NON LASCIAMO SOLI GLI ULTIMI

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La pandemia ha avuto sulla Casa della carità, come su tutti del resto, un impatto fuori dall’ordinario. Tuttavia, sin da subito, appena si è intravista la portata dell’emergenza sanitaria, la Fondazione ha messo in atto una serie di interventi per poter continuare a operare nel rispetto della sicurezza dei propri ospiti e operatori. La riorganizzazione degli spazi di accoglienza, dei servizi offerti e del personale impegnato hanno avuto come unico obiettivo quello di non lasciare sole le persone di cui Casa della carità si stava occupando oltre a quelle che avrebbero continuato a bussare alla porta. Perché chi normalmente vive delle difficoltà le ha viste, in questo ormai lungo tempo di pandemia, acuirsi ancora di più. 

Il primato dell’azione, del tamponare l’emergenza, dello stare nel mezzo, ha riguardato tutte le attività della Casa. «I primi mesi – spiega Fiorenzo De Molli, responsabile del settore Ospitalità e accoglienza – li abbiamo vissuti con molta angoscia per chi abbiamo dovuto lasciare fuori, penso ai senza dimora ospiti delle docce, che non hanno nessuno. La pandemia ci ha costretto a un “si salvi chi può” e questo per me è stato terribile, straziante. Mi sono domandato tante volte e ho posto questa provocazione: è corretto? Ma questa è stata per noi un’emergenza diversa dalle altre, perché tutta la Casa si è fermata: per usare una metafora calcistica, abbiamo fatto catenaccio per difendere i nostri ospiti e ha funzionato, ci siamo difesi bene, ma giocando in difesa, non si fa gol. E questo un po’ l’ho patito: non essere riusciti a dare, come Casa, un contributo diverso e propositivo alla città. E poi ho iniziato a pensare al dopo…». Un dopo che per la Fondazione, rispetto al servizio docce citato da De Molli, è stato quello di riprogettare gli spazi di accoglienza. E così, già dopo l’estate 2020 erano stati completati i primi interventi, con la predisposizione di nuovi ingressi, dedicati esclusivamente alle persone che usufruiscono dei servizi diurni. Prima della fine dell’anno, poi, era iniziata la demolizione delle docce esistenti, riconvertite in camere per gli ospiti della Casa e, successivamente, erano stati avviati i lavori per le nuove docce, in uno spazio più grande e con un ingresso dedicato. 

Un’altra categoria di persone che non potevano – e non possono – essere lasciate sole sono gli anziani del quartiere che da sempre frequentano la Casa. In attesa di riaprire il centro diurno loro dedicato con la proposta di attività di socialità e animazione, gli operatori della Casa hanno continuato nei mesi a tenere vivi i canali di comunicazione attraverso capillari e frequenti contatti telefonici, in qualsiasi orario. In questo modo, si sono raccolti bisogni e richieste cui si è cercato di rispondere direttamente o chiamando in causa i servizi territoriali. Al di là delle necessità pratiche sono stati preziosi anche i momenti di vicinanza e conforto, come le serenate suonate sotto casa. Da tutto ciò è poi nata l’idea, portata avanti in particolare dall’associazione Amici Casa della carità, di un nuovo progetto pensato per assistere a domicilio persone anziane sole o in stato di necessità utilizzando le possibilità della tecnologia. L’iniziativa, chiamata Curami.Tech, consiste in una piattaforma digitale attraverso la quale viene stabilito e mantenuto un contatto diretto tra la persona anziana e l’operatore o volontario. La piattaforma mette a disposizione diversi servizi come gestione di cartelle anagrafiche e cliniche, funzioni di telecomunicazione per visite e consulti, assistenza psicologica da remoto, sostegno logistico per approvvigionamento di beni di base (spesa, farmaci, dispositivi medici), monitoraggio parametri vitali, supporto telematico per terapie riabilitative cosiddette “dolci”, chiamate di soccorso ed emergenza. 

Per Casa della carità il primato dell’azione ha riguardato infine, tra gli altri, il prendersi cura dei più fragili, degli “ultimi degli ultimi”, di quelli che rischiavano di diventare realmente invisibili. Pertanto è stato avviato, insieme ad altri enti diocesani, il progetto Stradusca: l’Unità speciale di continuità assistenziale per persone gravemente emarginate. A loro viene data la possibilità di fare un tampone antigenico rapido. «Quello che facciamo – dice Gaia Jacchetti, medico della Casa della carità – non è solo il tampone, ma una vera e propria presa in carico della persona. Sono generalmente soggetti senza dimora o che non hanno accesso al sistema sanitario pubblico. Per questo sono difficilmente raggiungibili nelle attività di tracciamento, isolamento e trattamento contro il Covid. Ma hanno comunque diritto a essere curate. Stradusca è una sperimentazione che rientra nei nuovi percorsi operativi messi in atto per la riorganizzazione delle nostre attività. È uno dei modi che abbiamo trovato per andare verso le persone che non riescono spontaneamente a raggiungere i servizi, pubblici o del privato sociale. Ed è anche un modo per ribadire che occuparsi dei più fragili significa mettere in campo una presa in carico complessiva della persona e non tanti interventi scollegati fra loro». 

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