Contro il primato del possesso

Autore

Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti (Rovereto, 1981) si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi su Dante e la filosofia medioevale. Si è specializzato nell’insegnamento secondario presso la Ssis della Libera Università di Bolzano. Ha conseguito il baccellierato in Sacra Teologia presso lo Studio teologico accademico di Trento. Nella stessa città è docente di storia della filosofia e di filosofia della conoscenza ed epistemologia all’Istituto teologico affiliato e all’Istituto di scienze religiose, nonché di filosofia e storia nei licei di Riva del Garda. È membro della Scuola di Anagogia di Bologna e autore di numerosi articoli specialistici e monografie.

RIDEFINIRE L’UMANO A PARTIRE DAL PERSONALISMO DI EMMANUEL MOUNIER

È inevitabile che qualsivoglia contesto sociale – semplice o complesso che sia – leghi il proprio cuore a una certa idea di uomo: talora essa viene articolandosi e manifestandosi in modo esplicito; più spesso si sedimenta nei comportamenti, nelle istituzioni, nelle pratiche quotidiane e nel linguaggio comune, fino a diventare criterio tacito attraverso cui una comunità si interpreta e giudica ciò che considera desiderabile o nocivo. Anche l’orizzonte sociale in cui viviamo non sfugge a tale dinamica. Dietro le forme della vita economica tipiche del nostro mondo, dietro l’enfasi riservata alla prestazione e all’efficienza, dietro la progressiva riduzione della libertà a semplice facoltà di scelta individuale si delinea una precisa concezione dell’essere umano: quella di un soggetto che tende a realizzarsi principalmente attraverso l’acquisizione, il possesso e il conseguente controllo di beni e relazioni. 

In una simile prospettiva, l’avere finisce per imporsi come la misura dell’essere. Le conseguenze di quest’impostazione sono sotto gli occhi di tutti. Da un lato, assistiamo ad un ampliamento senza precedenti delle possibilità offerte dalla tecnica e dall’economia; dall’altro, emerge una crescente difficoltà nel conferire unità e significato all’esperienza personale. L’aumento delle opportunità non si traduce necessariamente in una maggiore capacità di orientamento, così come l’abbondanza dei mezzi non garantisce la chiarezza dei fini. Non stupisce, dunque, che le relazioni appaiano spesso molto fragili, mentre l’identità individuale oscilla tra l’esigenza di autoaffermazione e il bisogno incessante di riconoscimento. Sarebbe riduttivo – mi pare – interpretare questa condizione come una semplice compromissione delle istituzioni o dei modelli economici; ciò che sembra essere entrato in crisi è l’idea stessa di persona, il modo in cui l’essere umano comprende se stesso e il proprio posto nel mondo. Le tensioni che attraversano la vita sociale rinviano infatti a una domanda antropologica assai più profonda e radicale: che cosa significa essere uomini

È su questo terreno che il pensiero di Emmanuel Mounier (1905-1950) conserva una sorprendente attualità. La sua riflessione nasce in un contesto storico assai diverso da quello contemporaneo, ma prende forma attorno a interrogativi che, interpellando altre epoche, continuano a provocare pure il presente. Quando, nel 1932, il filosofo transalpino fonda la rivista Esprit, l’Europa sta attraversando una delle sue stagioni più travagliate; la sofferenza economica ha incrinato la fiducia nelle promesse del liberalismo, mentre i totalitarismi avanzano, proponendosi come risposta immediata alla frammentazione sociale e al senso diffuso di smarrimento. Mounier comprende come l’essenza di tale disorientamento non si leghi, in primo luogo, alla sfera politico/partitica e ideologica: alla base del collasso di un ordine storico e dell’emergere di nuove forme di dominio, egli scorge la dissoluzione dell’individuo moderno, concepito come un soggetto isolato, autosufficiente, proprietario di sé e delle sue cose, incapace di riconoscere il carattere costitutivamente relazionale della propria esistenza. 

Da tale diagnosi prende avvio l’esperienza del personalismo. Contro ogni riduzione dell’uomo a semplice produttore, consumatore o titolare di diritti astratti, Mounier afferma che la persona precede ogni forma di possesso e non può essere definita a partire da ciò che ha. L’essere umano – a suo modo di vedere – si comprende autenticamente non muovendo dall’avere, ma dall’essere, dalla sua capacità di relazione, di partecipazione, di responsabilità e di apertura agli altri. In una delle pagine più dense della sua riflessione, Mounier osserva:

«Prima di tutto domandiamoci che cos’è il possesso o, in altri termini, perché si vuole possedere? Avere è un surrogato deteriore dell’essere. Si ha quello che non si può essere; ma dal punto di vista umano si ha solo nella misura in cui si cerca di essere con la cosa posseduta. (…) Così in bilico fra la possibilità di avere e l’essere, fra un’ipotesi e l’assoluto, il possesso umano si trova all’incrocio di molte coppie di antinomie»1.

