Fuga, da chi? Da cosa? (a proposito di Fuga di Daniele Del Giudice)

Autore

Ugo Morelli
Ugo Morelli, psicologo, studioso di scienze cognitive e scrittore, oggi insegna Scienze Cognitive applicate al paesaggio e alla vivibilità al DIARC, Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli; è Direttore Scientifico del Corso Executive di alta formazione, Modelli di Business per la Sostenibilità Ambientale, presso CUOA Business School, Altavilla Vicentina. Già professore presso le Università degli Studi di Venezia e di Bergamo, è autore di un ampio numero di pubblicazioni, tra le quali: Mente e Bellezza. Arte, creatività e innovazione, Allemandi & C, Torino 2010; Mente e paesaggio. Una teoria della vivibilità, Bollati Boringhieri, Torino 2011; Il conflitto generativo, Città Nuova, Roma 2013; Paesaggio lingua madre, Erickson, Trento 2014; Noi, infanti planetari, Meltemi, Milano 2017; Eppur si crea. Creatività, bellezza, vivibilità, Città Nuova, Roma 2018; Noi siamo un dialogo, Città Nuova Editrice, Roma 2020; I paesaggi della nostra vita, Silvana Editoriale, Milano 2020. Collabora stabilmente con Animazione Sociale, Persone & Conoscenza, Sviluppo & Organizzazione, doppiozero, i dorsi del Corriere della Sera del Trentino, dell’Alto Adige, del Veneto e di Bologna, e con Il Mattino di Napoli.

Correvo anch’io con Santino per le strade di Napoli. Insieme al suo batteva forte il mio cuore e mi tenevo la milza che cominciava a far male, “nell’indomabile notte di agosto”. Finito com’ero, all’improvviso in un mondo di parole più vero del vero, a pagina 85, leggendo senza interruzione, dopo aver divorato i primi racconti, non appena Mania era arrivato, con una dedica fatta di parole dense e leggere:

Caro Ugo,

eccolo, finalmente.

So che ti vedrò presto,

e sono felice, come

sempre, nell’attesa

di ascoltare le tue

parole,

Daniele

Aprile ‘97

Ma dove ero finito? In una fuga, con cui iniziava un racconto il cui titolo era, appunto, Fuga. Come Alice nel paese delle meraviglie precipitavo nella trama narrativa, travolto, nell’abbraccio della prosa essenziale e potente e con mio grande stupore incontravo concessioni alla lingua napoletana, esclamazioni e forme proprie della mia lingua delle origini. Non solo, ma fin dalla prima pagina l’atmosfera irresistibile proponeva “…persone e famiglie ancora sospese ai banchi e ai cocomeri e alle lampade ad acetilene…”.

Ha tentato di rubare una moto Santino; ma ha dovuto fuggire e ora, inseguito, rischia la vita nella notte napoletana, voce ’notte. 

A inseguirlo e a inseguire pure me sono gli spari di Pretannanze e le voci, i suoni e i rumori della città, e finisco pure io in quel “posto che a Napoli non lo ricorda nessuno”. 

La passione quasi maniacale per le tecnologie e le architetture militari e civili lascia sgorgare dalle mani e dalla penna di Del Giudice una dettagliata e poetica descrizione di quel luogo.

Quella stessa musicalità avremmo riprodotto, io improvvisato lettore del racconto e Daniele Del Giudice relatore invitato, al Festivaletteratura di Mantova. Avendo io l’accento napoletano mi aveva chiesto di leggere in pubblico il racconto. Gli piaceva che i suoni fossero originari e si era molto divertito insieme alla folla di ascoltatori presenti.

Qualche anno dopo ci saremmo ritrovati spesso a parlare nei baccari veneziani di un comune tratto di personalità, l’ossessione, e l’avremmo fatto … in modo ossessivo. Sempre più spesso le nostre conversazioni si sarebbero però rivolte al presente, con non meno ossessione. Del resto, Mania è, tra l’altro, un libro sull’ossessione, sulla ricerca ossessiva del sentire: “Mi piacerebbe condurti fino al punto dove si smette di capire, si smette di immaginare, vorrei condurti dove si comincia a sentire”. 

