Numero 18 - Agosto 2022

La solitudine

Fotografia di Olivo Barbieri_Curon, Bolzano 1986

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Imprinting, Pensare&Agire critico, Solitudine

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La solitudine

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La vignetta di Pietro

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Bazar della mente

Sherry Turkle, Insieme ma soli, Einaudi, Torino 2019

Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri? È il sottotitolo del suo libro… La...

Piccolo dizionario

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Viva solo per una connessione velenosa, alla ricerca di un cuore buono

 

A volte mi domando come dev’essere avere un’amica;

stare a parlare fino a tardi, sbellicarsi per sciocchezze, correre al bar per mangiare la vostra brioche preferita e se non c’è, provare qualcosa di nuovo assieme,

 che in due tutto fa meno paura.

Avere un po’ d’ansia quando è fuori ad un appuntamento, scambiarsi pure i vestiti e qualche pezzo di cuore.

Amore ho sempre donato, eppure ogni volta mi ritrovo nel bagno, accoccolata a me stessa, con i lacrimoni che fuoriescono dai miei occhi come spine,

quasi che essi fossero rose che danno alla luce il loro stelo.

Senza il potere di dire “mi sento dannatamente sola”.

Piangevo abbracciandomi, regalandomi carezze che nessuno era disposto ad offrirmi.

Che in quei momenti vorresti solo urlare, mettere a nudo tutte le tue scottature,

che un abbraccio a volte serviva,

un pensierino pure ma ti sei sempre arrangiata.

Devi esser l’amico di te stesso,

eppure era così confortante la solitudine,

facevamo partite a carte, però vinceva sempre lei,

giocavamo anche d’azzardo qualche volta ma non mi ha mai spiegato le regole,

diceva che col tempo ci sarei arrivata da sola

e mi sentivo così stupida a non capire cosa intendesse.

Però m’abbracciava quando ne avevo bisogno, coperta diventava nelle notti più buie

finiva poi col coprire il cielo pieno di stelle

altrimenti sarei rimasta a parlare di me alla luna, avrei osservato se ci fosse stata qualche scia luminosa

ma era per il mio bene me lo diceva sempre

pure quando qualcuno si degnava di scrivermi, mi consigliava di non rispondere che mi avrebbe fatto solo del male.

Però ci teneva;

ad ogni cuore spezzato mi rimproverava d’essermi fidata di qualcuno,

mi metteva del ghiaccio, prendeva pure il cuore mio

e lo inseriva nel freezer, consigliandomi di farlo abitualmente.

Ed io l’ascoltavo perché era l’unica presenza accanto a me,

che non c’ero più nemmeno io,

mi faceva troppa paura guardarmi allo specchio e capire che esistessi davvero

vedere montagne di dolore sul viso mio e vulcani pronti ad eruttare. 

Che io mi vedevo come mostro, pallida poi e ricoperta di acquerello nero.

Mi diceva di stare tranquilla, mi coccolava, mi portava i sonniferi se avevo troppi pensieri ed era stanca d’ascoltarli,

altrimenti un bel caffè se io desideravo dormire anziché parlare con lei.

Però la capisco, non sempre si ha tempo ed è giusto parlarne quando è disponibile,

tuttavia qualche notte volevo solo chiudere gli occhi e abbandonarmi al buio.

Un vuoto incolmabile all’interno del petto, uno di quelli che anche solo il respiro tuo rimbomba, fa eco,

perfetto per girare un film horror,

ma io devo viverci la vita mia,

fatta con più sale che zucchero

e nonna dice sempre che di sale ne va messo poco, di non esagerare.

Come le lo dico che ci sono state delle valanghe dentro di me? 

Come le spiego che sono franate pure le colline, ed il pavimento è sale sporco pure di petrolio?

Forse con l’abbraccio che desidero io,

magari lo sogna tutte le notti anche lei.

Mi sento sempre una rovina per tutti, quasi un riccio,

non posso dunque donare quegli abbracci di conforto, che riempiono un po’ quel vuoto e introducono lo zucchero nel tuo corpo,

potrei far solo del male,

scottarle le persone, procurare ferite e mandarli al pronto soccorso

e se dovessero metterli pure dei punti?

Eccola la sento, sta arrivando.

Tanto mi trova dappertutto, non so come faccia.

Pure nei miei nascondigli più strategici, lei corre più veloce di me, mi anticipa.

È la mia ombra e riesce a trasformare tutto in tenebre, oscurità

che ogni tanto me lo sussurra pure, che se un’altra volta decido di scappare così lontano,

la felicità non arriverà mai

ed io la stavo cercando così tanto, in treno, in bus, sulla panchina dove prima erano seduti due anziani che chiacchieravano,

in qualche prato nuovo con fiori meravigliosi 

e non era insediata nel mio cuore come solito, le avevo fatto posto sotto le coperte del mio letto

siccome volevo capire se potessi anch’io, avere qualche altro legame in questo mondo.

Però eccola.

Senti come brucia, che a fuoco non mi vedi,

poiché brucio dentro e tante volte non riesco ad accettarlo,

non riesco a vedermi allo specchio perché ho paura che si rompa o si appanni come gli occhi miei,

che poi col dito scrivo sempre la stessa frase: “Un abbraccio per favore”.

 

-Biancaneve

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