Qui la camorra ha perso ma la legalità non ha ancora del tutto vinto

Autore

Pasquale Corvino
Nato a Napoli il 5/8/58. Da sempre residente a Casal di Principe, ha iniziato a far politica abbastanza presto nella sinistra extraparlamentare. Nel 1980 entra nel PCI. Nell'82 eletto consigliere comunale e con Renato Natale inizia la quarantennale lotta alla criminalità organizzata. Per oltre trent'anni lavora nella Confederazione italiana degli agricoltori a vari livelli. Dal 2017 è parte attiva della Coop Albanova della rete Nco, interessando di pubbliche relazioni, turismo responsabile, progettazione E La lotta continua.

Sul finire degli anni 70 a Casal di Principe avvenne una mutazione lessicale che evidenziò
quanto fosse cambiato lo stesso scenario delinquenziale.
Una breve premessa è necessaria per comprenderlo: Casal di Principe fin dall’antichità
era considerato un luogo violento dove non esisteva legge ufficiale; le controversie si
risolvevano con modalità e regole, non scritte, ma da tutti condivise che si basavano su
quel codice d’onore tanto caro alla malavita tradizionale e in ogni caso i conflitti erano
regolati alla luce del sole. Tutto questo, appunto, fino agli anni 70 del secolo scorso.
Mi resi conto che tutto era cambiato e mutato fin nel profondo del patrimonio genetico
quando una sera dopo una zuffa tra ragazzini uno dei contendenti, andandosene,
rabbiosamente mugugnò testuale: “t’aggia mannà a sparà” (ti devo mandare a sparare)
Se un ragazzino fuori la Chiesa usa questo lessico evidentemente nei contesti adulti
quella modalità è già norma, metodo, sistema, anche relazionale.
Il passaggio semantico dal classico “ti sparo, ti ammazzo” al “ti mando a sparare” ha
segnato un’epoca di smisurate tragedie ed altrettanto rumorosi orrori.
La violenza atavica, l’assenza di regole istituzionalizzate, l’anarchia criminale aveva
trovato un alveo in cui incanalare l’acqua sporca organizzata ed irregimentata in veri e
propri sindacati del malaffare tra loro territorialmente confederati infiltrandosi, appunto
come acqua, in ogni anfratto, covo, crepa dell’istituzionalità ufficiale totalmente
sostituendosi ad essa non già in contrapposizione (l’antistato) ma, appunto
configurandosi, essa consorteria, come lo Stato stesso.
Per meglio essere compresi si può affermare, che in queste aree, lo Stato c’era ed aveva
la forma, l’organizzazione e l’organigramma dei clan mafiosi dominanti.
Come era prevedibile e logico, si è data molta e particolare attenzione agli aspetti
giudiziari e/o specificamente delinquenziali delle vicende che a Casal di Principe e
dintorni si sono consumate in oltre un trentennio di dominio incontrastato delle varie
famiglie criminali che si sono avvicendate. Ma non si potrà mai riuscire a comprendere
cosa realmente è accaduto se non ci si addentra in una analisi che, lungi da voler essere
incline ad un sociologismo di maniera, scavi nella coscienza stessa di questa comunità
facendo emergere in superficie e disvelandoli tutti i meccanismi che hanno consentito ad
un manipolo di delinquenti abituali e spesso perfino nevrotici di condizionare l’intero
sistema sociale, economico, politico e culturale per un tempo che è apparso “infinito”.