“Con chi parli?”, fu la domanda senza risposta che Daniele Del Giudice mi pose a conclusione di un seminario tenuto per la scuola di scrittura che curavo. Si riferiva, alla crisi del dialogo e del legame sociale nella nostra contemporaneità, all’avvento delle posizioni urlate, anche se inattendibili, all’arroganza basata sull’assenza di ascolto e di ricerca di reciprocità e comprensione vicendevole. In quel luogo che particolarmente lo coinvolgeva, il museo dell’aeronautica Caproni di Trento, l’ho visto perdersi come un bambino ad analizzare i dettagli del Savoia-Marchetti SM 79 e di ognuno degli aerei lì custoditi. Tanto che qualche anno fa, proprio in quel museo abbiamo organizzato Take off. Librarsi col linguaggio, un incontro sulla sua scrittura e sulla limpidezza e precisione della sua ricerca letteraria. La poetica di Del Giudice è rivolta in particolare al nostro tempo, al dialogo tra l’evoluzione della tecnica e le trasformazioni del nostro sentimento della vita e del mondo. Tutta la sua opera è caratterizzata da una continua ricerca per “venire al linguaggio”, come ripeteva spesso. A quel linguaggio che era oggetto della sua ricerca per distinguere la letteratura, con un impegno che si esprimeva su tempi lunghi e con poca disposizione a concedersi al sistema mediatico e a forme di popolarità corriva e chiassosa, che sono una delle principali cause della sovrabbondanza di pubblicazioni che mortificano e per molti aspetti sviliscono la narrativa contemporanea. Del Giudice ha raggiunto uno dei vertici della narrazione del nostro tempo, fondendo una accurata ricerca sul mondo della scienza sperimentale con una raffinata poetica narrativa che lui sapeva estrarre dall’esperienza della tecnica e dell’umano nelle sue espressioni più profonde. La tecnica, lungi dall’essere quel fattore esterno che noi umani subiremmo più o meno passivamente, assume finalmente, nei suoi romanzi, la effettiva dimensione che la caratterizza, quella di essere parte integrante dell’umana avventura. La passione per il volo e per l’aeronautica, che sperimentava direttamente con la meticolosità con cui affrontava ogni aspetto della sua ricerca e della sua vita, è, in fondo, un tratto particolarmente efficace per comprendere la sua poetica. 

Proprio una macchina, del resto, è il luogo prescelto per ambientare Fuga. Il Cimitero del Popolo voluto dal re Carlo di Borbone. Fu l’architetto Ferdinando Fuga, fiorentino, a concepirlo, dopo aver creato l’Albergo dei Poveri.

L’edificio piacque al Re e Fuga ebbe affidato un nuovo compito dal Reggente che gli succedette; sistemati i poveri da vivi, in un moderno e ragionevole ciclo assistenziale non si poteva trascurare il problema dei poveri da morti. Luogo prescelto le pendici della collina di Capodichino. Per quella destinazione a mezza costa Fuga inventò una macchina funebre meravigliosamente funzionale, risuonante del titolo di ‘ Cimitero del Popolo ’, ma da lui pensata durante il lavoro come ‘ Trecentosessantasei fosse’ e così conosciuta al tempo. Trecentosessantasei perché ogni quattro anni ce n’è uno, allora come ancora, bisestile”.

Sarà quella macchina l’oggetto intorno al quale, ancora una volta, Daniele Del Giudice mostrerà la via per narrare il nostro tempo, non senza una potente carica di umorismo. Quella via si muove sulla destituzione di fondamento di ogni contrapposizione tra praxis e poiesis. Quella contrapposizione è destinata a mancare il nostro tempo. Per noi è chiusa ogni strada all’indietro. La tecnica che ci espone alla nostra inessenzialità e alla nostra finitudine è anche ciò che siamo, è con noi complementare e perfettamente antropologica. Del Giudice ci narra per quello che siamo elevando a poesia la nostra umana condizione. Ce ne andiamo per il mondo, come Santino se ne va alla fine di Fuga:

“Hai già scavalcato il muro, scendi la rampa, trattieni il passo allungato dalla pendenza. Chi potrebbe dire che ti sia accaduto qualcosa, o che tu abbia a che fare con quel che è accaduto, te ne vai verso le luci che terminano di netto nel bordo scuro del mare. Sei di nuovo nel rumore, sei nel caldo”. 

Mentre apparteniamo a quel che ci precede, allo stesso tempo figli dell’epoca, dimensioniamo anche la nostra presenza e il nostro linguaggio e riconosciamo, come diceva spesso Daniele Del Giudice, perché è in crisi il parlare per convincere.

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