René Magritte, La Décalcomanie, 1966
Di solito La coscienza di Zeno si legge come il grande romanzo italiano della psicoanalisi, o come il ritratto dell’inetto novecentesco. Tuttavia, quello di Svevo è anche un romanzo sulla distrazione, che compare in maniera più o meno esplicita lungo tutta l’opera. Zeno Cosini non è un uomo che non sa cosa fare, è un uomo che non riesce a stare dove dovrebbe essere, con il corpo e con la mente.
La trama è nota. Il dottor S., psicoanalista, pubblica “per vendetta” le memorie che il paziente Zeno ha scritto su sua richiesta e poi abbandonato. Ne esce un racconto che non procede in ordine cronologico ma per nuclei tematici: il fumo, la morte del padre, il matrimonio, l’amante, l’associazione commerciale con il cognato Guido, infine la psicoanalisi stessa.
Già il preambolo è emblematico: Zeno, seduto con la penna in mano, cerca di evocare l’infanzia ma si ritrova a pensare ad altro, ad assopirsi, a lasciarsi portare da immagini che non sa se siano ricordi o invenzioni. È il primo di molti momenti in cui il romanzo mette in scena una mente che non obbedisce all’intenzione.
Il capitolo sul fumo è il più celebre e il più leggibile in chiave psicologica. Zeno decide continuamente di smettere e segna le date delle “ultime sigarette” sui muri, sui libri e sui fogli, scegliendo con cura le combinazioni numeriche più suggestive. Il proposito diventa un rito, e il rito diventa un modo per non smettere mai. Quello che conta non è la sigaretta ma il momento solenne in cui si decide che sarà l’ultima, un istante che si può ripetere all’infinito. Oggi quell’istante lo chiameremmo procrastinazione, o forse un caso di autoregolazione fallita. Il vizio, letto in quest’ottica, non è tanto il fumo quanto lo spostamento continuo dell’attenzione verso un futuro migliore, che serve a sopportare un presente mai abitato fino in fondo.
Tuttavia, il momento più comico e insieme più rivelatore coincide con l’episodio della morte del cognato. Zeno si avvia in ritardo verso il funerale, si mette dietro a un corteo funebre e lo segue con raccoglimento, finché non si accorge che è quello di un altro. La distrazione, per Svevo, non è mai innocente: Zeno aveva con Guido un rapporto di rivalità e di invidia mai confessata, e mancare il suo funerale è anche un modo per non esserci. La distrazione diventa così una forma di verità involontaria: il corpo va dove la coscienza non osa andare.
Oggi pensiamo alla distrazione soprattutto come un problema tecnologico, causato da notifiche, schermi e attenzione frammentata. Svevo ricorda che è molto più antica e molto più intima. Zeno non ha bisogno di uno smartphone per non essere mai presente: gli bastano una sigaretta, un corteo funebre sbagliato. La sua distrazione è una strategia di sopravvivenza, un modo per proteggersi da desideri e colpe che non vuole vedere.
Il romanzo non offre cure, e anzi si chiude con Zeno che si dichiara guarito proprio quando smette la terapia, convinto che la vita stessa sia una malattia. Ma offre qualcosa di più utile: la descrizione precisa di una mente che guarda sempre altrove. Leggerlo con questa lente significa riconoscere che la distrazione non è soltanto assenza di attenzione. Può essere anche una forma di attenzione rivolta, senza saperlo, alla cosa che non si vuole guardare.

