Azione

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Alessandro Picone
nato ad Avellino 25 anni fa, ha conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino discutendo una tesi in Filosofia della Storia su "Ivan Illich. Un pensatore ai limiti" con relatore Enrico Donaggio. In precedenza aveva conseguito la laurea triennale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Firenze con una tesi in Filosofia Teoretica su "L'insondabile profondità: la questione dell'identità personale tra Locke e Leibniz", relatrice Roberta Lanfredini.

Lungo l’itinerario della Filosofia, la tesi della subalternità dell’azione alla contemplazione dell’essere è stata per molto tempo maggioritaria. La serie di aneddoti che dipinge il pensatore come un “inetto alla vita” il quale, tutto assorto nelle cose lontane e sublimi del cielo, incespica sulle tangibili realtà che gli stanno davanti ai piedi suscitando le risa della “servetta tracia”, non conosce fine (Cfr. H. Blumenberg, La caduta del protofilosofo o La comicità della teoria pura, Pratiche Editrice, Parma 1983). Eppure, il filosofo non viene al mondo nelle vesti di un estraneo che, per scelta o per destino, risulta costantemente fuori luogo e fuori tempo. 

Fu la condanna a morte di Socrate a svolgere un ruolo decisivo nel ritrarsi del filosofo dall’azione e nel legittimare la tesi della subordinazione della prassi alla contemplazione. Il teoreta si rinchiuse nella propria interiorità, difendendola dalle contingenze storiche, facendo proprio un modo aristocratico di concepire il rapporto con il sapere e con il mondo. 

Sul piano metafilosofico ed epistemologico, la tesi della priorità metafisica dell’essere sull’agire contribuì a rafforzare la concezione intellettualistica per cui il sapere teorico derivante dall’intelletto e dalla razionalità ha maggiore valore rispetto al sapere derivato dell’intuizione, della volontà, delle emozioni e rispetto al sapere pratico legato all’azione. Sul piano etico e pratico, determinò l’attribuzione di una superiore valenza assiologica alle condotte di vita incentrate su virtù quali la riflessione teorica, la contemplazione, il distacco dal mondo e, talora, l’ascesi; nonché il disdegno con cui, per secoli, la cultura occidentale ha guardato alle “arti meccaniche”, una visione gerarchica delle attività umane, che durò fino a che dapprima i grandi artisti del Rinascimento italiano, poi i teorici della nuova scienza, come Galileo e Bacone, e infine gli enciclopedisti, rivendicarono, da punti di vista diversi, la piena dignità delle attività manuali. 

Fu necessario attendere sino all’Ottocento perché emergesse con compiutezza la concezione secondo cui all’agire spetta un primato concettuale e ontologico. Soltanto con il pensiero tedesco dell’età classica furono elaborate concezioni che operavano un rovesciamento consapevole e completo della classica tesi della subalternità metafisica dell’azione. Nel Faust di Goethe si trova una potente enunciazione di questa nuova visione. Si tratta di un passo in cui l’eroe eponimo riflette su come tradurre nel modo migliore il celebre incipit del Vangelo giovanneo En archè èn lògos (In prinipium erat verbum): 

«Sta scritto: “In principio era il Verbo”. Son già bell’e fermo! Chi mi aiuta a proseguire? È impossibile che io stimi la “parola” in modo così alto. Devo tradurre altrimenti, se lo Spirito m’illumina bene. Sta scritto: “In principio era il Pensiero”. Rifletti bene, sin dalla prima riga affinché la tua penna non abbia troppa fretta. È forse il pensiero che tutto crea ed in tutto agisce? Allora dovrebbe essere: “In principio era la Forza!” ma mentre scrivo questa espressione, già un non so che mi ammonisce che non mi ci fermerò Lo Spirito mi aiuta! Improvvisamente mi si è fatta luce dentro: “In principio era l’Azione!” [“Am Anfang war die Tat”]» (J. W. Goethe, Faust e Urfaust, Feltrinelli, Milano 1996, p. 63). 

Dopo un’intensa stagione di rivolgimenti politici e intellettuali, l’indifferenza del filosofo nei confronti del mondo delle cose umane, da atteggiamento di chi non intende imporre le leggi della propria singola sorte, si muta in colpevole diserzione da una causa comune. Il ruolo del teoreta come spettatore, l’uomo che contempla le avventure altrui decifrandone la trama grazie a una lente teorica che funge al contempo da scudo contro i colpi della sorte, va in frantumi. 

Con Hegel, la coscienza moderna interiorizza l’idea che la verità risieda e si riveli proprio nel processo storico: il libro in cui cercare la verità ultima diventa la storia stessa, il libro «dell’anima umana nel tempo e nelle azioni», secondo la definizione di Herder. 

Prende progressivamente consistenza una filosofia dell’azione, che pensa il mondo come storia e come possibilità e, scorgendo nelle situazioni un processo, si oppone alla connotazione fatale dell’orizzonte storico presente. La prassi, attività umana trasformatrice del reale e produttrice di storia, è così riconosciuta come l’autentica sostanza di cui è fatto il mondo – il quale si rivela non più «solido cristallo, ma un organismo suscettibile di trasformazione o in costante processo di svolgimento» (Marx, Il capitale, Prefazione alla prima edizione). 

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