Una rubrica di consigli d’ascolto e visione non richiesti. Nel mese di maggio 2026 vi suggeriamo l’ascolto dei brani Vincent di Don McLean, Kurt Cobain di Brunori Sas e del podcast Il Buco di Masiar Pasquali. Inoltre, consigliamo la visione dello spettacolo teatrale Come gli uccelli testo di Wajdi Mouawad, messo in scena in Italia dal Mulino di Amleto con la regia di Marco Lorenzi.
Numero 63 — Maggio 2026 — Anno VII
Ferita
Ferita: punto di frattura per un cambiamento
Guardarsi nella ferita, tra occhi e pixel
La ferita irrisarcibile dell’indifferenza
Cinema e vulnerabilità
La vulnerabilità organizzativa nell’epoca della complessità
La vignetta di Pietro
Stay Connected
Bazar della mente
Note multimediali
Parole a perdere
Se non sarò più mia
se un giorno nella folla invisibile
che ci circonda, entrando e uscendo,
fluendo a sciami sulle strade,
se un giorno, senza guardare, attoniti,
salissimo invisibili su un tram
a mani vuote, noi e gli altri
vivi nel leggero dondolio,
se un giorno voltandosi di scatto
una donna si alza, si agita,
ti guarda con stupore, poi scende,
cammina sul selciato, si perde:
tutti i volti, i passi indistinti
che risuonano ovunque, ritornano,
tutti i luoghi dove non saremo
in quel cortile, le pietre scure,
le linee oblique delle finestre
che si disperdono in fuga muta
verso un ordine dimenticato,
la trama che ci avvolge e inquieta,
si dipana nei libri che leggono
gli altri, nei mondi che non potrai
abitare con quell’innocenza,
l’abbandono di chi sta di spalle
e legge, lascia che tutto accada
senza opporre alcuna resistenza:
oppure aggrappati al corrimano,
ti vedo salire a passi lenti
raggiungere la porta, sparire,
se i dettagli possono salvarci
lo sfarfallio di luce, il globo
luminoso sotto il ballatoio:
o il bordo bianco di un segnale,
le arcate massicce che sostengono
i massi, il ritmo obliquo dei giorni,
come non vedere quel che appare
su un ponte sospeso nel bianco,
il braccio semovente sull’acqua
disegna una forma, un ritratto
liquido e scomposto dal vento:
sei tu, sei proprio tu, non sei nessuno,
i tuoi occhi chiari sono di tutti,
le labbra carnose che chiunque
potrà sfiorare senza memoria
come quel giorno, i pioppi flessuosi
all’orizzonte nel mattino sgombro
i gomiti piegati, le mani
intrecciate nel silenzio bianco
non dicevano nulla, le bottiglie
mandavano a tratti un barbaglio,
noi, nella luce polarizzata
del tuo sguardo eravamo già stati,
fermi per sempre in quell’istante:
e il verde nei parchi, il grigio dei tronchi,
la balaustra nitida, assolata,
i contorni che la luce rimuove
e la linea sinuosa dei monti,
tutto questo sarà per gli altri,
dice il tuo sguardo, e là in fondo
tra i container allineati
a perdita d’occhio lungo il fiume
la serie indifferente del tempo
ci precede, accompagna, abbandona
la muta ombra degli edifici
e noi, io e te, sulla calce bianca,
e gli altri, le assi inchiodate,
gli stracci sparpagliati su di un prato:
corrono, vanno o si fermano
guardando nel vuoto, riprendono
il loro ritmo senza scomporsi,
ci attraversano mentre parliamo,
siamo questo andare ovunque,
seguire una curva, oscillare,
sbandare inghiottiti dal futuro:
le strade che corrono in tondo,
i pattern che generiamo ignari
muovendoci, acquistando, vivendo,
lasciando tracce prove segnali
del nostro labile passaggio
entrando furtivi in un albergo
uscendo con un foglio, un numero,
lasciando sparire dagli occhi
un nome, un volto da cancellare,
l’impronta a calco di un corpo
o in una sera all’imbrunire
l’incarnato bianco, i seni tesi,
la stretta poderosa dei fianchi
e lì, noi due, la nostra polvere,
le lampade di carta che oscillano
mentre viene buio e ci perdiamo,
siamo in un quartiere distante
di fronte alle rocce in primo piano
sotto un telaio di assi verdi
seguiamo in trance, a occhi chiusi
un ago magnetico che punta,
s’inoltra in ogni direzione,
sale in alto sui tetti di zinco
delle case che lambiscono il bosco,
segna il centro vuoto del letto
dove dormiamo, dopo l’amore,
punta le persiane scolorite
e i toni caldi delle facciate
abbandonate al sole, nude,
vulnerabili sotto i venti
che scavano vuoti tra le nuvole
e tracciano diagrammi nel granturco:
ma in quella stazione remota
dove mi aspettavi sulle scale
piangendo accanto alla siepe
[…]
Italo Testa






