Urbanistica e società: e se ripartissimo da Carlo Doglio?

Autore

Stefania Proli
Architetto e dottore di ricerca, dal 2007 collabora col Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna, dove è stata assegnista di ricerca e docente a contratto di Urbanistica. Fa parte di Spazi Indecisi, associazione culturale che promuove e sperimenta percorsi di rigenerazione urbana e processi di valorizzazione e di patrimonializzazione dei luoghi in abbandono.

“Quella sera a Canosa ho incominciato a sentire che si esiste soltanto se si fa parte delle cose naturali, e quanto naturali siano gli uomini. Direi che il mio approccio alla pianificazione territoriale, al suo sostanziarsi solamente nelle vene e sangue regionale, incomincia di qui” (Carlo Doglio, Dal paesaggio al territorio, Il Mulino, Bologna 1968, p.16).

Sono trascorsi ormai settant’anni da quando Carlo Doglio fece il suo ingresso nella scena urbanistica italiana con la pubblicazione di un provocatorio saggio sulla città giardino (L’equivoco della città giardino, 1953), attaccando con forza la direzione intrapresa, fra le tante possibili, da questa disciplina negli anni del secondo dopoguerra. Accusata di utilizzare gli schemi tecnico-funzionali dei modelli esemplari dell’urbanistica anche sul piano sociale, e dunque di eliminare quelle tensioni che caratterizzano la creatività urbana e umana e permettono di realizzare un vero cambiamento nella società, l’urbanistica da allora ha avuto diverse opportunità per reagire e riscattarsi.

Il passaggio da una disciplina «orientata al piano» ad una disciplina «orientata al processo» ha mutato profondamente il ruolo del suo sapere tecnico, articolandolo in una pluralità di compiti (dall’attenzione alla peculiarità di cultura e valori caratteristici di individui alla negoziazione e concertazione fra i diversi soggetti, dall’ascolto delle istanze delle società locali alle esigenze di flessibilità di piani e programmi) in cui il coinvolgimento dei cittadini risulta centrale per l’attuazione del piano in azioni concrete.

Più recentemente, le istanze avanzate alla pianificazione urbanistica dalle tematiche ambientali hanno sottolineato l’importanza di legare i processi di trasformazione alle persone per agire sulla sostenibilità dei modelli abitativi delle nostre città e del nostro territorio. L’emergenza sociale amplificata dalla crisi economica e, oggi, da quella pandemica, ha ulteriormente rafforzato la necessità di costruire un nuovo sistema di valori a cui le scelte di pianificazione devono appellarsi se si vuole aspirare ad un vero ed effettivo cambiamento della qualità della vita.

Tuttavia, questo slittamento di contenuti e obiettivi non trova ad oggi un ruolo univocamente definito; nonostante la pianificazione urbanistica faccia riferimento ad un mutamento di paradigma in atto da tempo, a tale cambiamento non è infatti corrisposta una reale innovazione concettuale poiché non è ancora stata intrapresa una direzione del tutto chiara fra la duplice natura di questa disciplina: «tecnica e regolativa» da un lato,  «politica ed etica» dall’altro.

Carlo Doglio ci suggerisce tuttavia alcuni spunti per una riflessione. 

Per Doglio l’azione sociale é infatti un mezzo per modificare le relazioni di potere e la pianificazione urbanistica, nell’assolvere il suo impegno di costruzione condivisa del futuro, la disciplina più adatta per intraprendere e realizzare questo percorso senza il bisogno di ricorrere a rivoluzionarie forme di struttura, ma ribaltando i «rapporti di potere» all’interno dei  possibili canali d’intervento. 