Casal di Principe in un certo qual modo può essere considerato un laboratorio, un luogo
fisico e geografico, ma anche mentale, dove si sono manifestate e sperimentate, prima
che altrove, tendenze criminali capaci di incidere profondamente sulla vita quotidiana di
intere comunità.
I passaggi fondamentali di tale estrema perversa pervasività nel tessuto connettivo della
collettività sono stati il terrore, il dominio, la soddisfazione dei bisogni: ovvero quello
che viene definito come una sorta di “welfare criminale”.
I sodalizi criminali si sostituiscono totalmente al sistema istituzionale statuale
proponendosi come il “solutore”dei problemi attraverso la porta principale
dell’economia. Tutto avviene immediatamente dopo il terremoto dell’80 in Irpinia. Il
salto di qualità è notevole e si avvale perfino di un’estetica tanto sanguinolenta quanto
convincente. Contemporaneamente si trucidavano avversari, si distribuivano appalti, si
garantivano posti di lavoro, si stringevano accordi con i cartelli del narcotraffico
internazionale, si occupavano fisicamente le istituzioni a diversi livelli, si consolidava un
regime culturale.
Il controllo militare del territorio, soprattutto nella prima fase, quando lo scontro con gli
affiliati alla nuova camorra di Cutolo fu particolarmente feroce, servì da monito oltre che
da efficace strumento di dominio. Era certa la punizione per chi provava a sottrarsi.
Nel giro di poco, buona parte degli imprenditori edili aderì, ob torto collo, alla ferrea
legge del clan. Bastarono poche ed incisive dimostrazioni di forza per convincere anche i
più recalcitranti.
Cominciano a scorrere fiumi di danaro, sia leciti che illeciti, ma comunque tutti gestiti
dallo stesso sistema criminale che si scinde in mille rivoli ed alimenta, in un modo o in un
altro, in maniera diretta o indiretta, le fonti economiche di intere comunità controllate
dai clan di Casal di Principe e loro alleati (in pratica il casertano, nord Napoli e basso
lazio)
Questo schema raggiunge un obiettivo fondamentale: il consenso collettivo al “Sistema”.
Si passa, cioè, da una fase di puro terrore ad una di adesione culturale. Qualcosa di molto
simile a quel che accade nei processi politici di affermazione dittatoriale.
Il timore sostituisce il terrore, le stragi, gli spari e le esecuzioni scemano, anche se non
scompaiono del tutto (finito Cutolo affiorano le rivalità interne) gli affari crescono e con
essi il consenso e la sensazione collettiva della potenza: è il delirio quasi collettivo.
Questa condizione è consentita da un elemento essenziale: la certezza dell’impunità. Gli
unici in grado di comminare pene ed eseguirle rapidamente e senza esitazioni sono i
clan.

Il processo di sostituzione istituzionale a fine anni 80 è compiuto. Interi pezzi dello
Stato, non solo i Municipi, sono sui libri paga della criminalità. Definire questa evoluzione
degli eventi istituzionali con il termine “infiltrazione” è un eufemismo che non rende
giustizia di come sono andati realmente i fatti.
Nella fase centrale di tale strutturazione dittatoriale le economie locali hanno subito
modificazioni significative con crescite esponenziali nell’edilizia, nel commercio,
nell’artigianato e nei relativi servizi di supporto. L’unico settore che non è cresciuto in
quel periodo è stata l’agricoltura che però ha comunque beneficiato del banchetto
attraverso la speculazione finanziaria sui ritiri dal mercato delle eccedenze (un imbroglio
che ha fruttato soldi a palate anche per le aziende agricole, ma che le ha disabituate a
produrre per il mercato alimentare determinando un danno drammatico sul lungo
periodo. Finita la festa l’agricoltura è entrata in una crisi profonda dalla quale ancora non
è uscita)
L’evidenza di quanto fosse andato avanti il processo di dominio sociale e culturale delle
comunità è rintracciabile nei dati elettorali.
Nel decennio 79/89 alle elezioni comunali di Casal di Principe si è passati da 4 consiglieri
su 30 eletti nel 79 in una lista civica, espressione della nascente organizzazione, a 15,
eletti nel 1982 nella Democrazia Cristiana, e a ben 19 nel 1989 sempre eletti nella DC e
sempre organici al “sistema”. Ma uno dei dati emblematici di come la criminalità ha
gestito il consenso elettorale è il ben 26% rimediato dal PLI alle politiche del 1992. In
una sorta di rottura tra famiglie un pezzo decide di spostare voti su un partito
notoriamente ancorato allo zeroPerCento. L’altro pezzo di famiglia rimane nella DC. La
sfida viene vinta dal PLI con il 26% mentre la DC ottiene il 25%.
Ma non è solo una contesa elettorale. In ballo ci sono interessi enormi, compreso il
controllo del business. I vecchi guappi si avviano mesti verso il tramonto, emergono
nuove leve, più determinate, più affamate ed anche più violente.
Ma al netto dei fatti di sangue con una scia interminabile di morti, va compreso che il
consenso elettorale è il sintomo evidente di un consenso più profondo e radicato: il
consenso culturale. Si è spesso sbagliato a capire. Si è troppe volte sbandierato il voto
per terrore, per paura. Il voto estorto! Ebbene non è così: perché un lavoratore,
totalmente inglobato in un sistema deprivato eticamente, che quindi in un tale andazzo
s’imbatte in risorse insperate dovrebbe rivoltarsi contro quel sistema che gli consente un
tenore di vita sopra le aspettative? Non vota certo per terrore seppur in fondo all’anima
gli rimane un certo timore. Vota per convenienza!

