Vivere ovvero passare da un’età all’altra

Autore

Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti (Rovereto, 1981) si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi su Dante e la filosofia medioevale. Si è specializzato nell’insegnamento secondario presso la Ssis della Libera Università di Bolzano. Ha conseguito il baccellierato in Sacra Teologia presso lo Studio teologico accademico di Trento. Nella stessa città è docente di storia della filosofia e di filosofia della conoscenza ed epistemologia all’Istituto teologico affiliato e all’Istituto di scienze religiose, nonché di filosofia e storia nei licei di Riva del Garda. È membro della Scuola di Anagogia di Bologna e autore di numerosi articoli specialistici e monografie.

SULLA DIFFICOLTÀ DELL’UOMO IPERMODERNO DI ABITARE IL TEMPO

C’è qualcosa di fortemente paradossale nel modo in cui l’uomo contemporaneo si relaziona al tempo: da un lato – mai come oggi – egli dispone di strumenti capaci di risparmiarlo, abbreviando le distanze e rendendo simultanee esperienze che in passato erano necessariamente successive; dall’altro, proprio questa crescente possibilità di organizzare e governare il tempo sembra accompagnarsi a una sua progressiva perdita: più esso viene conquistato, più pare sottrarsi alla presa del soggetto, ormai apertamente incapace di abitarlo. Tale difficoltà non trova la propria scaturigine – come saremmo portati a pensare sulle prime – nel progresso tecnologico e nelle forme in cui questo condiziona il nostro rapporto con la temporalità: più radicalmente, sembra nascere dall’inidoneità del soggetto ipermoderno ad interpretarla e, dunque, di sostenerne la tragicità. Che interpretare il tempo sia drammatico è evidente: esso non è soltanto la coordinata entro cui accadono gli eventi; è quanto sottrae ogni istante dalla possibilità di essere nuovamente vissuto, quanto rende l’esistenza irreversibile e costringe così l’uomo a confrontarsi con la propria finitezza. 

«Il tempo – afferma Simone Weil in maniera icastica – è la preoccupazione più profonda e più tragica di tutti gli esseri umani; si può anche dire che sia la sola tragica. Tutte le tragedie immaginabili possono essere riportate a una sola e unica tragedia: il trascorrere del tempo».

Ebbene, l’uomo contemporaneo risulta incapace di sostenere questa tragicità perché fatica a sopportare l’enigma dell’esistenza e a riconoscerne il senso. Quando la domanda su tale dimensione viene elusa o, ancor più, evitata, il tempo tende a ridursi a semplice successione di momenti da consumare e le stesse stagioni della vita – l’infanzia, la giovinezza, l’adultità e la vecchiaia – vengono, in qualche modo, negate. Sotto tale profilo, il presente conosce una singolare esaltazione del giovanilismo, ossia dell’idealizzazione della giovinezza, coincidente con una condizione esistenziale caratterizzata dalla disponibilità permanente a ricominciare e dalla possibilità di rinnovarsi incessantemente. In tale orizzonte illusorio, diventare adulti rischia di apparire come un danno. Questo feticismo nasconde, a ben vedere, una paura profonda che mette sotto scacco le fasi dell’adultità e dell’anzianità, dei periodi cioè in cui risulta necessario esercitare fino in fondo la propria libertà, scegliendo per ciò che è stabile e organizzando la propria vita attorno a scelte irrevocabili. Sia l’adultità che la vecchiaia – private progressivamente di un significato positivo e trasformate nel tempo del «non più» – finiscono per dissolversi: la loro stagione viene definita negativamente, in rapporto a ciò che si è perduto, anziché positivamente, in relazione a ciò che esse rendono possibile. Gli esiti di tale contorsione sono evidenti soprattutto di fronte all’anzianità. Viviamo in una società nella quale la soglia percepita della vecchiaia viene continuamente spostata in avanti, fino a raggiungere età che superano paradossalmente la stessa aspettativa di vita; è come se, differendo incessantemente l’ingresso nella vecchiaia, si volesse arrivare al punto in cui non si diventa mai veramente vecchi. La vecchiaia, tuttavia, non scompare perché viene rimossa dall’immaginario; diventa soltanto più difficile da abitare quando arriva.

