che cosa facciamo, ogni giorno, perché quella relazione possa esistere.
Le relazioni importanti non si costruiscono necessariamente attraverso grandi gesti molto più spesso invece si costruiscono attraverso cose piccole, quasi banali: una telefonata, una domanda, un messaggio, il tempo dedicato ad ascoltare, la disponibilità a cambiare idea, oppure semplicemente la scelta di esserci quando l’altro ha bisogno di noi.
Allo stesso modo si consumano, spesso senza che ce ne accorgiamo, attraverso una parola non detta, una telefonata rimandata, un ascolto negato o una presenza data per scontata.
Alla fine, forse, la relazione è proprio quello spazio che esiste tra me e te; io non posso riempirlo da solo e tu non puoi farlo da solo.
Possiamo però scegliere, ogni giorno, se colmarlo oppure lasciarlo diventare sempre più grande, ed è forse per questo che mi piace pensare alla relazione come a una rel-azione.
Perché stare in relazione non significa semplicemente esserci, significa fare un passo verso l’altro, qualche volta verso noi stessi, e avere il coraggio di fare quello sforzo che ci permette, nonostante le differenze, i conflitti e le nostre inevitabili imperfezioni, di incontrarci davvero.
Lo sforzo della rel-azione

