CITTADINI ATTIVI

Autore

Vittorio Sammarco
E’ laureato in Giurisprudenza e pubblicista dal 1991, insegna Giornalismo e Comunicazione politica alla FSC/Ups. Collabora con Madre; c3dem.it; nessunluogoelontano.it, labsus.org. È stato: coautore della trasmissione Tv Mi Manda Rai3; direttore di Segno7; dirigente dell’Adiconsum, di Consumers’ Forum e dei Cristiano sociali. Ha pubblicato con La Scuola: Consumattori. Per un nuovo stile di vita, intervista con F. Gesualdi; e Famiglia, intervista con R. Bindi. Con Fabio Pasqualetti, L’Educazione, la rivoluzione possibile. Perché nessuno deve essere lasciato indietro (LAS, 2020). In Comunicazione e Misericordia. Un incontro fecondo, (Aa.Vv., Las, 2016) ha scritto: Sui drammi dei migranti, un altro sguardo è possibile. Ha curato (con altri) I germogli della buona notizia: Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo (Las, 2017), scrivendo: Le città visibili, con gli occhiali giusti; in È la verità che vi farà liberi, (a cura Springhetti-Butera, Las, 2018) ha scritto: Verità e Relazione, ricostituenti per una democrazia indebolita.

Più soli con il Covid e con una sempre più scarsa volontà di partecipare alla vita collettiva, politica o sociale che sia. Sono le conclusioni – preoccupate? – offerte dall’indagine pubblicata su Repubblica del 10 maggio, che riguarda l’impegno dei cittadini in attività politiche o di volontariato nel 2020. Sondaggio realizzato dall’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, a cura di Demos & Pi e Fondazione Unipolis, e commentato dal sociologo Ilvo Diamanti. 

Mi domando: per quali ragioni avvalorare una tesi simile – pur supportata da ricerche – quando è evidente un fatto: alla domanda “con che frequenza nell’ultimo anno ha partecipato alle seguenti attività?” (ossia 2020, si badi), rispetto ai due anni precedenti (che, invece, davano segnali di leggera ma costante crescita sia delle attività sociali, di quartiere o di città che perfino quelle dei tanto deprecati partiti) c’è stato un forte calo. Chiaro: le suddette attività non si potevano svolgere, per evidenti ragioni di chiusura dovuta all’emergenza pandemica. Mi chiedo, quindi, se questo dato, forzato, può legittimare la lettura che ne consegue. Ossia: “Tutte le principali forme di partecipazione appaiono in calo, soprattutto dopo il biennio elettorale 2018-19”, fenomeno che si allarga a tutti i settori e non solo alla politica, a partire dal volontariato. “Nel volontariato sociale la partecipazione scende dal 44% al 24%”; quasi 6 italiani su 10, (il 57%) “afferma di non aver partecipato ad alcuna attività pubblica e sociale”. Vorrei vedere, viene lecito rispondere! Ma questo può voler dire che siamo in presenza di una “dinamica che rende più statica la società” italiana? Una società ancorata al presente “anzi, all’immediato”, e per giunta senza storia: “una società sospesa”. Se non addirittura più egoista? 

Forse una lettura complessiva, fatta anche di altri dati, potrebbe assecondare questa visione finale (negativa e deprimente). Atta, mi sia consentito malignare, al permanere dello status quo, o, peggio, all’affidamento totale e definitivo delle sorti del Paese agli esperti capaci di risolvere i problemi, senza passare per le “pastoie” di una democrazia partecipativa, non più desiderata e tantomeno praticata. Una concezione tecnicistica della politica che, ça va sans dire, è funzionale al consolidamento di certi poteri. 

Ci sono, però, altri dati che possono offrire il sostegno per una lettura diversa. Indico – fra i più importanti – uno dei frame del Rapporto Bes presentato dall’Istat nei primi giorni di marzo. Il progetto Bes nasce nel 2010 per misurare il Benessere equo e sostenibile, con l’obiettivo di valutare il progresso della società non soltanto dal punto di vista economico, ma anche sociale e ambientale. A tal fine, i tradizionali indicatori economici, primo fra tutti il Pil, sono stati integrati con misure sulla qualità della vita delle persone e sull’ambiente. Di certo non vengono trascurate le difficoltà economiche e sociali generate dalla pandemia. Eppure, si mette in evidenza, nel capitolo sulle Relazioni sociali, una lettura di tutt’altro taglio: «Nel 2020, – si legge – il 62,5% della popolazione di 14 anni e più dichiara di aver svolto attività di partecipazione civica e politica (“parlare di politica”, “informarsi”, “partecipare on line”, ecc.). Il forte aumento registrato rispetto al 2019 (57,9%) dopo anni di calo, è riconducibile alla necessità di seguire l’evolvere delle disposizioni messe in atto per contrastare la diffusione della pandemia a livello nazionale e locale. La tendenza è più evidente nel Centro-nord rispetto al Mezzogiorno, che si mantiene su livelli più bassi, e tra le donne, che recuperano parzialmente l’ampio divario rispetto agli uomini. Registra un lieve aumento, dopo anni di stabilità, anche la quota di persone che dichiarano di aver versato contributi in denaro ad associazioni (14,8% nel 2020 da 13,4% del 2019)». Non sembra poco, nonostante tutto… 