È qui che si comprende la singolare profondità dell’espressione biblica: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Salmi 90, 12). Contare i propri giorni non significa semplicemente numerarli; vuol dire riconoscerne il carattere limitato e coglierne, proprio per questo, il valore. Riguadagnare questa consapevolezza è possibile soltanto ricominciando a leggere la nostra vita come un passaggio da un’età all’altra. Ogni età costituisce infatti una stagione fondamentale dell’esistenza, perché introduce un particolare modo di sentire, vedere e rapportarsi al mondo. Ora, proprio perché ognuna di tali fasi è autentica, esiste il rischio di assolutizzarla. Si può rimanere fermi in una fase che avrebbe ormai dovuto essere oltrepassata; oppure si può vivere la fase presente sotto la pressione anticipatrice di quella successiva. L’esistenza autentica esige invece il passaggio. Passare non significa abbandonare semplicemente ciò che si è stati. La persona porta con sé le età precedenti, ma non può viverle nuovamente nello stesso modo. Il bambino permane nell’adulto; il giovane non scompare nell’uomo maturo; la vecchiaia non cancella la vita precedente. Ciascuna forma, nondimeno, deve essere integrata nella totalità. L’autenticità non coincide dunque con la fedeltà immobile a un’immagine di sé; è piuttosto la capacità di essere fedeli alla persona che si è diventati nel momento concreto della propria esistenza, assumendo il compito che quel medesimo momento rende possibile. 

Essere autentici – per dirla brevemente – significa essere capaci di dire sì al proprio tempo. Non al tempo in astratto, ma a questo tempo della propria vita, in quella che Romano Guardini chiama accettazione di sé: non una semplice approvazione psicologica della propria individualità, ma l’accoglienza etico-spirituale della propria condizione e dei compiti che essa reca con sé. Accettarsi significa riconoscere che la propria vita possiede sempre una forma determinata e che essa costituisce il luogo nel quale la libertà è chiamata a esercitarsi. L’uomo non si realizza opponendosi alla propria età, ma assumendola: quest’affermazione vale per il giovane, che deve avere il coraggio della propria giovinezza; per l’adulto, che deve assumere il peso della responsabilità e della durata; per l’uomo maturo, che deve attraversare il disincanto senza trasformarlo in cinismo; per l’anziano, che deve accettare il declinare delle forze senza interpretarlo come una disfatta. In ciascun caso, l’autenticità consiste nel lasciare che la forma propria della stagione che si sta attraversando raggiunga la propria verità: non si tratta, dunque, di «sentirsi» giovani, né di percepirsi adulti o anziani, ma di essere ciò che il proprio tempo chiede di essere. 

Se la tentazione del nostro tempo è quella di dimenticar-si, fuggendo continuamente dalla propria condizione, la salvezza può forse cominciare nel ritrovare il senso del nostro limite: non un ostacolo da subire, ma una condizione da abbracciare. È proprio questo che Faust, insieme ad ogni narcisista, non riesce ad accettare: la penombra che accompagna ogni luce, il limite che accompagna ogni possibilità, il trascorrere che accompagna ogni istante. Il loro desiderio è quello di arrestare il tempo, di trattenere l’istante prima che esso divenga passato, ma una vita che rifiuta il passaggio finisce per rigettare se stessa. Forse, allora, abitare il tempo significa proprio accettare di passare. Accettare che la giovinezza debba diventare adultità, che l’adultità debba farsi maturità e che la maturità debba, infine, consegnarsi alla vecchiaia; accettare che ogni età abbia il proprio compito e che nessuna possa essere trattenuta oltre il tempo che le è assegnato. Solo così il trascorrere cessa di essere pura perdita e limite può apparire ai nostri occhi per quello che in realtà è: una Grazia.

1 S. Weil, Lezioni di filosofia, Adelphi, Milano 1999, p. 234.
2 Cfr. A. Matteo, L’adulto che ci manca. Perché è diventato così difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella, Assisi 2014, pp. 18-19. Sul progressivo differimento della soglia sociale della vecchiaia si vedano, per una prospettiva demografica e sociologica, le indagini sulla percezione dell’età e sull’invecchiamento attivo promosse dall’ISTAT e dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane.
3 Cfr. R. Guardini, Le età della vita, Vita e Pensiero, Milano, 2006, p. 100.
4  J. W. Goethe, Faust, I, vv. 1699-1700, Mondadori, Milano 2025, p. 138. Il celebre «Werd ich zum Augenblicke sagen: Verweile doch! Du bist so schön!» esprime nel dramma goethiano il desiderio di fissare l’istante, sottraendolo al trascorrere.
5 Cfr. C. Risé, Sazi da morire. Malattie dell’abbondanza e necessità della fatica, Edizioni San Paolo, Milano 2016, p. 108: «Nel desiderio di essere diversi da quello che si è, si mostra tutta l’ambiguità del narcisismo, in cui convivono un illimitato amor proprio e un profondo disprezzo di sé. La simultaneità di questi sentimenti contrastanti è resa possibile da una vera e propria scissione dell’identità soggettiva. Un’immagine indeterminata e indefinita di sé viene allora contrapposta alla propria immagine concreta e pubblica, che s’avverte come un’intollerabile limitazione delle proprie potenzialità». 

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