La tempesta che chiamiamo progresso. E il senso dell’agire.

Michele Nardelli

Autore

William Turner

Cent’anni. Sono passati cent’anni da quando Walter Benjamin a conclusione del suo scritto dedicato all’Angelus Novus (il celebre quadro di Paul Klee) scriveva: «Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Cent’anni, il secolo degli assassini. La storia ci racconta che nel Novecento sono cadute in guerra una quantità di persone tre volte superiore ai morti di tutte le guerre che hanno accompagnato i diciannove secoli precedenti del calendario gregoriano. Senza contare le persone che hanno perso la propria vita nei lager, nei gulag o negli altri sistemi concentrazionari, le fabbriche della morte. Quando non uccidevano le guerre e i pogrom lo faceva la fame, la mancanza di accesso all’acqua potabile, la violenza strutturale, la nocività delle produzioni e l’inquinamento.

Avremmo dovuto elaborarlo il Novecento. Trarne insegnamento. Fare i conti con la storia significa guardarci dentro, interrogarci sul concetto di colpa nelle sue diverse forme (secondo l’insegnamento di Karl Jaspers: criminale, politica, morale, metafisica), indagare la zona grigia di cui ci ha parlato Primo Levi, comprendere che il confine fra bene e male è incerto e poroso. Un percorso faticoso che implica fra l’altro la necessità di affrontare altri aspetti della natura umana, la rimozione e la falsa coscienza.

Non è affatto casuale che il tema cruciale dell’elaborazione del conflitto abbia così scarsa cittadinanza, anche nei luoghi che forse non ti aspetti come quelli della pace o della cooperazione internazionale. In genere ignorato, spesso confinato all’intervento degli specialisti che si occupano di traumi post bellici, altre volte ancora lasciato cadere, preferendo le strade più rassicuranti dell’umanitario.

Eppure essenziale. Se analizziamo i contesti di conflitto, risulta evidente l’incapacità di andare alle radici, di ricostruire i tratti di storia più controversi e di immaginare percorsi di riconciliazione, riducendo quest’ultima ad un’operazione ipocrita o di facciata. Il Sudafrica del post apartheid – che pure ha indicato in maniera mirabile la strada da percorrere – è rimasto un’esperienza isolata. I tentativi di percorrerla altrove non sono andati oltre il livello della testimonianza. E anche i tribunali internazionali – necessari per affrontare la colpa criminale – si sono rivelati impotenti (e talvolta controproducenti) di fronte alla necessità di avviare processi di catarsi collettiva.

Tutto ciò non investe solo le aree di conflitto acuto, in corso o latenti che siano. Voglio dire che dal Novecento nessuno può chiamarsi fuori. Un secolo troppo velocemente e ipocritamente archiviato.

A questo scopo, dedicammo al Novecento un anno di iniziative del Forum trentino per la pace e i diritti umani1. Titolammo quel percorso “1914 – 2014. Indagine sulla pace nel secolo degli assassini”.

Quel secolo che iniziava, simbolicamente, con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia Čhotek nelle strade di Sarajevo, da cui prese pretesto l’inizio della prima guerra mondiale, non era ancora finito che di nuovo nelle strade di quella città così maledettamente interessante, assediata per quattro anni allo scopo di annichilirne il genio sincretico, risuonavano le granate e i colpi dei cecchini.

Per cent’anni la tempesta che spingeva l’Angelo della storia di Klee lontano dalle macerie della grande guerra che avrebbe voluto ricomporre, ha continuato a soffiare sempre più fragorosamente.

Abbiamo cercato di raccontarla quella tempesta. E insieme di comprenderne il naufragio che l’accompagnava. Quel naufragio descritto con straordinaria efficacia da Claudio Magris in “Alla cieca”. La storia di Cippico (Čipiko), la sua certezza nell’avvenire, la passione verso la fragile democrazia repubblicana spagnola senza capire che non sarebbero ritornati con il vello d’oro ma con quattro stracci insanguinati di sangue fraterno, l’orrore dell’“arbeit mach frei”, la tragedia dei “monfalconesi” finiti sull’isola calva, la vergogna verso i sacerdoti benpensanti dell’ortodossia, il disperato aggrapparsi alla polena che un mastro ispirato dal corpo di Marija gettato sulla spiaggia scolpì nel legno, come quella che il suo antenato Alvise mise a prua della sua galera di ritorno dalla battaglia di Lepanto, inutile come tutte le vittorie ma che segnò la consacrazione di uno “scontro di civiltà” evocato fino ai giorni nostri per stabilire bellicose supremazie… .

