Nella crisalide tutto è nero, stretto e scomodo. Ci sono giorni in cui scopro che le mie gambe fremono dalla voglia di camminare e sarebbero pronte a macinare chilometri e chilometri pur di portarmi via, verso un posto che non conosco e che è semplicemente molto, molto lontano; mentre ce ne sono altri in cui non ho le energie nemmeno per alzarmi dal letto e preparare una tazza di the da ingollare in un fiato solo, scottando l’esofago.
Ogni mattina mi sveglio e devo fare i conti daccapo con la persona che sarà quel giorno: non so mai chi mi aspetterà oltre la cortina delle palpebre perché riflessa nello specchio potrei trovare una persona molto speranzosa, così come una del tutto scoraggiata, qualcuna che sta serena sull’orlo del precipizio e restituisce le occhiatacce dei mostri che lo popolano oppure un fascio di nervi incapace di stare seduta tranquilla e che vorrebbe una soluzione ora, ora, immediatamente, subito! perché non ha più le forze di aspettare.
Questa incostanza mi terrorizza, non solo non sono più in grado di prevedere cosa accadrà – quello non l’ho mai saputo fare -, ma non so nemmeno immaginare chi sarà l’“Io” con cui avrò a che fare.
La ragione di tutta questa incostanza è che da undici mesi a questa parte ho messo in atto nella mia vita un cambiamento gigantesco che ha innescato una slavina di novità che non so navigare, figuriamoci governare.
Il Manuale della Brava Bambina sul quale ho cercato e trovato ogni percorso che abbia mai intrapreso un giorno qualsiasi è terminato, così, di colpo, lasciandomi senza guida su un sentiero che, a guardarlo bene, non sembra né la strada giusta né quella che avrei scelto se fossi stata nel pieno delle mie facoltà.
Quindi mi ritrovo chiusa nella crisalide che con tanta fatica ho costruito per farmi da rifugio a domandarmi se tutto l’impegno, la progettazione, i cuori gettati oltre i vari ostacoli siano valsi a qualcosa. Per ora non mi sembra che questo sia il prezzo peggiore da pagare per lasciarsi traghettare da una parte all’altra della propria vita, dal Prima al Dopo. Stare qui a chiedermi se ho fatto bene, se non sarebbe stato meglio accontentarsi, proseguire sulla strada nota, per quanto storta e brutta, pur di non stare qui in balia dei dubbi, dell’angoscia e del sospetto che non ci sarà mai dose di impegno sufficiente per allestire la propria felicità.
Non ho più certezze e, onta definitiva, una parte di me non desidera costruirne di nuove.
In questa coesistenza tra ciò che non è più attuale e ciò che lo diverrà, l’esistenza si è trasformata in una malleabile poltiglia che non assomiglia ad alcunchè di noto e non ha ancora forma. E una parte di me si bea di questa pletora di possibilità che le stanno di fronte.
L’altra è in preda ai conati causati da una forma gravissima di vertigine perché a starsene appesi sull’orlo della vita si fa fatica a perseverare nel credere che una promessa che mi sono fatta da sola o, forse, mi hanno fatto la psicologa, le amiche, i testi delle canzoni pop possa avverarsi sul serio e dischiudere “il meglio che verrà”.
Questo andamento ondivago tra la risolutezza a cambiare e la necessità di stabilità mi sfinisce e mi fa detestare il tempo dell’attesa, quello in cui tutte le possibili diramazioni si schiudono e fanno ciascuna la propria proposta. Quale scegliere? Non lo so, una volta avevo i doveri a guidarmi, ma dopo aver disatteso il primo – che liberazione – gli altri sono crollati tutti come bastioni mal difesi di un villaggio assediato e stanco. Ci siamo solo io e i desideri che sono, francamente a ragione, parecchio offesi perché non li ho mai ascoltati e ora, solo ora, pretendo da loro che facciano da guida e lanterna in questo bozzolo buio. Loro si rifiutano anche solo di farsi scorgere perciò ho messo qualche esca e mi auguro che presto o tardi qualcuno di quelli grandi e profondi abbocchi. Non lo lascerò scappare.
Nel frattempo alleno un’abilità che ho studiato ai tempi della scuola e che però capisco solo ora: quella peculiare arte di stare al mondo che Keats descriveva come la capacità negativa di “stare nelle incertezze senza alcuna irritante pretesa di raggiungere i fatti e la ragione”. Vivere nel mistero o forse dovrei dire meglio vivere il mistero, il dubbio, la crisalide accettando di non sapere, di non poter immaginare e di incontrare ogni alba ciò che avverrà e la persona che sarò perché l’Io è un altro, ogni giorno.
Sono di passaggio, ma l’Io che sono è il Passaggio da chi ero ieri a chi sarò domani. Vince chi indovina che cosa ne sarà. O forse no. Vince chi sta nel negativo sapendo essere integra e onesta.
Crisalide