In un periodo in cui l’urbanistica ufficiale è impegnata a sperimentare attraverso il piano regolatore le finalità ed i contenuti degli strumenti urbanistici e ad avviare la stagione delle grandi (seppur mancate) riforme, Doglio si muove su altre direzioni. Egli sostiene che le potenzialità della tecnica decadono se ad essa non viene associata una «scoperta del territorio», ovvero una presa di coscienza che passa attraverso il riconoscimento del ruolo di ciascun attore all’interno della società, di una consapevolezza della propria presenza all’interno di una riconosciuta comunità, di un ritrovato «senso del luogo». La denuncia portata avanti è molto chiara: le riforme di struttura non sono affatto garanzia di un cambiamento nella qualità della vita; vi è un rischio, quello di tramutare tutto in procedura, a cui la pianificazione non può sottrarsi se tali principi non vengono caricati di contenuti, di senso di responsabilità, di esperienze condivise. E la «bellezza dei luoghi» passa innanzi tutto dal recupero della bellezza dei rapporti diretti, dello stare insieme, del lavorare per il bene comune, dell’ascolto; in altre parole da una ritrovata solidarietà. Per dimostrare la sua tesi si sposta in quei territori in cui è possibile aspirare alla costruzione di una «società attiva»: un insieme organizzato di individui che sia «in grado di esprimere tensioni autonome verso l’innovazione e lo sviluppo, ma anche rispetto e cura per le tradizioni e i luoghi condivisi, e una capacità di auto-organizzazione e sintesi collettiva, sostenuta da valori diffusi di coesione, fiducia e cooperazione». 

A Carlo Doglio possiamo infatti attribuire il merito di aver riproposto la centralità di due categorie, quali la nozione di evento e la nozione di processo, ritenute sempre marginali dalla cultura modernista ed a cui l’urbanistica si deve invece rapportare se vuole ben interpretare le trasformazioni sociali, facendo a queste corrispondere «un’idea di tempo, un’idea di politica e un’idea di progetto urbano». 

Riflettere sull’apporto che Doglio lascia alla disciplina urbanistica si presenta quindi come un’importante occasione. Non solo per affrontare lo studio della città e del territorio attraverso il contributo di una figura rimasta a lungo estranea alla cultura disciplinare ufficiale: parlare di Doglio significa presentare un personaggio che è anche pretesto per proporre un ragionamento di carattere più generale su quelle tecniche della pianificazione incentrate sul carattere volontario dell’azione sociale e dunque un’opportunità per comprendere meglio il significato di alcune parole, oggi centrali per la disciplina, quali cittadinanza, sostenibilità, sussidiarietà, partecipazione. 

Carlo Doglio (Cesena 1914-Bologna 1995), personalità poliedrica e di vasti interessi culturali, fu amico di noti intellettuali come Elio Vittorini, Aldo Capitini, Giancarlo De Carlo e Franco Fortini. Dopo essersi laureato in giurisprudenza nel 1936, prende parte alla resistenza antifascista. Nel dopoguerra, ispirato dai lavori di Kropotkin, Gedde e Mumford, i suoi interessi si spostano verso l’urbanistica, e dopo aver lavorato a Ivrea per Olivetti, si trasferisce in Inghilterra dove tra l’altro collabora con la BBC e la RAI. Rientrato in Italia, trascorre alcuni anni in Sicilia chiamato da Danilo Dolci per poi intraprendere la carriera di docente universitario, prima a Palermo, Napoli, Venezia e infine a bologna, dove nei primi anni Settanta ottiene la cattedra di Pianificazione w organizzazione territoriale. All’insegnamento affianca l’attività di urbanista, redigendo alcuni piani regolatori come quello di Cefalù. Tra i suoi scritti principali Dal paesaggio al territorio (1968), La fionda sicula (1972), con Leonardo Urbani, e La città giardino. Crisi dell’utopia, città e urbanistica di fronte alla rivoluzione industriale (1985)

Per approfondire: Carlo Doglio, Il piano aperto, Eleuthéra, Milano, 2021

Stefania Proli, Introduzione a Carlo Doglio, Il piano aperto,cit.: https://eleuthera.it/materiali/PROLI_STEFANIA/introduzione_piano-aperto_proli.html#fn43

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