C’è un momento, nella storia di alcune relazioni, in cui non è ancora accaduto nulla di sufficientemente manifesto da poter essere nominato come una separazione e, tuttavia, qualcosa di essenziale ha già cominciato a sottrarsi. Le persone continuano a incontrarsi, a condividere parole, consuetudini, talvolta persino progettualità, mentre nella trama meno visibile della loro esperienza reciproca uno degli interlocutori ha progressivamente cessato di includere l’altro nel processo attraverso il quale attribuisce significato a ciò che sta accadendo fra loro. L’assenza, in questi casi, precede paradossalmente la separazione, perché l’altro continua a esserci e, nondimeno, non viene più riconosciuto come qualcuno la cui parola possa modificare la rappresentazione che abbiamo costruito della relazione.
Per comprenderne la portata occorre abbandonare l’idea che esistano soggettività autonome e compiute che, soltanto successivamente, entrano in relazione. La psicologia dello sviluppo, la fenomenologia e le neuroscienze sociali ci restituiscono un soggetto la cui esperienza di sé si costituisce, fin dall’origine, all’interno di processi di sintonizzazione e regolazione reciproca, cosicché la relazione non è semplicemente qualcosa che accade fra individui già formati, ma una delle condizioni attraverso le quali la soggettività stessa prende forma.
In questa prospettiva si colloca il contributo di Vittorio Gallese che, attraverso l’ipotesi dello shared manifold e il concetto di embodied simulation, riconduce una componente fondamentale dell’intersoggettività a una dimensione incarnata e preriflessiva. Prima ancora di interpretare intellettualmente l’altro, ne facciamo esperienza attraverso meccanismi corporei e neurali che consentono una forma primaria di risonanza con le sue azioni, emozioni e intenzioni. L’altro, dunque, non è semplicemente un oggetto esterno da decodificare, ma una soggettività che incontriamo all’interno di uno spazio condiviso, pur rimanendo irriducibilmente distinta da noi.
Ed è proprio questa irriducibilità a rendere la relazione tanto generativa quanto faticosa, perché essere in relazione non significa raggiungere una rassicurante coincidenza fra due mondi psichici, bensì tollerare che la rappresentazione che possediamo dell’altro possa ancora essere contraddetta, perturbata o ampliata dalla sua presenza reale.
Quando questa disponibilità si contrae, accade qualcosa di psicologicamente rilevante. Una parola viene interpretata, un comportamento assume un significato, una divergenza si inscrive progressivamente in una narrazione più ampia e ciò che inizialmente possedeva la provvisorietà di un’impressione acquisisce la consistenza di una convinzione. La mente, che ricerca coerenza e tollera faticosamente l’ambivalenza, seleziona più facilmente gli elementi che confermano quella rappresentazione, finché l’altro reale rischia di essere sostituito dall’immagine che abbiamo costruito di lui.
Non occorre malafede perché questo avvenga. Talvolta il silenzio protegge dal conflitto, dall’incertezza o dalla possibilità, ben più perturbante, che una conversazione autentica rimetta in discussione ciò che abbiamo faticosamente deciso. Ciò che protegge l’equilibrio intrapsichico di chi si sta allontanando, tuttavia, può produrre un effetto profondamente diverso sul piano intersoggettivo, perché l’altro viene escluso dal processo di significazione di una vicenda della quale continua a essere parte.
È qui che comunicare e stare in relazione cessano di essere sinonimi. Si può comunicare con assoluta chiarezza una decisione senza avere condiviso nulla del processo che l’ha generata, diventando formalmente impeccabili proprio quando la reciprocità del legame è già venuta meno. L’altro riceve allora una conclusione alla cui genesi non ha avuto accesso e scopre retrospettivamente di essersi continuato a pensare dentro un “noi” mentre, nella geografia psichica altrui, quel pronome aveva già modificato i propri confini.
Questo non significa che una relazione debba essere preservata a ogni costo. Differenziarsi, cambiare pensiero, disinvestire da un’appartenenza che non ci rappresenta più costituiscono possibilità legittime e talvolta necessarie. La maturità relazionale non consiste nel rimanere, ma forse nel riconoscere una responsabilità intersoggettiva mentre ci si allontana, consentendo all’altro di incontrare il nostro disagio quando possiede ancora la forma epistemicamente umile di una domanda e non quella definitiva di un verdetto.
Persino il conflitto, allora, può rappresentare una forma di vitalità relazionale, perché finché discutiamo autenticamente con qualcuno continuiamo a riconoscere alla sua parola una potenzialità trasformativa. La cesura più profonda potrebbe prodursi proprio quando non avvertiamo più alcuna necessità di ascoltarlo, avendo già costruito dentro di noi tanto le domande quanto le risposte.
Forse la grammatica dell’assenza comincia precisamente lì, non quando qualcuno se ne va, ma quando, pur essendo ancora davanti a noi, abbiamo smesso di riconoscere nella sua alterità la possibilità di modificare qualcosa di ciò che pensiamo di lui, di noi stessi e della relazione che continuiamo, almeno apparentemente, ad abitare.
La grammatica dell’assenza

