Cara lettrice e caro lettore,
il numero del mese di novembre di questa pregevole rivista vi accoglie con distrazione.
Come dite? Non è cortese? Parliamone…
Distrazione è un termine che socialmente ha spesso un’accezione negativa, inutile girarci attorno. Ho il forte sospetto che all’origine di questa temibile fama della distrazione ci siano, manco a dirlo, i tempi della scuola. Perché è lì, proprio lì tra i banchi di scuola, dove secondo me nasce la condanna dell’ineluttabile, il misero tentativo di idealizzare un processo, la vana ricerca del Sacro Graal. Lì insomma scopriamo per la prima volta quanto facile sia distrarsi, e non esiste docente che si astenga dal farlo notare.
E non importa che ormai che siamo cresciuti ci raccontiamo di saper regolare la nostra attenzione, a differenza di quei giovani sempre così distratti dagli smart-cosi, perché sappiamo benissimo di star predicando bene per razzolare davvero male.
Non servo certo io a richiamare l’attualità di questo tema, ma mi piace pensare che il merito di questa rivista sia di dar voce a diversi punti di vista, alimentando quindi la profondità e le sfaccettature di un concetto che spesso è approcciato molto superficialmente.
Perché, se possiamo pensare alla distrazione come ad una sorta di deviazione sul sentiero del pensiero, possiamo allora esplorare le cause di queste divagazioni, la loro frequenza, il loro senso.
Alcuni degli autori (ma forse preferirei definirle voci) riflettono ad esempio sull’importanza di prendere coscienza del motivo di un momento di distrazione. Ci raccontano come in un mondo dove l’attenzione – intesa come la cattura dei nostri sensi – è una merce assai ben quotata, la distrazione possa essere vista come un atto sovversivo e di libertà . A ben vedere anche la studentessa che si distrae durante una mia lezione sta esercitando la sua unica arma di libertà nei confronti di un contesto in cui può scegliere poco.Â
Certamente, come meravigliosamente esplorato negli articoli, questo esercizio di libertà nasconde delle insidie, perché la distrazione può essere un’ottima via per non essere presenti a sé stessi o per evitare in qualche modo di affrontare delle sfide (se non vi spiace questa me la rigioco domani in classe).
Pur tuttavia, credo che la distrazione ne sia uscita inaspettatamente piuttosto bene: può essere un’esigenza, ancor più forte in un mondo che ci vuole sempre efficienti, nonché una pratica profondamente umana e generativa, oltre che rigenerativa.
Personalmente amo pensare alla distrazione come una forma del tutto legittima che ha la nostra mente di divagare, di attingere a sensazioni e pensieri per rimescolarli al di fuori della nostra coscienza, mostrandoci magari anche qualcosa di inaspettato. Un momento (non una vita) in cui, con una sorta di pilota automatico, abbandoniamo il volante del veicolo concedendoci un attimo di riposo dalla guida e perché no, per goderci un po’ il panorama.
Non mi resta dunque che augurarvi una buona lettura, con le migliori distrazioni!