Ammainate le bandiere, è rimasta una dismisura se possibile ancora più aggressiva. E, in assenza di elaborazione, il secolo degli assassini non ha smesso di sputarci addosso i suoi veleni, quello del nazionalismo – in primo luogo – sotto le spoglie del “prima noi”. La tempesta ha continuato a soffiare nella direzione di prima, accumulando le macerie di una nuova guerra, quella fra inclusione ed esclusione che si consuma quotidianamente sotto i nostri occhi e dove – nell’ingorgo del “si salvi chi può” – gli esclusi la pensano come gli inclusi.

Sorprendente è come la retorica della pace – o, se si vuole, la pace dell’ingenuità – non se ne avveda. Come se la guerra fosse un incidente della storia e non invece qualcosa di archetipico che accompagna il viaggio dell’uomo.

Così, qualche anno dopo, invece di indagare la natura umana, la felicità della guerra e la banalità del male, si preferisce cullarsi in una bolla che ci tiene al riparo dalle domande più vere ed inquietanti. Magari a celebrare anniversari di carte e diritti poveri di mondo. E a gestire le campagne umanitarie dei buoni.

“Il vento soffia ancora” si dice nelle celebrazioni del trentennale del Forum, senza comprendere che la tempesta va nella direzione opposta a quella che vorremmo, tanto che Antropocene sta cancellando le biodiversità e reso incerto il futuro della nostra specie sul pianeta.

Qual è dunque il senso dell’agire?

Lidia Campagnano, in un bel saggio che rifletteva sugli anni del disordine2 – che poi sono gli stessi in cui demmo vita ad una sperimentazione di idee e luoghi con al centro la cultura della pace – raccontava di un vecchio professore che per anni aveva curato un giardino sul massiccio del Velebit, una montagna che segnando il limite fra il clima mediterraneo da quello continentale dava forma, colore e profumi ad una particolare biodiversità. Quell’ecosistema però non aveva nulla a che fare con l’ossessione confinaria dei signori della guerra: quei fiori e quelle piantine vennero calpestate da orde di uomini chiamati ad evocare improbabili fondi genetici che avrebbero ridotto a lande desolate. E si chiedeva: «Che cosa starà pensando il professore di Zagabria? Che cosa avrà pensato, del senso che la storia dovrebbe assegnare al singolo, alla sua singola memoria, al suo singolo scegliere un’attività?».

Mi chiedo che cosa rimanga del nostro affannarci, se nell’arco di pochi anni di un profilo che ha cercato di declinare la pace in forme inedite andando al cuore dell’attrazione fra Venere e Marte (Afrodite e Ares, amore e guerra) non rimane praticamente nulla.

Può essere che abbiamo sbagliato tutto. Che porsi domande profonde in un tempo che preferisce la comunicazione manichea sia lavoro sprecato. Che sia più efficace dividere il mondo fra il bene e il male, dove naturalmente tu sei il bene e gli altri il male, che interrogarsi sul criminale che alberga in ciascuno di noi.

Domande scomode, che non mobilitano nessuno? Può essere.

Al tempo stesso so bene quanto sia urgente agire. Il rovesciamento del tradizionale disallineamento fra tempi storici e tempi biologici ci pone di fronte ad una contraddizione radicale. Perché tanto sono lenti i processi di cambiamento culturale, tanto sono diventati travolgenti quelli della sindemia in corso. E non possiamo permetterci di stare a guardare.

Ma affinché l’agire non si riduca a vitalismo, non si può prescindere dalla necessità di imparare dalla storia, dal far tesoro delle tragedie che hanno attraversato il secolo breve, dal saper leggere i segni del tempo. Elaborazione dei conflitti, occhiali nuovi per comprendere scenari inediti, altri paradigmi per stare al mondo.

Come imprescindibile credo sia il modo con il quale proviamo a colmare il rovesciamento di cui sopra, che ha a che fare con l’empatia nel relazionarsi al prossimo, nel cooperare e nel rispecchiarsi in ogni altro, anche quando – e accadrà sempre più frequentemente – ci getterà addosso tutto il suo rancore di escluso che di queste domande non sa che farsene.

«Un comune destino ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno»3.

1 Istituzione incardinata alla Legge Provinciale 11/1991 del Trentino

2 Lidia Campagnano, Gli anni del disordine 1989 – 1995. La tartaruga edizioni, 1996

3 Mariangela Gualtieri, Nove marzo duemilaventi. Poesia.

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