È interessante che in tale stralcio il possesso appaia come un rimpiazzo degradato dell’essere, quasi che, mediante l’accumulazione delle cose, l’uomo cerchi ciò che, in realtà, desidera sul piano dell’esistenza. Si può dire che, per Mounier, il possesso diventi il tentativo di colmare una mancanza che nessuna forma di signoria può realmente soddisfare. Il problema, dunque, non è la proprietà in quanto tale; ciò che l’autore francese denuncia è la trasformazione dell’avere in principio ordinatore della vita: quando questo accade, l’uomo finisce per identificarsi con ciò che possiede esteriormente e smarrisce il rapporto con se stesso e con la propria interiorità. 

«Il capitalismo – aggiunge Mounier – ha incoraggiato tale deriva, ricorrendo alle facilitazioni offerte dalla meccanizzazione, la quale moltiplica gli oggetti del possesso e le possibilità di conquistarli, facendo soprattutto appello alla fecondità del denaro, che produce illimitatamente i mezzi di potenza. Quando le conquiste diventano troppo facili, scivoliamo allora nel possesso-godimento e con ciò intendiamo quel godimento passivo che si rifiuta di scegliere, per lasciarsi possedere dall’oggetto più di quanto non lo possegga. Tale forma di gioia, anche quando vuol avere l’apparenza di essere entusiasta, si dissolve in un’amara monotonia»2

Sarebbe difficile pensare a parole più attuali e scomode di queste: ciò è senz’altro vero non perché la società ipermoderna coincida con quella osservata da Mounier, ma perché la logica che egli denuncia continua a operare sotto nuove forme, che coinvolgono anche l’orizzonte del virtuale. In effetti, la cultura digitale sembra aver radicalizzato, più che superato, la tendenza a misurare l’esistenza secondo le categorie dell’avere. Se un tempo il possesso si esprimeva prevalentemente nell’accumulazione di cose, oggi esso tende ad estendersi a dimensioni sempre più immateriali. Si possiedono informazioni, contatti, visibilità, consenso. Perfino l’identità rischia di essere percepita come un capitale da amministrare e valorizzare. I social network offrono forse l’esempio più immediato di tale dinamica: il riconoscimento personale viene frequentemente tradotto in quantità misurabili – followers, visualizzazioni, interazioni – mentre il rapporto con gli altri rischia di essere interpretato secondo criteri di rendimento e di esposizione pubblica. Qualcosa di analogo accade anche in altri ambiti della vita contemporanea, nei quali le relazioni vengono spesso vissute come strumenti di autorealizzazione egoica più che come luoghi di reciproca donazione.

È fondamentalmente innanzi a questo fattore che la riflessione personalista si staglia in tutta la sua forza critica: se il disagio dell’uomo moderno nasce dalla pretesa di fondare la propria identità su ciò che possiede, allora la risposta a questa deriva non può consistere in una semplice redistribuzione dei beni o in una diversa organizzazione dei consumi. Occorre piuttosto recuperare una comprensione dell’esistenza che restituisca il primato all’essere rispetto all’avere e che permetta di riconoscere nella relazione, nell’impegno e nella responsabilità le dimensioni costitutive della vita personale. Contro ogni forma di individualismo, Mounier ritiene che l’uomo non diventi chi è chiamato ad essere chiudendosi a riccio, in se stesso, ma aprendosi all’altro; per questo può convintamente affermare che l’esperienza primitiva della persona sia l’esperienza della seconda persona, del tu e, in esso, del noi, i quali precedono l’io3

L’identità del soggetto non nasce infatti contro gli altriprima degli altri: si costruisce attraverso la relazione. La persona non è una realtà conclusa che successivamente entra in rapporto con il mondo e l’altro da sé; è, fin dall’origine, un essere-in-relazione. Per questo ogni tentativo di assolutizzare l’individuo conduce inevitabilmente a una forma di impoverimento dell’umano. La sfida che il personalismo ci consegna non consiste, in definitiva, nel rifiuto del mondo, nel rigetto luddista della tecnica o nella rinuncia alla proprietà, ma nel loro ridimensionamento innanzi alla statura dell’umano. Nessuna realtà posseduta può conferire all’uomo quella consistenza ontologica che egli cerca; nessun accumulo di beni, di consenso o di visibilità può sostituire il lavoro interiore attraverso cui la persona diventa se stessa. Ciò che possediamo può certamente servirci; non può però dirci chi siamo. Forse è proprio questo il rischio più sottile che attraversa il nostro tempo: dimenticare che l’uomo vale smisuratamente più di tutto ciò che è capace di produrre, consumare o accumulare. 

1 E. Mounier, Rivoluzione personalista e comunitaria, Edizioni di Comunità, Roma 2022, p. 239.
2 Ibi, p. 240.
3 Cfr. V. Melchiorre, Essere e persona. Natura e struttura, Fondazione Achille e Giulia Boroli, Novara 2007, p. 32.

1 commento

  1. Avere o essere, il dilemma non poteva essere più secco tra due termini autoescludentisi in modo diametralmente!
    La analisi di Mounier muove da questa constatazione…ed e’ una analisi pienamente condivisibile, in quanto si tratta di dimensioni opposte ed effettivamente autoescludentisi.
    Quanto più mi affermò come potenza, tanto piu rischio il mio essere, anzi lo metto a repentaglio…
    Le due dimensioni sono inversamente proporzionali…

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