A chi si può rivolgere per risolvere una “questione”? Per trovare un lavoro, per sistemare
un figlio, per costruire una casa senza permessi, per ottenere una patente senza saper
guidare, per prendere una laurea senza studiare? A chi si può rivolgere?
Chiaramente tutta questa piacevole ed utile disponibilità di mezzi e possibilità ha un
prezzo. Talvolta molto alto. Ma è messo nel conto e sono diventate così, parte attiva,
migliaia di famiglie: coinvolte e convinte, che hanno preso e dato ed hanno fatto da
massa critica, perfino etica, rendendo possibile un trentennale dominio criminale.
Per scardinare questo sistema così articolato e radicato nel tessuto sociale ci sono voluti
anni, ma soprattutto eventi di una gravità tale da mettere seriamente e finalmente in
discussione quel concetto di “convenienza” che aveva fatto da collante culturale ad una
operazione inizialmente militare e poi economica.
Per intenderci: arresti, sequestri , confische, non solo di criminali puri, ma anche di tutto
quel corollario istituzionale che garantiva affari e protezioni, ha ripulito il territorio dalla
feccia, ha smantellato il malaffare, e nello stesso tempo, però, ha anche mandato in crisi
il sistema economico drogato da quel tipo di intreccio affaristico/politico a cui negli anni
90 si era unito anche il business dei rifiuti (pericolosi e non)
La comunità, messa davanti alla brutale realtà, in profonda e cupa crisi economica
conseguente alle azioni repressive di quello Stato Sovrano che iniziava a riprendersi gli
spazi che la mafia aveva sottratto, non l’ha presa affatto bene. Anzi. C’è stato un iniziale
moto di avversione nei confronti di uno Stato repressivo che buttava la gente in mezzo
alla strada.
In questo senso sono stati commessi errori. Ma da qualche parte bisognava pur
cominciare.
Ma il sistema di convenienza e connivenza è entrato definitivamente in crisi quando sono
diventati evidenti i danni irreparabili e profondi che l’economia criminale aveva causato
al territorio, alle imprese, all’agricoltura, alle persone.
Lentamente una intera comunità ha iniziato il faticoso percorso verso un futuro diverso.
Qualche frutto si comincia ad intravedere, ma non è un processo né semplice, né
scontato.
Quando nel 2014 Renato Natale diventò Sindaco si lanciò lo slogan: “qui la camorra ha
perso”.
Oggi mi sento di dire che si, è vero, qui la camorra ha perso, ma legalità, l’alternativa alla
criminalità non ha ancora del tutto vinto! E soprattutto, ci sono tante aree vicine e
lontane da qui che del laboratorio criminale casalese hanno appreso la lezione e la
stanno pedissequamente sperimentando, con successo, perfino!

Di quella lezione lo Stato dovrebbe far tesoro per evitare errori e per agire
tempestivamente, con forza e cognizione di causa.
Oggi che all’orizzonte si staglia la montagna di soldi del PNRR e nuovi appetiti crescono
è necessario agire con consapevolezza. Cosa e come può accadere lo si sa già studiando
con profitto il Caso Casale.
Questi soldi possono essere una opportunità irripetibile, ma anche una maledizione
disastrosa.

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