La natura era bella (Estetica della solitudine)

Autore

Salvatore Tedesco
Salvatore Tedesco è docente di Estetica e Teoria dei linguaggi presso l'Università degli Studi di Palermo

“La natura era bella”, scrive Kant nella Critica della facoltà di giudizio, e in questo modo inscrive per sempre la modernità estetica nel segno di una malinconia – di più, di un lutto – e di una solitudine insuperabili: l’uomo moderno si scopre aestheticus, si scopre sentimentale, precisamente perché per lui la natura è diventata qualcosa di “passato” pur essendone presente il richiamo tormentoso, è intimamente perduta pur essendo costantemente accanto a noi, dentro di noi, ma irraggiungibile.

Le cose ci sono diventate mute, perché in primo luogo siamo noi stessi ad esser ammutoliti in questa scoperta. L’uomo moderno si scopre solo fra le cose abbandonate dal loro senso, cerca le cose, cerca l’altro uomo avvertendo in sé l’abisso di una cesura insuperabile.

Sarà Hölderlin in quegli stessi anni a siglarne la diagnosi nel modo più netto: “Noi siamo un segno/ privo di significato/ Siamo privi di dolore/ e abbiamo quasi/ perduto la lingua nell’esilio”.

Kant trova la formulazione filosofica definitiva di questa condizione della modernità estetica, e al tempo stesso individua il duplice compito, interminabile, che l’uomo sentimentale si pone nella sua solitudine. Il genio non sarà infatti altro che il talento di dare voce alla presenza della natura in noi per il tramite del modo in cui l’arte dà una regola alla propria forma, mentre il con-sentire della comunità estetica designerà lo spazio del politico come il convenire degli uomini in una facoltà nuova di avvertire il senso stesso di ciò che ci qualifica insieme come esseri umani.

Compito interminabile perché tale regola e tale facoltà nuova non saranno date una volta per tutte, ma si porranno ogni volta nel giudizio come possibilità del senso del nostro vivere, possibilità messa a rischio nella fragilità del bello.

Se è Kant a segnare lo spazio filosofico del sentire moderno della solitudine estetica, un secolo e mezzo prima è però il Barocco a registrarne la voce. Operazione caratterizzata da una tensione teorica e formale non meno estrema, perché si tratta precisamente della voce che dice di un ammutolire senza precedenti. Ed è questa voce che trova singolare espressione nel Seicento in poesia e in musica.

I grandi lamenti della musica barocca si innalzano a questa dimensione metafisica in cui è la realtà stessa a farsi voce di un dolore per il quale nessuna vicenda e nessuna espressione appare essere contenitore sufficiente. “Plorate filii Israel” dice il coro della Historia di Jephte di Giacomo Carissimi, e quel pianto – dalla vicenda biblica della figlia di Jephte offerta in sacrificio per un voto dall’esito imprevisto e irrevocabile – si trasforma in dolore della natura abbandonata alla solitudine del suo destino: “Plorate colles, dolete montes, et in afflictione cordis mei ululate”.

Identica diagnosi troviamo nell’Anatomia del mondo di John Donne; la morte della giovane Elizabeth Drury diviene spia di un accadimento senza precedenti e inemendabile: è il mondo stesso a presentarsi come un cadavere di cui fare l’anatomia, senza più speranza di suscitarne la vita, ma con l’unico intento di apprenderne e trarne fuori un sapere luttuoso, in ultima analisi intimamente inerte nella sua profondità senza fondo: “al pari del genere umano, anche l’intera struttura del mondo/ è sconnessa, quasi creata deforme: […] l’elemento del fuoco è affatto estinto;/ il sole è perduto, e la terra”; “non hai che un solo mezzo per non contagiarti/ all’infezione del mondo: quello di non far parte del mondo”.

Il sentire, nella solitudine, si scompone in analisi; ed il ritrarsi dal mondo ne fa apparire il calore ormai lontano come la scomposizione cromatica di un ultimo riflesso, colorato di un fascino dolorosamente pungente. Sarà così ancora in Bach, nella Cantata BWV 94, nella meravigliosa aria “Die Welt kann ihre Lust und Freud”, nella quale appunto il richiamo di un piacere e di una gioia del mondo dichiarati ingannevoli appare davvero liberarsi e innalzarsi dinanzi al nostro animo proprio in ragione della sua inanità dichiarata.

Proprio per questo, ancora, il ritrarsi dal mondo nella Solitudine amata di cui dice già il Seneca di Monteverdi è al tempo stesso ricerca di una possibile armonia con le cose, con le Sfere amiche dell’ordine universale a cui ancora ci si affida, certo, ma principalmente equivale all’aggirarsi nello spazio infinito all’unisono con gli oggetti dell’universo animato e inanimato attorno al cui silenzio l’anima continua a meditare: “il tronco, il sasso” (Agostino Steffani, Niobe).

“Soltanto il lamento profondamente percepito e udito diventa musica”, dirà Walter Benjamin, e Winfried Georg Sebald scriverà che “la descrizione dell’infelicità racchiude in sé la possibilità del suo superamento”.

Ma questo, forse, sarà il compito di un tempo nuovo a cui la solitudine si affida ormai col fiato sospeso.

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