Due letture contrapposte: la crisi della partecipazione (quasi oltre la soglia di sopravvivenza); oppure, al contrario, un’inattesa (e insperata) rivalutazione nonostante la restrizione forzata? Per paradosso, i fenomeni, come sanno i ricercatori in scienze sociali, possono essere tutti veri anche se segnalano tendenze molto diverse. E allora darne un’unica lettura, che (rimarco il dubbio) facilita, se non proprio favorisce, il definitivo accantonamento della passione politica (e, a conti fatti, anche della democrazia), è quanto meno sbagliato se non doloso. Tantopiù se la potenza di diffusione del veicolo mainstream è vincente. 

Ebbene: allora quali sono le “condizioni” attuali del volontariato e della cittadinanza attiva? Siamo – ancora, purtroppo, – nel cuore di una vicenda mondiale drammatica che ha stravolto tutto e tutti. La valutazione andrà fatta con calma. Alla ripresa. 

Ma c’è un altro “indizio” che mi preme sottolineare. Eccolo. «Quando all’inizio del 2020 l’intero mondo è stato travolto dal Covid19 c’era un forte timore che le esperienze di cittadinanza attiva potessero subire un arresto», scrive Fabio Giglioni, nell’introduzione del Rapporto 2020 Labsus L’interesse generale, i patti e le nostre vite durante la pandemia: il fatto che il contrasto alla pandemia, sia «fondato principalmente sull’isolamento, sulla separazione e sulla lontananza, restituiva come centrali concetti e comportamenti che sono l’opposto di quelli su cui si basa l’Amministrazione condivisa», che della partecipazione del cittadino fa un cardine ineludibile. Eppure, continua, «questo Rapporto prova che le preoccupazioni – sebbene legittime – sono state eccessive: a dimostrarlo sono le testimonianze, l’elencazione e la presentazione di alcuni patti stipulati nel 2020. L’Amministrazione condivisa è stata considerata un’opzione praticabile anche durante la pandemia». Ottimismo eccessivo? No. Labsus, infatti, si batte per una idea semplice ma impegnativa: l’Amministrazione condivisa dei beni comuni serve non solo per far funzionare la Cosa pubblica, o per non far deperire incautamente tanti beni collettivi. Lo è, anche, ma va oltre: «La cura dei beni comuni “è un’azione politica”: ce lo dicono in molti», scrivono Daniela Ciaffi e Alessandra Valastro, le curatrici della Rapporto. Spiegando: le voci «mettono a nudo il tema del rapporto fra vite, politiche e crisi: smascherano la tendenza di un certo tipo di politiche ad alimentare la violenza fagocitante dell’emergenza laddove le vite dicono altro e chiedono altro, guardano e agiscono l’emergenza anche in modi diversi, danno indicazioni dissonanti. Indicazioni difficilmente prescindibili perché emergenti dai bisogni reali». I bisogni che la pandemia ha accentuato e che, sia laddove la pratica quotidiana della condivisione era già sperimentata, sia dove è stata un’inattesa ma gradita novità, hanno messo a valore l’opportunità imprevista di alleviare il disagio. Stabilendo uno o più patti.  

«La politica basata su un patto, – scrive Jonathan Sacks, in Moralità. Ristabilire il bene comune in tempi di divisioni, 2020 – è fatt(a) di “Noi, il popolo”, legati da un senso di appartenenza condivisa e di responsabilità collettiva; di forti comunità locali, di cittadini attivi e del decentramento delle responsabilità. Si basa sul ricordare a coloro che hanno più del necessario le loro responsabilità verso coloro che hanno meno; sul garantire che ognuno abbia un’equa opportunità di ottenere il massimo delle sue capacità e dalla sua vita». E saggiamente conclude: «È mia ferma convinzione che il concetto di patto ha il potere di trasformare il mondo».  

Ecco, in Italia i segnali ci sono: non vederli è, quantomeno, un errore… 

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